Alberto Cassani, 26 Gennaio 1999: Spettacolare
Uip, 18 Dicembre 1998

Il principe d'Egitto

di Brenda Chapman, Steven Hickner & Simon Wells


“Il Principe d’Egitto uscirà in prima mondiale il 18 di Dicembre, ma è il primo cartone animato che si rivolge ad un pubblico adulto”
     Annalisa Spiezie - TG5 del 9 Dicembre 1998.

Quarant’anni di animazione giapponese buttati nel cesso. Tex Avery ucciso in un secondo. Ralph Bakshi dimenticato in un attimo. Complimenti vivissimi ad Annalisa Spiezie e a tutta la redazione del TG5!

Una scena“Prince of Egypt” è la prima vera produzione di Jeffrey Katzenberg da quando ha lasciato gli studi Disney e fondato la “Dreamworks” insieme a Steven Spielberg e David Geffen. A dir la verità la Dreamworks nei primi 4 anni di vita non aveva riscosso un gran successo, negli Stati Uniti i giornali si erano sbizzarriti ricamando su presunte liti tra i tre membri fondatori. In realtà l’unico problema reale era che Geffen, uno dei discografici più importanti d'America, pareva più interessato a spendere i propri soldi per promuovere i movimenti gay che a spendere il proprio tempo per sostenere col proprio lavoro il “piccolo” Studio. Certo, c’era anche il fatto che Spielberg nel 1994 era ancora sotto contratto con la Universal (che non ha caso ha prodotto “Il mondo perduto” e distribuito “Salvate il soldato Ryan”), e il fatto che le prime due produzioni della casa (i telefilm “Spin City” e “Ink”) non sono state esattamente un successone (“Spin City” si è rifatta col tempo), ma nessuno all'epoca considerava i tempi di lavorazione necessari per creare un film veramente bello (“Ryan” era stato preceduto da “Amistad” e “The Peacemaker”, per esempio). Infatti è stato solo quest’anno... pardon, l’anno scorso, nel 1998, che sono usciti i primi progetti veramente interessanti della SKG (dai nomi dei tre fondatori): “Small Soldiers”, “Deep Impact”, “Ryan” appunto, “Z la formica” e questa nuova versione della storia di Mosè.

Una scenaCredo che l’idea di Katzenberg fosse di provare a fare qualcosa che risultasse veramente magnifico, nel senso di grandioso, sfarzoso. Non si spiegherebbe altrimenti la scelta di un soggetto così impegnativo come film d’esordio, senza contare poi il problema di trattare una versione cinematografica del libro che è la base delle tre maggiori credenze religiose del mondo occidentale. Per farlo tutti gli animatori impegnati nel progetto sono andati in “vacanza” in Egitto per poterne riprodurre meglio la grandiosità. E ci sono riusciti, alcune sequenze sono veramente clamorose. La corsa delle bighe all’inizio (nessun riferimento a “Ben Hur”?) è molto bella, tutta la scena della traversata del Mar Rosso è incredibile, ma personalmente ho trovato assolutamente eccezionale quella del sogno, con Mosè intrappolato nei dipinti murali. Wow! E poi se questo fosse un film con attori reali direi che il direttore della fotografia è un mago, perché la diffusione delle luci e l’uso dei colori in alcune scene sono veramente ispirati. Magari qualche movimento di macchina risulta un po’ artificioso, e come spesso accade nei cartoni animati gli animali sono più espressivi degli umani (senza contare l’orrida camminata di Mosè), ma in fondo dire che i registi Brenda Chapman (co-sceneggiatrice di “La bella e la Bestia”), Steven Hickner (produttore di “Balto” e “We’re back! 4 dinosauri a New York” insieme a Spielberg) e Simon Wells (già regista di “Fievel sbarca in America” oltre che dei due film prodotti da Hickner) hanno proprio fatto un ottimo lavoro, miscelando animazione tradizionale e computer graphic in un modo che non infastidisce né distrae.

