Pubblicato sul "MangaGiornale" #8

Perché riadattare un cartoon?

di Francesco Filippi


Adattare o riadattare un cartone animato non italiano implica fare delle scelte in base a certe motivazioni, scelte che implicano necessariamente conseguenze e responsabilità. Il recente riadattamento di una serie giapponese e di un lungometraggio disneiano hanno permesso di fare un confronto con le rispettive vecchie versioni, rivelando due modi antitetici di lavorare e soprattutto di considerare il grande pubblico televisivo e cinematografico.

Questa ricera nasce da una analisi de "La Spada di Re Artù", una serie televisiva prodotta nel 1979 dalla Toei Animation e che arrivò nel nostro paese qualche anno più tardi, adattata dallo Studio TN7. Quest'anno è stata ridoppiata da Mediaset e trasmessa all'inizio del '98 su Italia 1. Da un confronto fra le due versioni è emersa una scrupolosa e sistematica censura, ottenuta attraverso sottrazioni di immagini, manipolazioni di contenuti, semplificazione del linguaggio ed eliminazione dei brani. Anche se non è stato possibile operare un paragone con la versione originale giapponese, i materiali e gli strumenti a disposizione hanno portato comunque a dei risultati che possono stimolare ulteriori approfondimenti.

Analisi

Una prima differenza tra le due versioni italiane consiste nelle intonazioni, nelle sonorità delle voci dei doppiatori, sia maschili che femminili. Se vent'anni fa sono state scelte delle voci adulte, abbastanza profonde e impostate, oggi si è optato per voci indubbiamente più infantili e pargoleggianti, come quella di Artù, diventata decisamente adolescenziale, da sbarbatello sbruffone, nonostante questi abbia nella storia almeno una ventina d'anni.

Mentre sono rimasti sostanzialmente inalterati i rumori - anche se si possono segnalare alcune piccole sottrazioni (ad es. il vociare di sottofondo di un mercato) - a livello musicale manca una canzone in giapponese, che nella vecchia versione crea un sottofondo ritmico e avvincente durante un combattimento. Per nulla irrilevante è poi l'aggiunta del narratore, il quale riempie sistematicamente tutti i "vuoti narrativi", cioè i momenti in cui emerge la musica, dove il ritmo narrativo concede una pausa di riflessione, di distensione, di ascolto, momenti introduttivi, descrittivi, scene o sequenze che vogliono costruire una atmosfera. Non appena è terminato un dialogo tra due personaggi, non passano che pochi decimi di secondo prima che il narratore prenda la parola: a volte riassume gli avvenimenti accaduti, spesso finisce per risultare ridondante, altre volte fornisce anticipazioni (a scapito ovviamente della suspense e della sorpresa), altre volte ancora cade nel ridicolo, come all'inizio del 21° episodio, dove vi sono otto secondi di panoramica su un brullo paesaggio silenzioso, dove e si sente solo il vento fischiare. Ebbene, la voce narrante copre perfettamente questi otto secondi dicendo: "Un silenzio quasi spettrale regnava sul brullo territorio che circonda il castello di re Lavik. Solo il vento fa sentire la sua voce". Il risultato è che non è possibile ascoltare proprio la voce del vento.

Abbandonando la colonna sonora e venendo al contenuto dei dialoghi, ho rilevato che in alcune frasi esso è rimansto inalterato, mentre in altre è stato cambiato o censurato. Ad esempio sono venute meno le usanze culturali medioevali, che contengono elementi senz'altro scomparsi nella odierna quotidianità: in una scena in cui la sorella di Parsifal, affranta, si butta ai piedi di Artù, questi le dice: "Non inginocchiarti difronte a me, non sono un sacerdote", la risposta del principe è diventata: "Non inginocchiarti difronte a me, lo sai che non mi piace". La seguente frase di Isotta: "Perchè dici che Tristano è un traditore che ha abbandonato il suo paese? E' naturale per un giovane cavaliere specializzarsi nelle arti militari" è diventata:"E' semplicemente partito per un viaggio, non ha abbandonato il suo paese; ed è una cosa del tutto naturale per un giovane cavaliere". Ancora: Parsifal, volendo togliersi l'armatura per infilarsi quella di un soldato nemico tramortito, chiede a Guerrehet: "devi aiutarmi a togliermi l'armatura", che è diventato "dobbiamo levargli l'armatura".

