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Pubblicata su "Ink"
#21, Dicembre 2001
Intervista
a Max Bunker
di Alberto Cassani
Nel
panorama del fumetto nero italiano, il nome di Luciano Secchi è sicuramente
uno dei più importanti. O forse no, forse è il suo alter ego Max Bunker
ad aver creato Kriminal e Satanik prima ancora di Alan Ford e di una
lunga serie di personaggi un po' meno noti. Beh, comunque stiano le
cose, Bunker-Secchi è una persona con la quale bisogna per forza scambiare
due parole se si vuol capire come stavano le cose nel mondo del fumetto
alla metà degli anni '60.
Partiamo
con una domanda classica, che più classica non si può: com'è arrivato
al mondo del fumetto?
In illo tempore - avevo circa 16 anni - sfruttavo la mia buona conoscenza
della lingua inglese traducendo le cose più svariate. Un amico che lavorava
in una casa editrice mi offrì di tradurre un fumetto americano, Flash
Gordon, in quanto il traduttore ufficiale s'era ammalato. Lo feci con
entusiasmo, essendo sempre stato un grosso divoratore di fumetti. Quello
fu il primo contatto con questo mondo affascinante.
Che
fumetti le piaceva leggere, all'epoca?
Mandrake, l'Uomo Mascherato e Tex sopra tutti gli altri.
Lei
è probabilmente uno degli autori più prolifici del fumetto italiano,
ha scritto storie di praticamente qualunque tipo. C'è un genere particolare
che preferisce?
Sono decisamente versatile, ma la preferenza va al giallo nella
mia versione personale, ovvero drammatico ma con un pizzico di humour.
Secondo
lei qual è stata la ragione del successo di fumetti neri come Diabolik,
Kriminal e Satanik?
Il mondo stava cambiando, gli inizi degli anni '60 lo lasciavano
intuire in ogni settore. Il fumetto prima di allora presentava eroi
bravi, buoni, senza difetti, che non mangiavano mai né facevano l'amore.
La sintesi può essere rappresentata dal sottotitolo del settimanale
cattolico Il Vittorioso: "sano, forte, leale, generoso". Era il prototipo
dell'epoca in cui l'ipocrisia giocava un ruolo determinante. Si avvertiva
la necessità di cambiare, di rompere gli schemi... e vennero i fumetti
neri.
Cosa
differenziava i suoi due personaggi da tutto il resto di fumetti "con
la K"?
I contenuti totalmente diversi, e soprattutto la grande svolta che
portai al fumetto italiano con i miei due personaggi. Diabolik iniziò
il discorso dell'eroe negativo giostrando con il fioretto, Kriminal
e Satanik esplosero con la scimitarra. Si rompeva un tabù, quello del
sesso. I miei personaggi per la prima volta nella storia del fumetto
italiano affrontavano l'argomento in modo esplicito.
Dopo
un ottimo periodo, il genere nero è praticamente morto. Secondo lei
cosa l'ha ucciso?
Le rivoluzioni non sono perenni. Le rivoluzioni si fanno per portare
un cambiamento di modi e di costumi che poi devono essere disciplinati.
Robespierre fece tagliare tante teste durante la rivoluzione francese,
ma non poteva andare avanti in eterno. Ci fu anche lì uno stop, traumatico
ma inevitabile. Ormai la rivoluzione - nel fumetto - era fatta. La varia
pletora di titolini che si erano accodati battendo tutti sull'elemento
di più facile presa - il sesso - senza altro contenuto, sparirono da
soli. Kriminal e Satanik durarono 10 anni. Ero stufo di farli, ritenendo
che avessero compiuto la loro missione. E poi avevo già in testa Alan
Ford.
A
proposito di rivoluzioni: lei ha scritto un bel fumetto ambientato durante
la Rivoluzione Francese, Fouché. Com'era nata l'idea per quella storia,
completamente diversa (come sempre) da tutto quello che aveva fatto
in precedenza?
