Paola Cavallini, 9 Gennaio 2004: Hollywoodiano
Bim, 5 Dicembre 2003

Le invasioni barbariche

di Denys Arcand


Prima di farvi leggere questa recensione mi sento obbligata, da corretta "scrittrice" quale sono, ad avvertirvi che il film è spoilerato alla grande, ma non potevo proprio scrivere in modo diverso! Quindi, se non l'avete ancora visto e non ne volete sapere troppo, leggetela dopo essere stati al cinema!

Una scenaIn un ospedale di Montreal sovraffollato al limite del grottesco, sta morendo di un male incurabile Rémy, anziano professore di liceo che ha dedicato tutta la sua vita di "socialista" al disprezzo dei "barbari", cioè dei capitalisti americani che secondo lui hanno tanto danneggiato il mondo d'oggi. Tirando le somme della sua vita, Rémy non può davvero dire di aver ottenuto tanto, o di aver lasciato un segno indelebile: da inveterato libertino qual'è stato ha perso l'affetto della moglie, da cui è divorziato; ai suoi studenti non importa nulla di lui; i suoi figli sono cresciuti senza di lui, troppo preso dalle sue idee e dalle sue donne. Sarà proprio Sébastien, il figlio che oggi è un importante manager di borsa, quindi uno dei "barbari" che lui ha tanto condannato, a rendere possibile una fine dignitosa e umana all'uomo: con il denaro tanto capitalisticamente guadagnato gli "compererà" una stanza privata in ospedale, la vicinanza dei suoi amici di un tempo, l'eroina che gli permetterà di non soffrire, l'eutanasia finale.

Marie-Josée CrozePreceduto da una presentazione a dir poco lusinghiera, reduce da due premi al Festival di Cannes (tra cui quello per la sceneggiatura) arriva sui nostri schermi "Le invasioni barbariche", film-calderone nel quale il regista e sceneggiatore Denys Arcand mette tutto quello che ci poteva stare ed anche qualcosa che forse avrebbe potuto evitare.

Cominciamo da quello che circonda i protagonisti: una faccia diversa di un Canada noto in tutto il mondo per essere uno degli stati con la più alta qualità della vita, dove invece imperano confusione e corruzione, stanchezza e rassegnazione; un riferimento d'obbligo alle Twin Towers; i dovuti accenni alla cultura europea cui tanto tiene la popolazione canadese; battute sui passaggi di fronte e di credo dei protagonisti nel cinquantennio che hanno vissuto e - perchè no? - una bella battutina anche sull'Italia di Berlusconi! E fin qui Arcand non si è spinto troppo oltre, anzi ha costruito un'impalcatura a tratti divertente ed a tratti amara che risulta piacevole.

Stéphane Rousseau e Rémy GirardLe dolenti note cominciano quando ci si avvicina al centro narrativo del film: i personaggi e la loro costruzione. So di essere controcorrente a criticare un film che passa per essere uno dei più crudi e sinceri degli ultimi anni, ma come molti altri il regista è caduto a mio parere nella trappola del desiderio di accettazione del pubblico dei suoi personaggi. Risulta infatti abbastanza improbabile, anche nella finzione cinematografica, un soggetto come la moglie di Rémy che, dopo che ne ha passate di tutti i generi nella sua vita non solo gli resta accanto fino alla fine (atteggiamento plausibile ed ammirevole), ma se ne sta accanto al fuoco assieme alle amanti di suo marito a sentir raccontare delle loro allegre fellatio! Ovviamente poi Rémy ha due ex-amanti ed amiche, due amici omosessuali adorabili e coltissimi, un amico sposato con i guai tipici del matrimonio, la figlia tossica di un'amica che non solo si presta a drogarlo, ma che decide poi di disintossicarsi, infermiere sexy che non si sa in quali ospedali veleggino!

Il regista Denys ArcandIl momento peggiore del film è però quello in cui si vanno ad analizzare i rapporti affettivi tra i protagonisti principali: Rémy e il figlio Sébastien; come nel più classico degli schemi hollywoodiani, all'inizio Rémy e Sébastien si odiano, si offendono, non si possono vedere, sia per motivi affettivi che per ragioni politiche e sociali; alla fine del primo tempo già Rémy ha accettato senza profferire parola tutti gli aiuti che il denaro del figlio gli può pagare; a metà del secondo tempo tutto il passato è stato dimenticato ed il genitore fa ammenda di non aver ascoltato e capito prima il figlio, ed alla fine, che cosa c'è di meglio che morire tra le sua braccia??? E poi ditemi che "Le invasioni barbariche" è un film originale!

La sensazione prevalente che mi rimane dopo la visione di questa pellicola è quella di una buona occasione sprecata: perchè deve sempre finire tutto bene? Perchè i tossici si pentono, i figli e i padri (e le figlie e le madri) si riavvicinano per forza? Perchè un uomo rifiuta tutto quello in cui ha creduto fino a quel momento? Perchè tutto deve quadrare con la nostra coscienza americanizzata, o per meglio dire "barbarizzata".


Percorsi tematici

L'età barbarica - di Denys Arcand; con Marc Labrèche, Diane Kruger, Silvye Léonard.


La locandinaTitolo: Le invasioni barbariche (Les invasions barbar)
Regia: Denys Arcand
Sceneggiatura: Denys Arcand
Fotografia: Guy Dufaux
Interpreti: Rémy Giraud, Stéphane Rousseau, Marie-Josée Croze, Marina Hands, Dorothée Berryman, Johanne Marie Tremblay, Pierre Curzi, Yves Jacques, Louise Portal, Dominique Michel, Sophie Lorain, Toni Cecchinato, Mitsou Gélinas, Isabelle Blais, Micheline Lanctot, Denis Bouchard, Sylvie Drapeau, Dominic Darceuil, Yves Desgagnés, Gilles Pelletier, Lise Roy
Nazionalità: Canada - Francia, 2003
Durata: 1h. 39'