Bread & Rosesdi Ken Loach "Ken
Loach ha fatto una cosa molto grave: mi ha fatto piangere."
I casi sono due: o David Grieco ha il cuore particolarmente tenero, oppure stava parlando di un altro film. Sì, perché quest’ultima opera di Ken Loach, pur avendo una trama molto interessante, riesce ad essere efficace solo a tratti. La verità è che il regista di “Ladybird Ladybird” e “My Name is Joe” è un regista clamorosamente incostante.
Se vi trovate a passare per caso dalle parti di Los Angeles, prendetevi la briga di entrare in un ristorante italiano (uno qualunque, ce ne sono tanti) e chiedete di parlare al cuoco. Poi fatemi sapere se Miguel capiva l’italiano... A Los Angeles c’è una delle più folte comunità di messicani (ispano-americani, per il politically correct) di tutti gli Stati Uniti. La realtà è che moltissimi di questi messicani sono immigrati clandestini. A Tijuana il confine tra Messico e Stati Uniti è costituito da un fiume che in alcuni punti non è neanche troppo profondo, per cui attraversarlo, e di lì arrivare a Los Angeles piuttosto che a San Diego, non è particolarmente difficile, soprattutto se si ha un aiuto dall’interno. La protagonista del film ha avuto davvero una bella fortuna a trovare lavoro in una ditta che le ha fatto ottenere un visto di lavoro legale, non è cosa da tutti i giorni. È chiaro che lo scotto bisogna pagarlo, e guarda caso in tutta la ditta non c’è uno statunitense che sia uno: tutti immigrati. Probabilmente tutti ex clandestini. Per quanto ho potuto vedere a LA (capirete: non ho girato molti ristoranti italiani...), Loach ha saputo ricreare molto bene l’atmosfera della comunità messicana, con quella sensazione di cameratismo che si viene a creare tra gli abitanti di un ghetto e la volontà di afferrare ogni piccola possibilità che hanno tutti quelli che si sentono sfruttati e sottovalutati. Come scrivevo all’inizio, però, il film è efficace solo a tratti. All’inizio, ad esempio, seguiamo l’attraversamento del fiume da parte di Maya e di altri messicani: piano sequenza con camera a mano, non si capisce nulla perché la macchina da presa si agita troppo; di seguito il gruppo arriva a Los Angeles, e lì la cosa si fa molto più interessante: il racconto di come Maya risolve l’ultimo, grosso, problema in cui si era venuta a trovare è davvero bello. E tutto il film è incostante in questa maniera: una scena bella ed interessante seguita da una piatta e monotona. Nelle quasi due ore di proiezione le scene migliori sono di gran lunga il bellissimo confronto tra le due sorelle, ed il finale, l’unica scena davvero commovente di tutto il film. Per il resto commedia e dramma non vanno sempre d’amore e d’accordo, qui. In effetti, rispetto al suo ultimo film (“My name is Joe”) Ken Loach ha dato molto meno spazio alla commedia, lasciando il divertimento più sullo sfondo. Peccato perché i registi inglesi, come appunto Loach, sono sempre bravissimi a miscelare le due cose. Due esempi: “Full Monty” e “Beautiful People”. Il cast non è esattamente il sogno di ogni produttore: l’unica faccia nota è quella di Adrien Brody, già visto al servizio di Spike Lee in “Summer of Sam”. Purtroppo nel cast non mancano solo i nomi roboanti: mancano anche i bravi attori. Nessuno ha saputo offrire una prova davvero valida, neanche lo stesso Brody mi è sembrato convincente. Mettiamola così: hanno adattato la loro recitazione alla smunta fotografia di Barry Ackroyd. E Ken Loach ha fatto la stessa cosa. Sì, se puede!
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