La mia prima passione è la storia, con specializzazione della Rivoluzione
Francese. Il mio babbo aveva stretti rapporti d'affari con la Francia,
dove andava spesso. Ho passato tre mesi e passa, per due estati, lavorando
mezza giornata in una piccola casa editrice di Nanterre, nei sobborghi
di Parigi. Mi ero iscritto come auditore alla Sorbona così col tesserino
di studente potevo entrare tranquillamente negli archivi generali e
consultare tutti i documenti che volevo. Ho un archivio da fare invidia
al più competente degli storici. L'idea di divulgare ad immagini tutta
quella cultura mi venne dal momento storico che si viveva, una sorta
di rinascimento culturale, poi... l'imbarbarimento. Però ho in animo
di riproporlo a tiratura limitata e vendita tramite comic-shop.
Torniamo
a bomba: Satanik è forse l'unica eroina del fumetto che sia davvero
cattiva...
Satanik fu la portabandiera dell'emancipazione femminile e della
libertà d'espressione della donna. A quei tempi se una donna fumava
per la strada veniva presa per una prostituta! Sono un po' cambiati
i costumi, eh?
Kerry
Kross è stata un'altra sua eroina decisamente anticonvenzionale, anche
se molto più recente, ma non ha avuto il successo che immagino lei sperasse.
Come mai, secondo lei? A guardare le donne del fumetto di adesso mi
sembra che il pubblico cerchi personaggi femminili molto diversi...
Ritengo che Kerry Kross sia uno dei migliori, tra i tanti personaggi
da me creati. Una solida storia gialla, una sceneggiatura moderna e
ben ritmata, un personaggio anti-convenzionale: una lesbica, e qui sta
il problema. La prima volta uscì nel 1994 ed ebbe un'accoglienza davvero
tiepida: chiuse dopo 11 numeri. Nel 1998 lo riproposi scrivendo un lungo
antefatto, stavolta studiando a tavolino un lancio monstre. Conclusi
un accordo con la rivista Max, che aveva alte tirature, inserendo una
copia gratuita. Il costo dell'operazione era proibitivo ma mi aspettavano
un risultato ben diverso da quello che ottenni. Il problema era insuperabile.
Tra le tante chiacchiere di libertà di costume, la lesbica mi veniva
respinta. Recentemente ho fatto uscire un nuovo personaggio, Beverly
Kerr, in forma di mini-serie. È una giovane psicanalista con tanto di
fidanzato, coppia classica quindi, e ci ho messo Kerry Kross come co-protagonista.
I due numeri usciti di Beverly sono andati uno meglio dell'altro. Salvata
la forma...
Dopo
una quindicina di numeri ha trasformato Kriminal da fumetto veramente
nero in un giallo classico, allo stesso modo Satanik da "dark lady"
senza pietà è diventata una specie di giustiziera al servizio della
Legge. Cosa l'ha spinta a fare questi radicali cambiamenti? Problemi
con la censura?
Problemi? Una marea travolgente di denunce, sequestri, processi,
persecuzione della stampa, specialmente quotidiana, che era di un retrivo
impressionante. Personalmente ho avuto una ventina di processi contro
la morale pubblica. Sempre assolto in appello, comunque sono esperienze
non simpaticissime. Dovrebbero costruirmi un monumento, subito, senza
aspettare il mio trapasso, visto che grazie a me e al mio sacrificio
si è aperta una enorme libertà espressiva e creativa. Perché non lanciate
una sottoscrizione.
Ma
secondo lei quei personaggi, riproposti oggi in nuove storie, magari
adattate al mondo di oggi, incontrerebbero ancora il gusto del pubblico?
No. Quei personaggi erano stati di rottura, di trapasso, tra un
modo di esprimersi a un altro molto più libero e disincantato. Tanti
lettori nostalgici mi chiedono qualcosa di nuovo di Kriminal e Satanik
e magari qualche special lo farò, ma non mi aspetto grandi risultati.
Invece
cosa ne pensa delle versioni cinematografiche di Kriminal, con John
Saxon, e di Satanik, con Magda Konopka?