Non ha ricevuto una sorte migliore neppure la religione cattolica, che è praticamente scomparsa: tutte le invocazioni, le preghiere esplicitamente rivolte a Dio sono diventate (tranne in alcuni rarissimi e inevitabili casi) delle invocazioni o dei desideri impliciti, quando invece non sono state tolte. Ad esempio, il rimorso mistico di un giovane traditore, sottolineato graficamente con una luce dal cielo, è espresso con le seguenti parole: "Signore, perdonami, ho fatto del male! Ho tradito il mio principe"; dopodichè il ragazzo implora perdono ad Artù. Questa frase è stata sostituita con delle insignificanti frasi che il traditore aveva sentito in bocca al principe di Camelot. Nel nuovo doppiaggio mancano inoltre tutte le esclamazioni come "Grazie a Dio, se Dio vuole, ecc...".

A volte invece sono stati tolti, stravolti o resi vaghi degli interi discorsi: 'Abbandonare il mondo per trovare sè stessi nella solitudine' (si sta parlando di un eremita) è diventato 'Ritirarsi a vivere in solitudine'. 'Ho lasciato decidere alla sorte per non prendermi nessuna responsabilità e non offendere voi due' si è trasformato in 'E' una maniera pacifica, per evitare qualsiasi tipo di discussione, così nessuno si farà male'. Il Cavalire Verde, un misterioso personaggio della serie, ha appena comunicato ad Artù la missione che deve compiere, per cui gli dice: 'Osserva! (si vede una mulattiera nella nebbia - con evidente significato simbolico) La strada da percorrere si rivelerà davanti ai tuoi occhi. La strada del tuo destino è già tracciata: non devi abbandonarla o sarai perduto!". Nella nuova versione invece dice: 'Guardate! In autunno l'erba comincia ad avvizzire e scompare nelle zone dove non arriva l'acqua: chi conosce le leggi della natura riesce sempre a trovare la strada giusta'. Ancora, Tristano commenta il riservato comportamento di Lancillotto nei confronti di una fanciulla di cui è innamorato: "Un vero uomo non parla mai delle cose più importanti che gli accadono". Che è diventato 'Non dovete aspettarvi un gran che da uno scorbutico come Lancillotto'. E una discussione sul codice d'onore (che è anche il titolo originale della puntata) è naufragata in un mare di nebulose frasi sul vero cavaliere. Volendo trovare un tratto identificativo comune a questi discorsi, si potrebbe rintracciarlo nel fatto che essi implicano un ragionamento o magari descrivono una persona che pensa, come nel caso dell'eremita.

Le "innovazioni linguistiche" però non si fermano ai contenuti, ma investono anche la scelta dei termini: tra le espressioni che sono state eliminate si possono distinguere tre sottocategorie: le parole "tabù", i termini frequentemente evitati e vocaboli abbassati di grado. Fra le parole (una ventina circa) che assolutamente non compaiono nel nuovo doppiaggio troviamo 'ammazzare', 'demone', 'morire/morte', 'sangue', 'uccidere', che sono stati rimpiazzate (quando lo sono state) ad esempio da fare fuori, imbroglione, elimitare, fare una brutta fine, ecc., mentre termini evitati sono ad esempio 'tagliare la testa' (che è diventato vincere), 'vendersi' (essere consigliati), 'onore' (regole). Un numero invece più cospicuo di vocaboli è stato semplicemente abbassato di grado: 'vi devo la vita' (grazie a tutti!), 'la sorgente di ogni male è stata distrutta' (che sollievo state bene!), 'le tenebre' (una nuvola nera), 'torturare' (tormentare), 'non rinuncio al piacere di ucciderlo' (e non gridare, non sono sordo!) ecc. Di fatto si può ricostruire un climax discendente: uccidere > eliminare > sbarazzarsi di > catturare > fermare. Se vogliamo avere un quadro più esaustivo della situazione, sarà bene non dimenticare che la zia che 'odiava la violenza' è diventata la zia dolce e generosa, mentre la dichiarazione di Artù 'Faccio anch'io un giuramento: non perdoneremo coloro che disprezzano e calpestano la vita umana. Li combatteremo fino allo stremo delle nostre forze!' è diventata 'Ti ricorderò sempre, cara zia. Non dimenticheremo mai il tuo nobile gesto e prometto solennemente che presto giustizia sarà fatta'.

