7 Ottobre 2003

The Dreamers
Incontro con Bernardo Bertolucci
con inteventi di Gilbert Adair

a cura di Luciana Morelli


Alla presenza dei responsabili della Medusa, dello scrittore/sceneggiatore Gilbert Adair e di due degli attori protagonisti Eva Green e Louis Garrel, Bernardo Bertolucci ha presentato a Roma il suo nuovo lungometraggio dal titolo "The Dreamers" ('I sognatori') che giusto un mese fa al Festival di Venezia è stato accolto piuttosto freddamente dalla critica e molto più positivamente dal pubblico. Bertolucci si è offerto ai giornalisti senza alcun problema anche rispondendo alle domande più cattivelle sfoggiando la sua saggezza e la sua disponibilità da perfetto gentiluomo. Sentiamo cosa ci ha detto...

Perché secondo Lei il film ha ottenuto delle critiche un po' aspre da parte di spettatori e critica che fanno parte della sua generazione ed invece sembra essere piaciuto ai giovani?
Il regista Bernardo BertolucciBernardo Bertolucci - In effetti le controversie maggiori sono venute da chi, forse per l'età, ama tanto dare dei giudizi e puntare il dito su un'epoca importante come il '68.
Mi sembra altresì che sia fisiologico, e forse vale la pena - visto che mi avete fatto una domanda su questo argomento - precisare ancora una volta che a mio avviso le critiche più aspre al film sono state fatte proprio nel tentativo un po' revisionista di correre a dare un giudizio negativo su quegli anni e a maggior ragione sul '68. C'è secondo me ancora molto vivo nelle persone il tentativo di archiviare quel periodo rivoluzionario come qualcosa di profondamente negativo. E' un grosso errore questo, un errore storico ed un'offensiva ingiustizia. Pensate che qualcuno ha giudicato il film perfino senza averlo visto. Vorrei ricordare a queste persone che questo era il pensiero paradossale più in voga nel '68. C'era in quel periodo il vizio di dire "non l'ho visto, ma mi piace" oppure "non l'ho visto, ma mi fa schifo", era proprio una delle cose tipiche dello zoccolo duro di quegli anni.

Qual è la caratteristica che lei ama di più del suo film e che secondo Lei lo rende così intensamente retrò?
Eva GreenBernardo Bertolucci - "The Dreamers" non ha mai voluto essere un film 'storico', nel senso in cui uno immagina un cinema che racconta accuratamente la storia di quel periodo. Mi sono chiuso in una macchina del tempo insieme ai miei attori e collaboratori e ho cercato sempre di coniugare il '68 insieme con il presente. Non ho mai chiesto ai tre ragazzi di camminare come si camminava nel '68, volevo che loro restassero quello che sono: ragazzi di oggi che si trovano a confrontarsi con i ragazzi descritti nel libro da Gilbert Adair. Speravo si creasse un'alchimia tra loro ed era per me la cosa più importante. Non mi interessa più - o forse non mi è mai interessato - fare film semplicemente 'storici', mi interessa sempre e solo che il passato venga messo a confronto con il presente.

Come pensa si possa collegare quel periodo alla storia odierna?
Bernardo Bertolucci - Il film è molto avaro di scene in esterni ed in quelle poche occasioni in cui si sfugge alla claustrofobia (voluta) dell'appartamento parigino si vede pian piano nelle strade qualcosa che cresce e che poi esplode nel finale. Quella carica della polizia nelle scene finali che io ho molto allungato con il digitale, avrei voluto allungarla fino ad arrivare ai tempi di Genova 2001. E' questo il cordone ombelicale esistente tra il presente e il passato che volevo si sentisse nel film.

Cosa pensa dell'esclusione del film di Bellocchio dai premi più importanti del Festival di Venezia e delle polemiche scatenate a tal proposito?
Bernardo Bertolucci - Bellocchio è un regista che ammiro e rispetto enormemente, abbiamo percorso i nostri destini parallelamente per molto tempo dagli anni '60 in poi, ognuno per la sua strada ma credo sempre con molta curiosità l'uno dell'altro. Poi ognuno ha preso la sua via ma penso che sia stato molto coraggioso da parte sua presentare un film con un tema così difficile proprio a Venezia. Io non avrei sopportato lo stress se avessi deciso di partecipare in concorso. Non avrei retto al carico di ansia che un esame del genere avrebbe portato. "Buongiorno, notte" l'ho trovato un film straordinario, gliel'ho detto e mi spiace davvero molto che non abbia vinto.

