Emanuela Perozzi, 20 Ottobre 2007: Patologico
Eagle Pictures, 2008

L'amour caché

di Alessandro Capone


Una scenaDopo il terzo tentativo di suicidio, Danielle Girard (Isabelle Huppert) si trova ricoverata in una clinica privata dove la dottoressa Nielsen (Greta Scacchi) la tiene in terapia per cercare di risalire all'origine del suo malessere. La donna non parla, si è chiusa entro un silenzio inaccessibile e ostinato, e reagisce alle sollecitazioni della psichiatra solo attraverso sguardi fermi e provocatori. Uno spiraglio nel rapporto tra le due donne si apre quando Danielle trova una prima strada per comunicare, trasformando le parole, che ancora mancano alla coscienza, in fogli scritti convulsamente e rabbiosamente per tentare una ricostruzione, mattone per mattone, del muro di sofferenza e inviolabilità che ha alzato tra sé e il mondo. Insieme al lucido pensiero di incurabilità che non la molla un attimo, anche i ricordi cominciano a riemergere nella mente di Danielle, attraverso sfocate immagini bianche e nere che risalgono alla nascita di sua figlia Sophie e alla presa di coscienza dell'impossibilità di accettare una maternità subita, anziché cercata.

L'analisi introspettiva della donna, tra flashback che ricordano l'irrazionalità dei sogni e voce fuoricampo che prova ad affermarne provocatoriamente il vissuto, viene tenuta insieme dagli spazi costrittivi della clinica, quasi per evitare quella spinta dissociativa che si avverte pressante tanto per il processo di risalita psichica di Danielle quanto per la stessa costruzione narrativa messa in atto dal film. La dispersione del senso e della diegesi è in parte evitata grazie alla buona sceneggiatura, che non perde mai di vista il presente della donna e soprattutto la sua incapacità di vedere realmente il perché della sua malattia: non è Sophie e il fastidio che le provoca ad aver fatto ammalare Danielle, semmai la perdita degli affetti in seguito alla maternità è la principale causa di una malattia che per lei ha origini ben più lontane, forse individuabili in un rapporto altrettanto fallito con la propria madre, ma tutto questo Danielle sembra non vederlo, ed il film coerentemente non si preoccupa di mostrarlo neppure a livello latente. Tutto è incentrato sul rapporto assolutamente perverso e masturbatorio che intercorre tra madre e figlia, e che il film esibisce con efficace simbolismo in quelle poche ma significative scene in cui le due, completamente identificate l'una con l'altra, debbono confrontarsi.
Isabelle HuppertSe dunque in parte il linguaggio filmico risponde con attinenza al linguaggio psichico di cui vuole ambiziosamente farsi portavoce, in parte perde di credibilità quando vuole a tutti i costi affermare una profondità di pensiero che può magari appartenere a chi osserva la vicenda dal di fuori ma non a chi, come Danielle, è ferma ai suoi incubi, è tormentata da odio e senso di colpa, è lacerata da un fallimento primordiale che si è riversato su tutti i rapporti successivi che (non) ha instaurato. Troppe le verità assolute cui giunge la donna, e troppo perfette per essere vere anche alcune massime filosofiche che riesce a pronunciare tra un'allucinazione e una crisi psicotica. Molto più vero appare piuttosto lo sfogo di Sophie (Mélanie Laurent) durante l'ultimo straziante tentativo di scuotere la madre a separarsi dal pensiero perverso di basare qualsiasi gesto della sua esistenza sulla prospettiva di ferire lei. Si tratta dell'unico atto d'amore che riceve Danielle durante il film, e lo riceve proprio da quella figlia nei confronti della quale si mostra per l'ennesima volta violenta e puntuale nell'infliggere un enorme senso di colpa.

Mélanie Laurent e Isabelle HuppertSenza dubbio "L'Amour caché", tratto dal romanzo "Madre e ossa" di Danielle Girard, è un film che smuove, fa pensare, a tratti infastidisce perché oscilla tra evidenti banalità e spunti più coraggiosi, ma difficilmente può lasciare indifferenti. Interessante e meritevole di approfondimento anche la quasi totale assenza delle figure maschili in questo universo di donne che si vedono costrette a vivere il dolore e i conflitti completamente da sole, vuoi perché si vanno a cercare uomini totalmente razionali, vuoi perché il massimo che riescono ad ottenere da loro è una 'gentilezza' ed una 'bontà' che somiglia più ad un fastidioso assistenzialismo e ad un atteggiamento consolatorio che per una donna depressa è il massimo della nocività.

Discorso a parte merita il modo in cui Isabelle Huppert riesce a calamitare l'attenzione della macchina da presa sul suo personaggio, riuscendo in modo magistrale nel delicato compito di impersonare una follia subdola che le esce da ogni parte del corpo, anche quando immobile e contratto, e da ogni sfumatura dello sguardo e della voce. Bravo è stato il nostro Alessandro Capone ad intuire che lei e poche altre avrebbero potuto sostenere per novanta minuti lo sguardo dello spettatore.


La locandinaTitolo: L'amour caché
Regia: Alessandro Capone
Sceneggiatura: Luca D'Alisera, Alessandro Capone
Fotografia: Luciano Tovoli
Interpreti: Isabelle Huppert, Greta Scacchi, Mélanie Laurent, Olivier Gourmet
Nazionalità: Italia - Lussemburgo - Belgio, 2007
Durata: 1h. 40'