Li ho rivisti recentemente. Mi fanno tanta tenerezza.
Una
curiosità: da dove è nato il nome Max Bunker?
Max è Massimiliano, mio nome vocativo; Bunker è un soprannome datomi
dai miei compagni d'infanzia.
Usciamo
di nuovo dal genere: sono più di trent'anni che scrive Alan Ford. Ma
dove le trova le idee, ormai?
La realtà stimola la fantasia e sovente ne è di gran lunga superiore.
Con tutti i film d'azione, catastrofici vari, nessuno sceneggiatore
di Hollywood ha mai pensato che le torri gemelle di New York potessero
essere distrutte da un attacco suicida. La realtà è una grossa fornitrice
di spunti.
Ogni
tanto scrive anche i romanzi di Riccardo Finzi, al ritmo di circa uno
all'anno. Ne scriverà altri in futuro?
Nel 2000 ho scritto "Signori, vi presento il crimine"
e nel 2001 "Morte al tiranno", poi ho ristampato tutti gli
altri in un'unica serie. Ora sto scrivendone un altro, ma non so quando
sarà finito perché non mi pongo mai dei termini. Riccardo Finzi rappresenta
per me un sereno relax creativo che non deve essere inquinato da alcunché.
A
questo riguardo una cosa che mi incuriosisce, di Finzi: come mai ha
deciso di far invecchiare i personaggi?
Per adattarli alla realtà dei tempi. Se parlo delle torri gemelle
Finzi non può continuare ad avere 25 anni come quando fuori piove.
E
quanto è importante l'ambientazione milanese nelle storie di Finzi?
Beh: sono nato a Milano, vivo a Milano, i miei erano milanesi. È
una città non ben valutata nei suoi valori più semplici. Milano mi è
venuta naturale volendo fare un giallo autoctono, poi credo che la locazione
quando è reale e sentita sia anche trasmessa positivamente al lettore.
Nel
2002 ricorre il quarantennale di Maschera Nera, il personaggio western
che ha creato appunto nel 1962. Ha intenzione di fare qualcosa per celebrare
la ricorrenza e provare a riportare in auge un personaggio che in fondo
non meriterebbe di finir dimenticato?
Maschera Nera è il mio primo amore, il mio primo successo, il primo
personaggio che ho scritto ufficialmente. Era un western con mistero,
uno zorride con qualcosa in più della media dei western, che aveva in
Tex il suo faro. Maschera Nera portava un pizzico di humour ma anche
una notevole carica di violenza, un profumo che si sentiva nell'aria
e che ben presto avrebbe caratterizzato un'epoca. Inoltre per la prima
volta si portava un avvocato laureato in Inghilterra con la sua procedura,
innovativa per il rude west. Per il quarantesimo ho in programma di
fare un albo speciale e un libro a colori con le prime storie.
Un'ultima
cosa: Eureka è stata una delle riviste antologiche più di successo di
tutti i tempi. Come mai secondo lei quel tipo di riviste non ci sono
più, oggi?
È fuori di dubbio che c'è stata una regressione intellettuale, nel
nostro settore e in generale. L'epoca d'oro di Eureka fu durante un
periodo di vita della nazione molto intenso e sentito nei suoi valori
di cultura. Le ideologie e gli ideali che le sostenevano avevano anche
prodotto delle deviazioni tragiche, ma c'era un pulsare vivo, anche
se talvolta drammatico. Ora credo che un benessere indiscriminato e
un consumismo spinto sino alla negazione di qualsiasi valore interiore
abbia quasi ucciso qualsiasi concetto d'impegno. Quasi. La speranza
è sempre dura a morire...
Una
visione piuttosto dura, quest'ultima di Max Bunker... o è quella di
Luciano Secchi? Beh, comunque ci ha dato un'interessante visione delle
ragioni del successo, e dell'importanza, dei fumetti neri. Peccato che
secondo lui, ma non solo lui, i fumetti neri di una volta non funzionerebbero
più, oggi. Però poi... "la speranza è l'ultima a morire".
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