Tra la vecchia e la nuova versione di Artù vi sono anche significative differenze nella qualità linguistica dei dialoghi, che ha conosciuto una sensibile semplificazione nell'edizione firmata Mediaset. Qualità in primis della raffinatezza e appropriatezza dei termini e delle frasi: 'incudine' (è diventato un blocco di ferro), 'appetitosa' (buonissima), 'bagliore' (luce), 'adagiare' (mettere), 'gravoso' (importante), 'mercanzie' (cose e cavalli), 'chiedo udienza' (devo parlare con), 'singolar tenzone' (semplicemente tolta), 'le tue parole son ambigue' (ma a chi credi di darla da bere?), 'concedere' (dare), 'rivolgere una domanda' (fare una domanda). L'elenco potrebbe continuare per molte pagine. E' da sottolineare inoltre che sono state tolte delle parole che potrebbero essere definite "inconsuete" nonostante esse siano accostate all'immagine a cui si riferiscono: è il caso di 'l'hai disarcionato!' (ce l'hai fatta!), 'ha fatto un cenno di assenso' (ha detto di sì) e 'folgore' - in questi casi si vede un cavaliere cadere da cavallo, Isotta piegare la testa e un fulmine che si abbatte su un castello.

Ancora, qualità e complessità delle costruzioni verbali: molti futuri anteriori, passati remoti, periodi ipotetici di secondo grado sono stati infatti rimpiazzati da infiniti, passati prossimi, imperfetti, sostantivi. Ecco qualche esempio: 'Sapevi che il ministro sarebbe venuto qui!' (Sapevi che stava arrivando l'amministratore!). 'Io sono Artù, che tu salvasti...' (che tu hai salvato). 'Il principe ha detto che avremmo potuto prendere il legname' (ha detto di venire qui e di prendere il legname). 'Neanch' io avevo previsto che ci sarebbero stati quei due' (Non ho preso in considerazione gli altri due cavalieri). 'Se il re non si trovasse qui, cosa succederebbe?' (Se il re non sarà qui, che cosa succederà?). 'Cosa? Vorresti che io fuggissi? (E dovrei passare per un codardo?).

Se tralasciamo la parte sonora e andiamo a considerare le immagini, da una parte ci accorgiamo che mancano le scene contenenti delle scritte in giapponese: ad esempio quelle che presentano sottotitoli, oppure quelle con la scritta "continua..." alla fine degli episodi. L'inquadratura in tal caso viene omessa, oppure fermata prima della comparsa della scritta oppure viene ingrandita come se si trattasse di una zoomata in avanti, in modo tale da escludere il sottotitolo dal fondo dello schermo.

Dall'altra parte emerge che sono state tolte tutte le scene che contengono il rosso del sangue, indipendentemente dal contesto e dal contenuto (violento o rassicurante). Mancano dalle grosse ferite che un soldato può ricevere in battaglia ad una bocca contusa durante un torneo. Un'intera sequenza è stata seppiata per trasformare da rossa in nera una macchia di sangue sulla fronte di un sovrano uscito malconcio da una battaglia. Un altro esempio di immagine che esprime "negatività" è costituito da un teschio, nel momento in cui esso si sofferma chiaramente sullo schermo, viene tolto (anche se è presente una musica dolce e rassicurante in sottofondo).

Nota metodologica

Fino a questo punto sono state analizzate le varie modalità di manipolazione a cui è stata sottoposta la vecchia versione di Artù. Ma chi garantisce che non sia stata proprio questa a suo tempo ad essere stata doppiata in maniera distorta e "inasprita" nei termini e nei modi, magari allo scopo di accativarsi maggiormente il pubblico? Perchè la nuova versione non potrebbe cercare di restituire agli spettatori la versione originale del cartone animato? Purtroppo per rispondere a questa obiezione non è possibile avvalersi dei nastri giapponesi, rinchiusi in chissà quale archivio italiano. Tuttavia si possono articolare ugualmente alcune considerazioni: innnanzitutto nella versione di Mediaset sono presenti numerosi tagli a livello filmico, dei quali si è già parlato. In secondo luogo non solo in Artù, ma anche in molti altri cartoni animati andati in onda su Italia1 e Rete4, nel nuovo doppiaggio si verificano delle palesi incongruenze tra il dialogo e le immagini: precedentemente si è ad esempio vista la scena in cui il Cavaliere Verde rivela ad Artù la strada del suo destino, rappresentata simbolicamente dalla mulattiera nella nebbia. Ora, scegliere di ripristinare l'originalità di un prodotto artistico presupporrebbe la volontà di restituire l'integrità dell'opera stessa. Limitarsi ad un recupero parziale dell'autenticità, pur potendo invece intervenire fino in fondo in una azione di questo tipo, significherebbe contraddire le proprie intenzioni. Per questo motivo è legittimo ritenere che le vecchie edizioni dei cartoni animati siano più autentiche rispetto alle corrispettive trasmesse da Italia1, anche laddove non sia possibile reperire una testimonianza diretta della loro autenticità.

