Babel
Incontro
con Alejandro González Iñárritu
a cura di Luciana Morelli
Nella
splendida cornice della Casa del Cinema di Roma, abbiamo avuto l'onore
ed il piacere di incontrare uno dei più affascinanti e talentosi
registi del cinema moderno: Alejandro González Iñárritu.
Il regista messicano di "Amores Perros", "21
Grammi - Il peso dell'anima" e dell'ultimo straordinario "Babel"
- vincitore della Palma d'oro a Cannes per la migliore regia - è
in visita nella Capitale per la promozione italiana del film e per tenere
una Lezione di Cinema per pubblico e studenti come tanti altri grandi
hanno fatto in questi due anni di vita dell'ex Casina delle Rose. Ci
ha raccontato un po' di sé, dei suoi film, di come vede la vita
e i rapporti tra i popoli, del suo ultimo (capo)lavoro nonché
del suo controverso rapporto con gli USA.
Ancora
un film di riflessione sul Caso, sulle coincidenze che legano la nostra
vita a quella di altre persone. Stavolta anche a migliaia di chilometri
di distanza...
Potrei definire "Babel" come l'evoluzione
naturale della trilogia iniziata con il mio primo film "Amores
Perros", in cui sperimentavo per la prima volta la prospettiva
locale delle storie del mio Paese. In "21
Grammi" mi sono avventurato in un territorio per me sconosciuto,
mentre per "Babel" il discorso è un po' diverso. Ho
voluto in un certo senso chiudere un cerchio ed analizzare una storia
di gente comune a livello più globale.
Quale
sentimento in particolare l'ha spinta a fare questo film?
Volevo più di ogni altra cosa raccontare l'odissea di tutti coloro
che cercano di oltrepassare una frontiera in cerca di un futuro migliore.
Ma quel che mi ha spinto è stato il desiderio di raccontare al
mondo cosa vuol dire sentirsi un esiliato, cosa significa vivere in
un Paese pieno di contraddizioni come il Messico o in un Paese straniero
che non è quello in cui sei nato. In cui tutti ti guardano dall'alto
in basso.
Lei
ha parlato più volte della sua condizione di 'autoesiliato' negli
Stati Uniti. Cosa vuol dire esattamente?
Semplicemente sono un cittadino del terzo mondo che vive in quello che
viene definito il mondo civilizzato per eccellenza. Ogni sei mesi rinnovo
il mio permesso di soggiorno negli USA e vedo quanta sofferenza c'è
nei volti di queste persone. Senza questa esperienza non avrei mai capito
fino in fondo come ci si sente.
In
"Babel" come anche negli altri suoi
due film si raccontano piccole grandi storie di solitudine ma più
in generale la solitudine di un'umanità esiliata e del disperato
bisogno che c'è nel mondo di compassione. E' questo il suo pensiero
al riguardo?
Esattamente.
"Babel" è un film sulla compassione,
una cosa che tutti noi abbiamo perso strada facendo, ma che è
l'unica in grado di abbattere le frontiere dello spirito e del cuore.
Non solo le frontiere territoriali. Si sente molto parlare di tolleranza,
ma è un termine secondo me orribile che implicitamente racchiude
una sorta di repressione. Bisogna rispettare le differenze, non tollerarle.
Queste
differenze di cultura, di religione e di lingua si sono fatte sentire
sul set durante la lavorazione?
Tra gli attori delle diverse nazionalità e le troupe si
parlavano almeno 6 lingue diverse. Per potersi comprendere e riuscire
a girare al meglio una scena, a volte sono servite anche tre o quattro
ore. Le sfumature di ogni lingua e i significati delle parole talvolta
sono difficilissimi da conciliare. Ma a mio avviso in questo film l'importante
non è capire il linguaggio ma vedere, partecipare in prima persona,
seguire gli eventi che si susseguono repentini.
Perché
questo titolo biblico? Andiamo, secondo lei, verso un'irreversibile
Apocalisse sociale e culturale che ci dividerà tutti per sempre
fino all'autodistruzione?
