I
lunedì al sole
Incontro
con Javier Bardem e Fernando León
a cura di Alberto Cassani
C'è
stato tanto clamore riguardo il fatto che la Spagna avesse designato
il vostro film invece che quello
di Almodovar per gli Oscar. In patria avete avuto un enorme successo,
e probabilmente lo otterrete anche all'estero, ma queste polemiche come
le avete prese?
Javier Bardem - Credo che l'Accademia
del Cinema Spagnolo avesse due possibilità: presentare una pellicola
che aveva serie possibilità di vincere, come "Parla
con lei" di Almodovar che è un film bellissimo, oppure
scegliere il film che a loro era piaciuto di più, a prescindere
dalle difficoltà commerciali, come appunto "I
lunedì al sole". Hanno scelto la seconda possibilità,
e credo sia stata la cosa migliore. Da parte mia, non mi aspetto più
nulla da questo film, perché mi ha già dato molte soddisfazioni:
abbiamo fatto un buon film e abbiamo avuto un successo più grande
di quanto ci potessimo aspettare.
Fernando León - Probabilmente
molti pensavo che l'Accademia di Spagna avrebbe dovuto ragionare come
l'Academy americana e fare una determinata scelta. Invece l'Accademia
spagnola è stata molto coraggiosa: ha scelto quello che davvero
voleva, quello che davvero ha apprezzato maggiormente, anche se era
chiaramente una scelta rischiosa. È stato un chiaro segnale di
indipendenza, e di questo dobbiamo essere soddisfatti.
Nella
locandina si legge che il film "è basato su migliaia di
storie vere". Ci sono dei fatti precisi a cui vi siete ispirati?
Fernando León - In realtà
mi sono ispirato a diversi fatti realmente accaduti, e li ho mescolati
con scene generate dalla mia fantasia. Ho preso tante piccole cose che
hanno poi portato il film ad essere quello che è.
All'inizio della lavorazione mi sono ispirato ad un fatto accaduto in
Francia all'inizio degli anni '90, quando ci fu un grande sciopero durante
il quale gli operai utilizzavano modi molto strani, bizzarri, per manifestare
la propria insoddisfazione. Ad esempio, andavano al ristorante a mangiare
piatti costosissimi e poi dicevano di non avere i soldi per pagare perché
erano in sciopero. Uno dei movimenti che scioperavano in quel periodo
si faceva chiamare "I lunedì al sole", che poi è
diventato il titolo della pellicola, perché invece di rimanere
in fabbrica uscivano all'aria aperta a protestare. In seguito è
diventata un'espressione comune: "questo è davvero un lunedì
al sole", nel senso che siamo qui uniti, tutti insieme a protestare
fuori dalla fabbrica.
Un altro fatto reale cui mi sono ispirato era avvenuto a Gijon, in Galizia,
tre anni fa, quando c'è stato un grande licenziamento nei cantieri
navali: hanno mandato via 90 lavoratori, e io ho vissuto insieme a loro
quei momenti partecipando alle loro assemblee e alle loro manifestazioni,
facendo anche alcune riprese, che ho poi utilizzato nella scena dei
titoli di testa del film.
Un'altra forte ispirazione sono stati i libri che ho letto, soprattutto
quelli di psicologia del lavoro ma anche quei manuali del tipo "Come
ottenere un impiego", "Come presentarsi per un colloquio di
lavoro"... Il personaggio di Lino è ispirato a quei libri:
lui segue le regole scritte su quelle pagine, anche se ho esasperato
certe situazioni, però in pratica lui finisce per travestirsi
per presentarsi ai colloqui...
Nel
film non vengono mai fatti precisi riferimenti politici, anche se è
chiarissimo quale sia l'indirizzo politico dei personaggi. Come mai
questa scelta di non nominare mai i partiti, di non affiancare mai i
personaggi ad una lotta politica dichiarata?
Fernando
León - È vero, ho cercato di fare a meno dei
partiti politici, di non fare riferimenti specifici ad un governo o
ad un movimento politico, ma credo sia ben chiaro il contesto nel quale
si svolge il film. Ho cercato di fare in modo che l'ideologia politica
rimanesse sempre sullo sfondo rispetto ai personaggi, erano i personaggi
a dover essere in primo piano.
In genere il cinema militante riesce a parlare solo a chi la pensa in
quella maniera, chi già si riconosce nei personaggi; ma io penso
che per fare un cinema che sia efficace sotto questo punto di vista
si debba fare un cinema che non sia militante.
Ho cercato di parlare della lotta dei disoccupati, occupandomi anche
di ideologia, con un linguaggio popolare, con il linguaggio della strada,
non con un linguaggio veramente politico. Questo mi ha permesso di raccontare
una realtà più universale, di non fare semplicemente un
film sulla riconversione industriale della Galizia. "I
lunedì al sole" è un film che parla di problemi
comuni a tutte le grandi città europee.
Qualcuno
ha paragonato il suo film a quelli di Ken Loach. È un paragone
che la onora, o le dà fastidio...?
