La fortuna di Cookiedi Robert Altman "I
registi tendono a prendersi troppo sul serio, e sono i giornalisti ad
incoraggiarli. In genere viene accettata l’immagine che proiettiamo
di noi: se siamo pomposi veniamo presi per grandi pensatori"
Non sono mai stato un fan di Robert Altman, non mi piace per nulla il suo modo di lavorare, ma devo ammettere che “M*A*S*H” è una delle più belle satire della storia del cinema. Per il resto la sua carriera non mi ha mai incantato, a partire da “Nashville” per arrivare a “I Protagonisti”, passando per “Braccio di Ferro” (!) e “Prêt-à-porter”. Eppure questo signore è considerato uno dei migliori registi viventi. Certo, va detto che negli ultimi tempi quelli migliori di lui sono morti, tipo Kurosawa e Kubrick, ma comunque la considerazione che la stampa ha avuto per lui è sempre stata altissima, almeno qui in Europa. Negli Stati Uniti, poi, si tende ad accentuare molto l’effettivo valore di chi si batte contro le istituzioni, contro chi detiene il potere. Altman, per quanto abbia fatto anche film “mainstream”, è sostanzialmente un regista indipendente che ha sempre lottato contro i produttori per imporre il suo punto di vista nella realizzazione del film. In questo lo appoggio al mille percento, ma continuo a non amare i suoi film, che non sono mai riusciti a colpirmi al cuore, un po’ la stessa cosa che mi succede con Wim Wenders. Comunque, le buone parole di una mia amica a riguardo di questo film mi avevano convinto ad andarlo a vedere, e ne ho approfittato per vederlo in lingua originale. Mal me ne incolse: come in fondo mi aspettavo sono uscito dalla sala deluso. “Cookie’s Fortune” sembrerebbe voler essere una commedia gialla, ma il film non convince sotto nessun aspetto: il ritmo è troppo lento e le battute veramente divertenti sono troppo poche. La musica (di Dave Stewart degli Eurythmics) è molto piacevole ma tende ad essere troppo ripetitiva e la fotografia è clamorosamente piatta (ed in un paio di occasioni ci sono dei fuori fuoco che non mi sono parsi per nulla voluti). Piatta è anche la regia del “Maestro”, se è per questo, ma immagino di rischiare il linciaggio da parte dei suoi agguerriti fans, per cui eviterò di criticarlo troppo, anche per non diventare noioso. Il manifesto italiano del film, oltre a perdere forzatamente il gioco di parole del titolo originale (che richiama i “fortune cookies”, i biscotti della fortuna dei ristoranti cinesi), è illustrato da un disegno di Milo Manara (ma perché Manara, poi?) che presenta tutti i personaggi del film. E in effetti il cast, in un film corale come questo, avrebbe dovuto essere la cosa migliore. Certo, per il pubblico italiano nomi come Patricia Neal, Julianne Moore, Chris O’Donnell, Charles S. Dutton, Donald Moffat, Courtney B. Vance, Ned Beatty e Lyle Lovett dicono poco, ma sono tutti attori di buon nome e discreto talento. A cui vanno aggiunte Glenn Close e Liv Tyler. Però a me questo cast non piace per nulla: O’Donnell (il Robin degli ultimi due “Batman”) lo trovo legnoso, Julianne Moore è in assoluto l’attrice che odio di più al mondo, con Glenn Close buona seconda (Helena Bonham Carter terza), Lyle Lovett lo trovo un eccellente cantante ma è privo di qualunque espressione facciale che non sia quella di un cadavere, Liv Tyler mi sta semplicemente antipatica. Però i personaggi sono interessanti, sono dei “tipi” perfetti, sono quei classici personaggi un po’ (tanto) fuori di testa che ti aspetteresti di trovare in una classica cittadina della provincia statunitense, e sono tutti diversi, giustificando così il cartellone corale. Però la recitazione non mi è sembrata gran che, con l’esclusione di Charles S. Dutton e Patricia Neal, facendo così cadere qualunque interesse da parte mia per questo film. Una sceneggiatura più che discreta, con dei personaggi molto interessanti ma una storia raccontata in maniera troppo lenta e poco convincente. Devo ricordarmi di non seguire più i consigli cinematografici di quella mia amica... In this place in 1897 nothing happened.
|