Lo sceneggiatore Gilbert AdairNoi sappiamo che le trasposizioni dei romanzi non sempre sono facili e di solito si perde l'essenza dello scritto a favore dell'apparenza. Il suo lavoro di adattamento è stato difficile oppure le è stato facilitato dal fatto che è lei lo scrittore anche del libro da cui è tratto "The Dreamers"?
Gilbert Adair - Ho scelto di tradire il mio romanzo a favore del cinema. I produttori erano molto preoccupati di questo mio ruolo di scrittore-sceneggiatore perché temevano che mi sarei attenuto troppo al romanzo per non rovinarlo ma credo che questo non sia accaduto. Credo di essere stato onesto e di aver sostenuto e superato questa prova con successo. Ero però avvantaggiato in un certo punto di vista perché se c'era qualcosa nel romanzo che volevo non si perdesse e di cui ero particolarmente fiero potevo - come dire? 'recuperarlo' dal pavimento della cabina di montaggio e rimetterlo nel mio romanzo. E così è andata, mi sembra che abbia funzionato bene.

Sembra che il '68 sia stata l'unica epoca in cui l'idea e l'utopia di cambiare il mondo sia stata globale. Anche oggi assistiamo a piccole e grandi rivoluzioni in cui si pensa di cambiare il mondo a livello locale. Cos'è che secondo lei rendeva il '68 così universale?
Gilbert Adair - Quello che è importante nel film e nel romanzo è un 'dato' spazio-temporale. Si parla tanto di città 'post': post-moderna, post-ideologica, post tutto; siamo consapevoli di vivere 'dopo' una grande convulsione. Il momento che Bertolucci ha ricostruito nel suo film - il Marzo-Aprile del '68 - è il momento del 'pre'. Lui cattura, coglie qualcosa che si sta per verificare, l'alba di un qualcosa, e penso che non sia un caso che a Venezia i due principali film italiani presentati siano proprio "The Dreamers" e quello di Bellocchio. Uno che torna all'origine di quell'esperienza straordinaria, agli albori, e l'altro che descrive in qualche modo come quell'esperienza si è conclusa.

Perché secondo Lei è stata quella l'ultima grande rivoluzione internazionale?
Gilbert Adair - Non so perché, davvero non lo so. Ci è stato chiesto perché questo titolo, "I sognatori": cosa sognavano questi ragazzi? Come ogni sogno, anche il film contiene un'esperienza vivida, intensa e così difficile da comunicare: il 'dopo', il risveglio. E' vero: tutti credevamo di aver fallito, che il mondo fosse sempre lo stesso e che nulla era cambiato. I meccanismi che il '68 ha innescato sono stati molto sottili, quasi impercettibili, non come gli effetti delle grandi catastrofiche rivoluzioni della Russia o della Cina, ad esempio. Il valori del '68 si sono inseriti insidiosamente nella società e si sono fatti strada pian piano per poi trasformarsi e dare vita a molti movimenti. Il seme di tutto è stato piantato in quell'epoca e ha dato vita al movimento femminista, a quello della liberazione dei gay, al movimeno ecologista e direi anche all'antiglobalizzazione dei giorni nostri. Sono tutti semi che hanno germogliato lentamente dal '68 ai giorni nostri.

Eva Green e il regista Bernardo BertolucciCosa ha reso quel periodo così profondamente affascinante per Bernardo Bertolucci?
Bernardo Bertolucci - Non vorrei sembrare nostalgico, ma obiettivamente penso che non ci siano stati altri momenti storici pervasi da questa specie di 'ambizione eroica'. Io nel '68 ero già grande, avevo 27 anni, e quindi avevo passato queste emozioni e vissuto quel tipo di avventure estreme già qualche anno prima, ai tempi del mio secondo film prima della rivoluzione. Quando poi è arrivato il '68, tutti hanno vissuto cose che io avevo personalmente già superato e forse per questo ho potuto esaminarle e viverle con più serenità.

Torniamo al finale del film. Il sasso che irrompe dalla finestra dell'appartamento sta come a segnare la realtà che irrompe nel sogno dei tre ragazzi. Non crede che questo sogno infranto, questo svegliarsi per piombare nella realtà dopo essersi rinchiusi in un piccolo mondo per sognare e sfamare il loro famelico bisogno di ideali, possa rendere meno potente il messaggio verso i giovani?
Bernardo Bertolucci - E' la vita che li sveglia da sonno, ma allo stesso tempo è proprio lo scambio tra il sogno e la realtà a giocare il ruolo più importante. Il primo si nutre della seconda e la condiziona. Mi sembrava proprio necessario che a quel punto succedesse qualcosa di molto forte. La realtà entra nella stanza e trascina i tre ragazzi per la strada, arriva un messaggio dalla strada che urla "dans la rue! dans la rue!" e loro vanno, vedono e ascoltano. E' il momento in cui si rompe questa specie di perfezione, questa armonia tra i tre. Il messaggio verso i giovani sta tutto in quello che loro vorranno leggerci... 


Percorsi tematici

The Dreamers - di Bernardo Bertolucci; con Michael Pitt, Eva Green, Louis Garrel.