Considerazioni e commenti

Ora che le differenze tra le due versioni sono state illustrate, è venuto il momento di provare a darvi una spegazione e soprattutto di ricostruire l'immagine di pubblico e di infanzia che vi sta dietro.

Innanzitutto è stato tolto qualsiasi riferimento al fatto che il cartone animato è giapponese - che si tratti di una sigla, di una scritta, di un sottotitolo, di una canzone, di nomi (non nel caso di Artù ma dei cartoons ambientati in Giappone): per quale motivo? In una intervista Alessandra Valeri Manera, responsabile delle trasmissioni a cartoni animati sulle reti Mediaset, ha risposto che "il cambio dei nomi viene fatto molto spesso perchè sono nomi impronunciabili" e che le scritte "non le togliamo certo per fare un dispetto a qualcuno, ma perchè pensiamo che il bambino piccolo non sappia leggere, quanto agli altri telespettatori non ci risulta che la maggioranza di essi conosca il giapponese". Prima di trarre conclusione occorre considerare qualche altro elemento: ad esempio che la fonetica giapponese è molto musicale e scorrevole, anche più della lingua italiana, né d'altra parte non sono mai stati segnalati, da vent'anni a questa parte, casi di fanciulli traumatizzati da un nome o da una scritta incomprensibile. Allora si tratta di razzismo nei confronti del Sol Levante? Direi proprio di no, anche perchè i cartoons nipponici, per il seguito di pubblico che hanno sempre avuto - spiegabile col la loro capacità di assecondare importanti bisogni immaginativi - hanno sempre fruttato tanti soldi a chi li ha trasmessi. E allora emerge l'ipotesi che non si voglia far apparire giapponese un cartone animato, perchè è ancora opinione diffusa in Italia che il cartoon nipponico sia necessariamente brutto, terrificante e diseducativo. E se qualche mamma si accorge che il suo pargolo sta guardando un programma "sospetto" è prontissima a distogliere il fanciullo dal teleschermo o da quel programma quando addirittura non decide di impugnare le armi della pubblica protesta. La qual cosa è assai paventata dalla stessa A.V.Manera: "Adattare una serie è un'operazione costosa, con un grande dispendio di energie, ma riteniamo che in questo modo la serie possa funzionare, o meglio, eviti qualunque tipo di problema". Quello però che rischia di passare inosservato è che i bambini di vent'anni fa sapevano benissimo che si aveva a che fare con cartoni giapponesi, li riconoscevano come tali e se ad esempio vedevano una giocatrice di pallavolo che poco credibilmente faceva allenamento con delle catene ai polsi, avevano modo di dire che almeno alcuni giapponesi hanno (o almeno raccontano) una visione del mondo diversa dalla nostra. Ora, privare un prodotto di riconoscibili elementi contestualizzanti, soprattutto se si ha a che fare con dei bambini, è una operazione quanto mai azzardata.