Fernando León - Non lo so,
bisognerebbe chiedere a Ken Loach...! Certamente vengono affrontati
degli argomenti simili, ma credo che il modo in cui il film è
raccontato sia completamente diverso, perché veniamo da esperienze
profondamente diverse. Comunque, per realizzare un film così
lungo e complesso un regista cerca di prendere spunto da ciò
che succede per strada, dalla vita reale, non da quello che si vede
in altri film.
Nel
film c'è una sola donna adulta, e a parte Reina è l'unico
personaggio che lavora. Nonostante la situazione difficile, Ana rimane
accanto a suo marito disoccupato. Questa situazione rappresenta un cambiamento
del ruolo maschile, in Spagna?
Fernando
León - Volevamo proprio toccare questo tasto dolente.
Volevamo entrare all'interno di un matrimonio con i coniugi alle soglie
dei quarant'anni, in cui è la donna che lavora, anche se ha un
lavoro temporaneo. Sono proprio i pensieri di José sul ruolo
dell'uomo nella famiglia che fanno sì che il suo rapporto con
la moglie vada rapidamente in pezzi.
Mentre scrivevamo il film, e ancora quando lo stavamo girando, pensavamo
fosse evidente che la permanenza di Ana in casa fosse soltanto un fatto
temporaneo: magari solo tre mesi, sei... se ne andrà perché
è una situazione inevitabile, visto il peggioramento del rapporto
con il marito. Quando però abbiamo fatto vedere il film ai lavoratori
dei cantieri navali di Gijon, ci hanno ringraziato molto perché
l'hanno preso come un omaggio al valore delle donne che nonostante tutti
i problemi sono rimaste coraggiosamente accanto ai loro compagni, anche
se sono state molte quelle che se ne sono andate. A questo punto ho
capito che Ana sarebbe rimasta a fianco di José e la loro situazione
si sarebbe piano piano messa a posto. Lì mi sono reso conto che
chi non vive direttamente una situazione non ha il diritto di renderla
ancor più drammatica di quello che è. Io forse pensavo
ad una situazione ancor più terribile di quella che era veramente:
quei lavoratori avevano una visione del loro futuro con molte più
speranze di quella che sentivo io.
C'è
un'altra donna, la ragazzina, che ha un senso molto più pratico,
che cerca di sopravvivere in qualche modo...
Fernando
León - Nata ha una visione certamente più pragmatica
rispetto agli adulti, fa chiaramente parte di un'altra generazione:
lei vive con i piedi piantati per terra, ha una visione della realtà
molto più vera di quella di Santa, ad esempio. Forse lei vorrebbe
vendere il bar del padre e vivere con il ricavato, ma la sua presenza
a fianco degli altri nelle ultime scene del film serve proprio a rappresentare
un passaggio del testimone dalle generazioni che hanno già vissuto
quei problemi alle nuove, che ancora non conoscono davvero quelle sofferenze,
quella vita.
A
fianco delle musiche originali di Lucio Godoy, durante il film si ascoltano
anche diverse canzoni di repertorio. Come le avete scelte?
Fernando León - Le ho scelte
perché mi sembravano reali, adatte al contesto. Sia "Volare"
che la canzone francese associata al personaggio di Santa portano soprattutto
un messaggio di speranza: hanno entrambe un testo che parla di fuga,
di "andarcene via lontano". La canzone francese parla di un
luogo distante, in cui ci sono delle spiagge dorate... È una
canzone utopica, come d'altronde è utopico il pensiero di Santa
di fuggire in Australia... La scelta di "Volare" ha anche
un altro significato: oltre a parlare di "volare nel cielo infinito",
lontano dalla realtà, rappresenta anche un momento di unione
dopo la lite che ha creato un frattura nel gruppo di amici. Mi sembrava
giusto tornare ad accomunarli, in questo caso facendoli salire sul palcoscenico
del karaoke a cantare tutti insieme abbracciati.
Nel
caso di questo film, è stato attratto dal personaggio o dalla
storia?
Javier Bardem - Io credo che la
colonna vertebrale di ogni film sia la sceneggiatura. Ci sono film con
bravi registi e bravi attori, ma ben poco film perché la sceneggiatura
non è valida. In questo caso credo avessimo a disposizione un'eccellente
sceneggiatura, ma i pregi di questo film erano tre: Fernando che è
un ottimo regista, la sceneggiatura abbastanza originale e un personaggio
piuttosto fuori dal comune, con diverse sfaccettature interessanti.
"I
lunedì al sole" è una commedia drammatica, ma
si può davvero sorridere senza lavoro?
Javier Bardem - Sì: si
deve sorridere, altrimenti si muore! È difficile, certo,
ma in quelle situazioni il sorriso è l'unica via d'uscita.
Cosa
vorrebbe succedesse ai personaggi, dopo la fine del film?
Javier Bardem - Non lo so... credo
che il finale del film sia uguale all'inizio, non ci vedo questa gran
differenza... Forse è brutto dirlo, perché è una
cosa importante ma drammatica, ma la speranza che i personaggi hanno
è una speranza interiore, è un cambiamento interiore delle
loro persone, non è qualcosa di esterno. Al di fuori di loro,
non è cambiato nulla.
Percorsi
tematici
I
lunedì al sole - di Fernando León de Aragoa; con
Javier Bardem.
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