Una scenaIl compositore Hans Zimmer ha dichiarato di non aver mai visto “I dieci comandamenti”, e si sente. All’inizio questa “mancanza” l’aveva preoccupato, ma poi si è reso conto che in questo modo aveva la possibilità di fare qualcosa di veramente diverso. C’è riuscito in pieno perché la musica non è certo simile a quella che ci si può aspettare da un film come questo (intendo come soggetto, non perché sia un cartoon). Zimmer aveva ricevuto un Oscar per le sue musiche nell’unico vero capolavoro della Disney moderna, “Il re Leone”, ed era stato nominato anche per “Rain Man” nel 1988. Sono sue anche le belle musiche di “Thelma e Louise”, “Backdraft - Fuoco Assassino”, “Giorni di tuono” e “Black Rain”, tra gli altri. Insomma, è uno dei migliori compositori di Hollywood, lì a fianco di John Williams, Danny Elfman, Jerry Goldsmith e James Horner. Per questo film ha saputo comporre una colonna musicale molto bella, che svolge appieno la sua funzione di commento. Peccato che ci siano le canzoni di Stephen Schwartz a rovinare un po’ la cosa. Non mi sono mai piaciuti i cartoni animati in cui i personaggi, improvvisamente, smettono di parlare ed iniziano a cantare; per questo non andavo al cinema a vedere un cartone animato dai tempi di “Taron e la pentola magica”. Posso giustificarle in un film in cui la parte musicale è quella essenziale (come in quel grandissimo capolavoro che è “Nightmare before Christmas”), ma non in un film, presunto, “normale”. È per questo che “Toy Story” era un bel film, non per la computer graphic (anzi... andate a riguardarvi come sono disegnati gli umani), ma perché non ci sono stupide canzoni che interrompono l’azione e distraggono lo spettatore. Per fortuna qui le situazioni “liriche” sono poche, e nell’unico momento in cui vale veramente la pena di ascoltare le cantanti, cioè sui titoli di coda, le voci di Whitney e Mariah non sono state doppiate.

Una scenaUltimamente ci eravamo assuefatti a sentire, nei cartoni animati cinematografici, voci famose, spesso fuori luogo (Frizzi in “Toy Story”, Mietta ne "Il gobbo di Notre Dame"...). Questa volta il responsabile del doppiaggio ha preferito usare voci “classiche”, che ben si adattano ai personaggi e alla storia, come Roberto Pedicini e Luca Biagini per Mosè e Ramses. Lo so, non li avete mai sentiti nominare. È proprio questo il punto, Ferruccio Amendola non è bravo perché è Ferruccio Amendola, ma perché la sua voce si adatta benissimo alle figure di Stallone e Robert De Niro (anche se negli ultimi tempi qualcuno ha da ridire); se i distributori continuano a pensare che per far andare la gente a vedere i cartoni animati bisogna avere voci famose, i cartoni animati non ne escono proprio benissimo. Fatto sta che in questo caso le voci vanno benissimo, a parte un paio di sequenze in cui il doppiaggio sembra imperfetto.

Una scenaLa storia scivola via bene, senza momenti di rilassamento, ma un paio di cose vengono risolte in maniera non del tutto convincente, soprattutto per quanto riguarda i raccordi tra scene separate dal passare del tempo. Non ha importanza, comunque: “Il principe d’Egitto” è un gran film, che vi piacciano i cartoons o meno, che crediate nella Bibbia o meno. Gli effetti speciali computerizzati ottengono i risultati migliori solamente quando sono ben miscelati agli elementi reali e servono veramente a raccontare meglio la storia. Ne “Il principe d’Egitto” tutto questo avviene, molto meglio che ne “La bella e la bestia”, ad esempio. La sfida alla Disney l’aveva lanciata “Anastasia” ed ora l’ha raccolta la Dreamworks, sempreché non si provi che Katzenberg abbia effettivamente rubato i progetti di “A bug’s life” per creare “Z la formica”. Ad ogni modo, la guerra è cominciata. Finalmente. 

Lascia andare il mio popolo!


La locandinaTitolo: Il principe d'Egitto (The prince of Egypt)
Regia: Brenda Chapman, Steven Hickner, Simon Wells
Sceneggiatura: Kelly Asbury, Lorna Cook
Fotografia: ---
Doppiatori: Roberto Pedicini, Stefano De Sando, Oreste Rizzini, Maurizio Mattioli, Luca Biagini, Gabriella Borri, Antonello Rendina, Melina Martello, Neri Marcoré, Francesco Vairano
Nazionalità: USA, 1999
Durata: 1h. 39'