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2
Maggio 2005 |
01
Distribution, 5 Maggio 2006
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Bittersweet
Movies
Il cinema di Dusan Makavejev
di Alberto Cassani
È
facile pensare ad Emir Kusturica se ci si chiede quale sia il regista
cinematografico più importante di quella che una volta era la
Jugoslavia. In realtà, c'è un regista molto meno noto
che ha però saputo ritrarre ancora meglio di lui il proprio paese
ed il suo popolo, con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi,
contraddistinguendo le proprie pellicole con uno spirito satirico non
da poco ed un'originalità ancora ineguagliata; ironizzando con
splendida lucidità sulla Guerra Fredda e sulla sua fine. E ne
ha pagato le conseguenze.
Dusan
Makavejev è nato il 13 ottobre del 1932 in una strada di Belgrado
intitolata ad un importante Re della Serbia del XII secolo e in cui
all'epoca si trovavano le ambasciate sovietica e cinese. Durante la
Seconda Guerra Mondiale, però, in quella stessa via fu stabilito
il Quartier Generale delle armate Naziste nel sud-est Europa, al cui
comando c'era Kurt Waldheim. Ma quella era una condizione cui la città
di Belgrado era abituata, avendo nella sua storia attraversato ben trenta
guerre.
"I film ci fanno da punto di riferimento, ci offrono una scappatoia
dalle cose della vita che non riusciamo a capire. Ci svelano le soluzioni,
o ci offrono un commento su ciò che succede intorno a noi".
E Makavejev ha potuto crescere in tempo di guerra in compagnia di film
e cartoni animati grazie anche alla cineteca di Belgrado, avvicinandosi
poi al cinema professionale girando cortometraggi e occupandosi di critica
mentre studia psicologia all'università.
Negli
anni Cinquanta, a seguito della nuova legge antitrust promulgata
negli Stati Uniti, gli Studios hollywoodiani iniziano a girare
film in Europa per contenere i costi, facendo così la fortuna
di produttori come Dino de Laurentiis. Fu in questa curiosa situazione
che Makavejev dirige i suoi primi lungometraggi, "Man is Not a
Bird" (1965) e "Un affare di cuore" (1967). Si tratta
di due pellicole dal canovaccio classico, drammi sentimentali piuttosto
neri girati con due lire. Il suo stile è già dagli esordi
estremamente particolare: risente fortemente dell'influenza del cinema
underground, si basa sulla giustapposizione di concetti più
che sulla sequenza di immagini. Il suo beffardo senso dell'umorismo
fa da perfetto contorno alla visione che Makavejev propone della politica
comunista, un tema ricorrente in tutto il suo cinema.
Dopo
aver realizzato il curioso "Verginità indifesa" (1968)
- in cui mescola sequenze del primo film sonoro jugoslavo con cinegiornali
d'epoca e interviste moderne agli attori per realizzare qualcosa di
nuovo - nel 1971 gira "WR: Mysteries of the Organism", un
quasi-documentario su Wilhelm Reich - lo scienziato che tentò
di misurare col metodo empirico l'energia sessuale e finì per
essere perseguitato da Hitler, Stalin e dal senatore McCarthy - e su
alcuni personaggi che mettono in pratica le sue teorie. Utilizzando
il materiale filmico come metafora del rapporto tra la Jugoslavia e
l'Unione Sovietica e facendo fare allo Stalinismo la figura di una repressione
sessuale di stampo freudiano, Makavejev si attira gli strali della censura.
Il film viene bandito in Jugoslavia e il regista pubblica un libro di
500 pagine in difesa della sua opera, ma anch'esso viene bloccato e
Makavejev è costretto a lasciare il paese e riparare a Parigi.
Il
suo film successivo, "Sweet Movie" (1974), è una coproduzione
internazionale finanziata da soldi pubblici ed esce nel nostro paese
con l'adattamento di Pierpaolo Pasolini, che fu capace di evitare che
la pellicola fosse censurata. "Sweet Movie", che prosegue
stilisticamente la strada tracciata da "WR", è un film
genialoide ma un po' confusionario, e Makavejev passa i successivi sette
anni senza riuscire a trovare un produttore per il suo nuovo progetto,
partecipando solo al film collettivo "Wet Dreams - Sogni Bagnati"
(1975) insieme con gente come Nicholas Ray e Lasse Braun. Non solo le
sue tematiche classiche spaventavano i possibili finanziatori, ma il
suo metodo di lavoro non era esattamente ortodosso. "La sceneggiatura
è un approccio verbale ad un mondo visuale. Potenzialmente un
film ha tutto un universo visivo da offrire, se lo costringi nella pagina
scritta ciò che ottieni sono solo un centinaio di pagine di dialogo
senza alcuna potenza visiva".
Negli
anni Ottanta il suo cinema si fa forzatamente più banale, mentre
Makavejev gira il mondo alla ricerca di produttori che vogliano ascoltarlo.
"Montenegro Tango" (1981) è beffardo come lo erano
le sue opere d'esordio ma dotato di ben pochi tocchi di genio; "Coca-Cola
Kid" è un piatto film commerciale di cui Greta Scacchi è
l'unica virtù; "Manifesto" è una confusa versione
filmica del racconto "Per una notte d'amore" di Zola.
È
solo con la caduta del Muro di Berlino che Makavejev sembra ritornare
al vecchio stile, anche se non del tutto volutamente. Proprio mentre
stava preparando un film sul Muro, prodotto dal governo della Germania
Ovest e dalla Tv pubblica jugoslava, il Muro cade. Makavejev cambia
allora completamente la storia, ma mentre si trova per la prima volta
a lavorare nel proprio paese dopo l'esilio scoppia la guerra civile
ed è costretto a lasciare nuovamente la Jugoslavia. Porta a termine
il film a Berlino, con meno soldi del previsto e girando molte scene
per strada, quasi si trattasse di un documentario o di una pellicola
del neorealismo italiano. In sala montaggio, ci aggiunge alcuni spezzoni
del film sovietico "La Caduta di Berlino" costruendo così
il passato del suo protagonista (i protagonisti del film di Chiaureli
sono i genitori del suo personaggio) e rendendo questo "Il gorilla
fa il bagno a mezzanotte" ancor più complesso delle previsioni,
viste le diverse citazioni in esso contenute al "Trionfo della
Volontà" di Leni Riefenstahl. Una pellicola, insomma, che
mescola influenze staliniste come hitleriane. Perfetto sunto della filosofia
di un regista capace di farsi beffe del comunismo come del capitalismo,
e che proprio per questo tutti hanno tentato più volte di zittire.
Un regista che ha poi realizzato anche una sorta di autobiografia filmica
con l'interessante documentario "A Hole in the Soul" (1994).
Un regista che per tutta la sua carriera ha raccontato storie alla Brecht
con lo stile di Godard.
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