Il contesto è il primo strumento che si può utilizzare per decifrare la realtà, nel bene e nel male. Prima di accettare la suddetta ipotesi esplicativa porviamo ad indagare attorno ad altri elementi, come le parole che richiamano una negatività, le quali, abbiamo visto, sono state tolte o abbassate di grado. Dietro questa scelta si potrebbe supporre il seguente ragionamento: venendo meno ad esempio la parola morte, questa non viene neanche pensata, soprattutto dai bambini più deboli e indifesi, i quali, non essendo esposti a concetti negativi, hanno una occasione in meno per essere influenzati negativamente o traumatizzati. A parte la discutibilità e l'azzardo di una opzione pedagogica di questo tipo e soprattutto di questa entità, resta il fatto che qualcosa non quadra: come mai infatti la zia che 'odiava la violenza' (niente di più positivo ed educativo) è diventata la zia dolce e generosa? E perchè 'non perdoneremo coloro che disprezzano e calpestano la vita umana. Li combatteremo fino allo stremo delle nostre forze!' (discorso nobilissimo), è diventato 'Non dimenticheremo mai il tuo nobile gesto e prometto solennemente che presto giustizia sarà fatta?' Andiamo ancora un poco avanti: perchè il sangue, qualsiasi tipo di sangue, in qualsiasi tipo di situazione, non si può mostrare? La vista del rosso o la permanenza di un teschio sullo schermo sono davvero sempre "tossiche"? Prima di rispondere rimane da considerare l'altra faccia della medaglia: cioè che nella nuova versione di Artù si perde un'occasione per imparare che le lame tagliano e che il peggio che può capitare andando e facendo la guerra non è semplicemente cadere giù per una scarpata. Se la violenza è contestualizzata e gestita adeguatamente (e in Artù lo è senz'altro) essa può dare un importante contributo educativo e informativo. Il problema ancora una volta sembra però essere un altro, cioè evitare che mamme (più o meno riunite in associazioni) e psico-peda-esperti di età evolutiva si insospettiscano e "scatenino il finimondo", come dice A.V.Manera: sia le une che gli altri hanno necessariamente molte altre attività di cui occuparsi (da stirare i vestiti a condurre corsi universitari), per cui non hanno certo il tempo di vedersi con attenzione tutto quello che i loro bambini guardano, di studiarselo puntata per puntata. 'Passando' distrattamente davanti al televisore, non hanno modo di esaminare il contesto delle vicende, motivo per cui quest'ultimo non è un elemento preso in considerazione nella scelta degli elementi da togliere e perchè ad esempio una scena decisamente violenta ma confusa viene mantenuta. E se ci sarà senz'altro qualche telespettatore non-cattolico in più poichè i discorsi religiosi sono stati neutralizzati, tutti i genitori - sentendo la dolcezza e tenerezza delle voci - si tranquillizzeranno sapendo che i loro pargoli sono in sicure mani di bambagia.

Rimane a questo punto da prendere in considerazione ciò che invece non è appariscente: le usanze culturali diverse o storiche, la semplificazione del linguaggio, i discorsi che implicano un ragionamento. Una prima considerazione che si può fare è che l'incontro con un qualcosa di diverso dal ristretto quotidiano (culturale o linguistico) richiede uno sforzo cognitivo e soprattutto la pensabilità del diverso. Ed è indubbio che ciò comporti del disagio. Dall'altra parte è più facile essere intrappolati felicemente nei meccanismi dell'attuale, che diventano una necessità. Si potrebbe ipotizzare che queste nuove strategie di adattamento televisivo vogliano evitare qualsiasi tipo di disagio e assecondino (finendo per alimentare) l'umana tendenza a dipendere dal noto, il che significa estendere alla televisione il linguaggio e il pensiero più mediocri di ogni giorno. Un linguaggio articolato permette infatti un pensiero articolato e sottile, indubbiamente scomodo. E invece è comodo che il bambino trovi sui canali televisivi quello che si aspetta, il suo mondo che già conosce: dà illusione di onnipotenza, di controllare tutto e di avere tutto subito. Perchè il mondo dovrebbe essere diverso? Perchè il mondo dovrebbe cambiare? Perchè dovrei farlo io? Perchè dovrei cambiare canale?