Il mio film
non contiene messaggi, io personalmente non credo nella felicità
assoluta o nella tristezza eterna. La vita è un mix di tutto
questo, è un'unione di segmenti felici e tristi, concatenati
da chissà quale legge. Purtroppo abbiamo perso le mezze misure
e tendiamo ad estremizzare tutto quello che ci accade. Pensate che,
paradossalmente, questo è il film più allegro di tutti
quelli che ho diretto.
Nonostante
il titolo, il film è fortemente laico. Perché ha deciso
di estromettere Dio da questa catena di eventi e soprattutto in Paesi
come il Marocco, Stati Uniti e Giappone, in cui c'è una forte
presenza religiosa?
Considero
il mio film molto terreno, affronta temi molto primitivi che sono indipendenti
dalla religione. E' un film sugli esseri umani e sulle differenze che
tendono a dividere e ad unire le loro esistenze su questa Terra. Se
gli spettatori usciranno dalle sale dimenticandosi la nazionalità
e la religione dei personaggi ma ricorderanno solo la storia, allora
potrò dire di aver raggiunto il mio obiettivo.
"Babel"
sembra volerci dire che non siamo soli in questo mondo, che da qualche
parte c'è qualcuno la cui vita può dipendere dalla nostra.
In senso positivo o negativo ovviamente. E' anche il suo pensiero?
E' il principio
fondamentale su cui ho basato la mia trilogia. In "Amores Perros"
c'erano tre storie che ad un certo punto si incrociavano, in "21
Grammi" la storia era unica ma vista da tre diversi punti di
osservazione, in "Babel" si raccontano
quattro storie di personaggi che non si incontrano mai ma che sono emotivamente
molto legati fra loro per via della loro 'condizione'.
Però
c'è anche un lato critico molto spiccato nei confronti delle
forze di polizia. L'immagine che si da dei pubblici ufficiali non è
delle migliori. Ha avuto qualche esperienza negativa in proposito?
La mia è
sostanzialmente una critica nei confronti delle istituzioni, dei metodi
di repressione usati dagli agenti che hanno a che fare con clandestini
o persone irregolari, talvolta costrette a dire il falso o ad ammettere
di essere una persona diversa da quella che si è.
C'è
un brano del film che dice testualmente "il governo americano spinge
affinché questo crimine venga riconosciuto come un attentato
terroristico". La sua è evidentemente una critica politica...
Lungi da me
fare un film politico, non è un argomento che mi interessa. Il
mio è un ritratto, un racconto di come le barriere possono rovinarci
la vita, quelle tra padri e figli, tra mariti e mogli. Un ritratto di
quel che accade nel mondo lontano da occhi indiscreti.
Veniamo
al doppiaggio. Sarebbe straordinario se si potesse mantenere l'integrità
della versione originale sottotitolata in inglese in tutto il mondo.
Il suo è un film molto complesso sotto questo punto di vista,
come ha risolto il problema per la distribuzione italiana?
Chiesi alla 01 Distribution di non doppiare il film in Italia, e loro
dopo averlo visionato hanno ben compreso il motivo della mia richiesta
pur non potendola accogliere fino in fondo. A mio avviso il pubblico
avrebbe avuto molte difficoltà a seguire le immagini e contemporaneamente
tutti i sottotitoli dei doppiaggi delle varie lingue. Ho ottenuto da
loro un risultato molto importante, forse sarà il primo caso
in Italia di un film americano che uscirà nelle sale doppiato
solo in parte. Nei dialoghi fra Pitt e la Blanchett, ad esempio.
La
lingua che crea più problemi della religione. Quasi incredibile,
non crede?
La religione polarizza su di sé l'attenzione dello spettatore,
io volevo che questa si focalizzasse su altre cose. Il 95% degli attori
(nella parte marocchina soprattutto) erano non professionisti, presi
dalla strada, ma nonostante questo la religione non ha mai influito
minimamente sulle mie scelte e ostacolato in qualche modo il mio lavoro.
"Babel" racconta quello che al mondo ci rende felici e che
ci fa più soffrire ma ha il grande pregio di porre l'accento
sull'incapacità di comunicare e di trasmettere amore agli altri.
La religione c'entra veramente pochissimo.
Percorsi tematici
Babel
- di Alejandro González Iñárritu; con Brad Pitt,
Cate Blanchett, Gael Garcia Bernal.
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