|
Alberto Cassani, 27 Maggio 1998: Movimentato |
Cecchi
Gori
|
Le
ali dell'amore
di Iain Softley
“Il
conflitto, la tensione, è la forza principale in ogni tipo di
lavoro drammatico. Non ci può essere un film che ne sia
privo. Allo stesso modo, il conflitto deve essere ciò che guida
ogni singola scena.”
Patrick Cirillo - “Scr(i)pt”, Maggio/Giugno
1996.
Tensione.
È questa la parola chiave de “Le ali dell’Amore”. Fin dall’inizio,
in ogni singola scena. E questa scelta contribuisce non poco a dare
interesse ad un film che altrimenti sarebbe potuto essere solo la storia
di un amore tormentato. Fin dalla prima scena ci sembra di aver sbagliato
film, di star guardando un giallo ambientato soltanto casualmente nella
Londra degli anni ‘10. Una donna sale in un vagone affollato della metropolitana,
un uomo le cede il proprio posto e lei lo guarda turbata, quasi preoccupata.
Il treno arriva alla stazione e i due scendono, come tutti. Si ritrovano
nello stesso ascensore, soli. Sentiamo che sta per succedere qualcosa,
sensazione esaltata anche dalla bella musica di Edward Shearmur. Sembra
quasi che lui le voglia saltare addosso, che la voglia uccidere... Invece
si baciano. Dolcemente, a lungo, appassionatamente. Beh, no, in fondo
siamo entrati nel cinema giusto, in fondo questa è veramente
una storia d’amore.
Non
ho letto il romanzo di Henry James, “Le ali della colomba”, da cui il
film è tratto, quindi non posso dire quanto questa riduzione
cinematografica ne sia fedele, ma sicuramente è ben riuscita.
Molto ben riuscita. Non c’è nessun tassello fuori posto, non
c’è nessun elemento di disturbo, nessun particolare esagerato.
Onore al regista Iain Softley, che mai avrei immaginato essere così
bravo dopo il terribile “Backbeat” e l’interessante, ma troppo tecnologico
rispetto a questo, “Hackers”. Mi chiedevo come mai la Miramax avesse
affidato la regia di questo progetto a Softley, o come mai a Softley
fosse venuta l’idea di dirigere questo film. Ora lo so: tutti sapevano
di poter fare un buon lavoro.
È
la storia di Kate, che la ricca zia vorrebbe sposata con un aristocratico
pieno di soldi, o almeno con uno di buona famiglia, ma che ama invece
lo squattrinato giornalista Merton. Quando a Londra arriva la corteggiatissima
Milly (“Sarebbe la regina d’America, se ne avessero una”), ereditiera
afflitta da un male incurabile, Kate approfitta dell’amicizia che l’americana
le offre e dell’attrazione che la nuova arrivata prova verso Merton
per orchestrare una storia d’amore tra i due che dovrebbe portare il
giornalista ad ereditare la fortuna di Milly alla sua morte, di lì
a pochi mesi.
Si
poteva metterla sul passionale, sul languido, sul tragico o sul lacrimevole,
invece la storia ci viene presentata semplicemente attraverso i personaggi,
la loro psicologia, fino a farne quasi un thriller. Raramente mi è
capitato di vedere dei personaggi così vivi, soprattutto in un
film in costume. Non ci sono manierismi o cliché in loro, non
vivono in un mondo da favola circondati d’oro e diamanti (beh sì,
sono circondati d’oro e diamanti, ma non ce lo sbattono in faccia),
non abitano in città irreali, vivono in una Londra “normale”
e quando si spostano a Venezia sono dei turisti che vogliono vedere
luoghi e persone, e noi li vediamo con loro, attraverso i loro occhi.
È questo, probabilmente, il successo maggiore di questo film,
che nonostante 4 nomination all’Oscar ha portato a casa solo poco più
di 20 milioni di dollari ai botteghini americani. Onore allo sceneggiatore
Hossein Amini, già autore della sceneggiatura di un altro bel
film tratto da un classico della letteratura: “Jude”, di Thomas Hardy.
Amini è stato capace di far scorrere via la storia senza pesantezze,
dosandone la lunghezza (un’ora e quaranta, nulla in confronto ad altri
“classici” mattoni), costruendo scene interessanti e facendo dire ai
personaggi un sacco di splendide battute, meritando pienamente la nomination
all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. A quanto mi hanno
detto, poi, è stato molto bravo anche nel ricreare la bellezza
del linguaggio dell’epoca, cosa che però si è persa completamente
nel non eccezionale doppiaggio. Onore anche al regista Iain Softley,
per cui, come ho detto, non avevo la minima fiducia. Beh, mi sbagliavo.
Non c’è una sola scena che porta lo spettatore a distrarsi, come
è facile che accada in questo tipo di film; non c’è un
solo momento in cui lo spettatore viene colto da noia o disinteresse.