Quando gli dei vogliono perdere un uomo, dicevano i greci [E. Bencivenga, "Giocare per Forza", Mondadori, 1995, Milano], gli danno esattamente quello che desidera. E non si può desiderare ciò che non si conosce. Se per raggiungere un obiettivo, ad esempio soddisfare una curiosità, è necessario compiere un viaggio, durante il tragitto ci costruiamo delle strutture, facciamo dell'altro e facendolo cresciamo e ci formiamo la nostra identità. Ma se abbiamo immediatamente quello che vogliamo (e che già conosciamo) senza fatica, rimarremo quelli che eravamo. O magari, a lungo andare, diventeremo molto meno di quello che eravamo; sempre meno differenziati rispetto agli altri, sempre meno consapevoli dei nostri limiti e delle nostre esigenze. Solo chi è abituato a giocare (il gioco è il miglior meccanismo adattivo dell'uomo), a muoversi attivamente negli interstizi, riesce a essere libero, a risolvere i problemi, a vivere bene. E' necessario però che sia abituato a farlo, allenato a trovarsi a proprio agio nel disagio di questi buchi mentali, a patto però che questi spazi gli vengano concessi. Quanti spazi per la riflessione sono presenti nella nuova versione di Artù? Praticamente nessuno, dal momento che il narratore li riempie tutti.

E' solo una questione di audience? Forse. Ma intanto come spiegare la seguente manipolazione? Artù e compagni stanno compiendo una difficilissima scalata per arrivare in cima ad una montagna e farsi dare il sacro scudo da un eremita. Ad un certo punto il piccolo Guerrehet non ce la fa più e vuole desistere. Artù allora lo incoraggia: 'Per fare cose importanti ci vuole sforzo e sacrificio'. Nella nuova versione è diventato semplicemente devi farti coraggio. Certamente per chi sta in alto è scomodo che chi sta in basso si convinca che con sforzo e sacrificio può arrivare in alto. E' più conveniente che ci si limiti a consolarlo.

Prima di concludere, e per dare un metro di misura in più per valutare il tutto, potrebbe essere utile fare un confronto con un altro doppio adattamento, quello di Lilli e il Vagabondo: due adattamenti in casa Disney a quarant'anni di distanza. I dialoghi non sono stati modificati di una virgola se non quando il parlare quotidiano conteneva temini decisamente datati: ad esempio 'canile' (come casetta del cane) è diventato cuccia e 'codesto modo' si è trasformato in questo modo, oppure 'eziandio', che è stato tolto. Là dove vi era un altrimenti non comprensibile cartello in inglese sono state sovrapposte le corrispondenti parole italiane. Non si tratta di semplificazione linguistica, il livello del nuovo doppiaggio non è inferiore al vecchio e sono rimaste parole "negative" come 'assassinare'.

Ma allora quale immagine di spettatore risiede dietro le scelte del riadattamento di Artù? Apparentemente, e stando alle dichiarazioni di A.V.Manera, vengono tolte le "sequenze che un comitato con degli specialisti dell’età evolutiva - quindi psicoterapeuti, insegnanti... - hanno segnalato che possono creare dei problemi ai bambini". Ad esempio "rappresentazioni per noi difficilmente accettabili e per 'noi' non intendo persone adulte, ma in particolare il nostro pubblico dei bambini: dobbiamo pensare che noi siamo una nazione con un’educazione cattolica". Insomma una televisone che ha a cuore l'infanzia e la fiducia del pubblico. Ma ad uno sguardo im maggior profondità emerge una immagine di pubblico e di infanzia ben diversa: cioè di mero sfruttamento: innanzitutto hanno molta più rilevanza le mamme dei loro figli: l'importante è che queste credano di avere in casa una baby-sitter affidabile, indipendentemente dal fatto che lo sia davvero. E i piccoli telespettatori contano nella misura in cui subiscono beati la televisione (e la vita) senza cambiare programma.

A questo punto, qual'è il peso di tutta questa dissertazione? Come dice la pur ribelle Julia in 1984 di Orwell, sono tutte fesserie e quindi che gusto c'è a preoccuparsene? Tanto sono solo cartoni... Sarà, ma intanto un bambino guarda mediamente la televisione due ore e mezza al giorno, questo tipo di esperienza lo coinvolge e lo interessa molto, senz'altro più della scuola, tra i programmi più amati (non solo dai bambini) ci sono i cartoni animati, il cinquanta percento dei quali (circa sei ore al giorno) viene trasmesso dalle reti Mediaset. Sei ore di Mediaset al giorno sono molte o poche? Senz'altro non sono poche, ma fortunatamente nella nostra vita non ci sono solo i cartoon. Il problema però si aggrava tenendo conto che non viviamo e cresciamo in una società per il resto sana. Basti pensare che in una situazione simile si trovano molti settori dell'intrattenimento, a partire dai giochi-giocattoli per piccini e per adulti. Si può fare qualcosa.