Molto merito va alla linea che Softley ha seguito, una linea che mette
i personaggi, e non gli ambienti, al centro dell’azione, e tiene alto
il ritmo e la tensione drammatica per tutto il film. Una pecca, a mio
parere, è il modo in cui è girata l’ultima scena, in cui
il dialogo avrebbe probabilmente avuto molta più potenza se fosse
stato pronunciato in una situazione diversa. Non faccio commenti riguardo
la storia di base, perché immagino non si scosti molto da quella
di Henry James, e non avendo letto il romanzo sarebbe ingiusto muovere
delle critiche.
Quando
lessi le note di pre-produzione, nel Giugno 1996, rimasi esterrefatto
dal cast: Helena Bonham Carter, Linus Roache, Elizabeth McGovern, Terence
Stamp, Charlotte Rampling, Alison Elliott, Alexander Jennings. Grandi
star insieme ad attori di talento; si preannunciava un buon film, non
fosse stato che per il regista. In realtà gli attori sono proprio
quello che è venuto a mancare, almeno alcuni. Elizabeth McGovern
si aggira per lo schermo aprendo bocca una volta ogni mezz’ora, sorridendo
impacciata a tutti; Charlotte Rampling pare imbalsamata; Terence Stamp
ha lasciato il ruolo del padre di Kate a Michael Gambon. Tutt’altra
storia sono i tre interpreti principali. Personalmente non ho mai potuto
sopportare Helena Bonham Carter e pensavo fosse troppo anziana per il
ruolo di Kate: non vedevo come, a 32 anni, potesse interpretare una
ragazza in piena età da marito. E infatti non può, ma
è perfetta nel ruolo di “femme fatale”, amante ambigua, traditrice
e manipolatrice. Ritenevo, al contrario, che Alison Elliott fosse troppo
giovanile per il ruolo di Milly, e questo era stato anche il mio unico
appunto per la sua performance in “La ragazza
di Spitfire Grill”, invece qui, con una acconciatura diversa (più
adatta all’epoca), è il volto giusto per il ruolo della malinconica
ereditiera. Roache (che non avevo mai visto prima), dal canto suo, interpreta
benissimo un personaggio che viene trascinato nel gioco sporco dall’amore
che prova per Kate, senza riuscire ad opporsi, senza neanche riuscire
a provare ad opporsi. Ma comunque la confezione finale del film funziona
benissimo soprattutto perché il regista è stato capace
di andare oltre i semplici attori per raccontarci la storia.
In
un’intervista di presentazione all’ultima notte degli Oscar Alison Elliott
aveva dichiarato che i costumi erano talmente perfetti, talmente belli,
che ci si dimenticava del fatto che dentro ci fossero delle persone
reali. Si era innamorata talmente tanto dei costumi che si era quasi
dimenticata che era lì per recitare. A parte l’esagerazione,
bisogna dire che il modo in cui Softley ci mostra i costumi e i luoghi,
non distrae lo spettatore, neanche nella scena ambientata durante il
carnevale di Venezia. Questo film non è l’apoteosi della porcellana
e del velluto come i film di James Ivory (di cui la Bonham Carter è
stata grande interprete prima ancora di Emma Thompson), in questo film
gli ambienti ed i vestiti non sono ostentati, ma fanno da contorno alle
azioni dei personaggi, ne sono solo il perfetto sfondo; non colpiscono
l’occhio dello spettatore con colori ultra-vivaci, ma circondano i personaggi
con colori discreti. Spesso nei film ambientati in un passato più
o meno lontano i costumi vengono usati nello stesso modo in cui gli
effetti speciali vengono usati in un film d’azione, con lo stesso scopo:
colpire lo spettatore, farlo restare a bocca aperta. Non qui. In questo
film sono i personaggi, il loro modo di pensare e di agire, a colpire
lo spettatore. Probabilmente questo è costato alla costumista
Sandy Powell l’Oscar, che è poi andato a “Titanic” (pure questo?).
La nomination l’aveva ottenuta anche il direttore della fotografia Eduardo
Serra (Oscar vinto, stranamente, da “Titanic”), autore di una fotografia
scura, tagliente, profonda, capace di far sembrare blu scuro due occhi
azzurri. Il suo lavoro aiuta ad esaltare le cose importanti e a far
restare sullo sfondo ciò che sfondo deve essere.
Insomma,
“Wings of the Dove” è un film sorprendente: preciso, perfetto,
avvincente ma di poco successo. Evidentemente questo è il destino
a cui vanno incontro questo tipo di produzioni. Peccato, perché
sono convinto che se molti l’avessero visto avrebbero detto ad altri
di andarlo a vedere.
È
venuta qui per vivere, non per morire.
Titolo:
Le ali dell'Amore (Wings of the Dove)
Regia:
Iain Softley
Sceneggiatura:
Hossein Amini
Fotografia:
Eduardo Serra
Interpreti:
Helena Bonham Carter, Linus Roache, Alison Elliott, Elizabeth McGovern,
Charlotte Rampling, Michael Gambon, Alex Jennings, Ben Miles, Philip
Wright, Alexander John, Shirley Chantrell, Diana Kent, Giorgio Serafini,
Rachele Crisafulli
Nazionalità:
USA, 1997
Durata:
1h. 41'
|