9 Gennaio 2007

La guerra dei fiori rossi
Incontro con Marco Müller

a cura di Emanuele Rauco


Ora molto interessante quella trascorsa alla saletta Rai Cinema di Piazza Adriana a Roma, prima della presentazione del nuovo film di Zhang Yuan alla presenza di Marco Müller, produttore del film ed uno dei massimi esperti italiani di cinema e cultura cinese (nonché direttore del Festival del Cinema di Venezia), Carlo Crivelli, compositore del film, e Jacopo Quadri, montatore. Più che un incontro col produttore di un film in fase di promozione, è stato una sorta di seminario sullo stato del cinema e della cultura nella Repubblica Popolare, condita dalle (non molte) domande dei giornalisti.

Ci parli del film e di questa nuova collaborazione con Zhang Yuan.
E' stata una collaborazione davvero importante e proficua, per diversi motivi. Intanto perché si tratta della prima coproduzione ufficiale tra Cina ed Italia. Anche se dobbiamo mettere ancora a fuoco qualche punto dell'accordo, è comunque il primo film in cui le responsabilità di produzione sono ufficialmente divise a metà: noi abbiamo partecipato, non potendo con gli attori - poiché anche i nostri migliori truccatori avrebbero potuto rendere asiatici i lineamenti italiani - con dei contributi tecnici, come quelli di Jacopo Quadri [montatore che ha già collaborato in film asiatici come "Tropical Malady", N.d.A.] e Carlo Crivelli [musicista e compositore per film, autore di uno studio sulla musica cinese, N.d.A.], che hanno davvero contribuito a dargli uno scatto verso qualcosa di notevole in termini di impatto e qualità che tutti, anche nei Festival in cui lo abbiamo presentato, hanno notato. Forse proprio questo qualcosa di diverso, questa marcia in più che il nostro contributo ha dato, assieme alla forza del film, tratto da un romanzo di Wang Shuo, lo ha reso il più grande successo nella storia del cinema indipendente cinese.

Com'è la situazione del cinema in Cina, soprattutto per quanto riguarda i rapporti col governo e la censura?
Difficile come sempre, perché anche se si è passati dal comunismo della rivoluzione culturale al liberismo selvaggio senza alcuna transizione, le autorità governative esercitano sempre lo stesso tipo di controllo, sia leggendo la sceneggiatura, sia durante le riprese, sia con la commissione di censura. Zhang, che non è uno che di solito viene a compromessi, avendo inventato assieme a qualche altro cineasta il circuito indipendente (ossia clandestino), stavolta voleva proiettare il suo film al più vasto pubblico possibile, vista la delusione nel vedere il nostro precedente film, "Diciassette anni", non proiettato nonostante avesse vinto il Leone d'Argento a Venezia, e così ha dovuto accettare le imposizioni della commissione, soprattutto nei confronti del finale, che in origine vedeva il piccolo protagonista togliersi i pantaloni e fare pipì di fronte alla sfilata degli stacanovisti. Anche così, il nostro film non ha comunque perso forza, anche perché quel finale sapevamo sarebbe stato il bersaglio principale della censura e forse, in parte, lo abbiamo fatto per concentrare la loro attenzione su quello. E poi così siamo anche riusciti a coinvolgere il pubblico non solo in Cina, raccogliendo 20 milioni di spettatori, che sono tantissimi se pensate che il film è proiettato in poche sale indipendenti, e non arriva che nelle grandi città. Per intenderci, il nuovo successo di Zhang Yimou ha raccolto 250 milioni di spettatori...

Qual è il significato, il senso, del film?
Volevamo fare un film che fosse in un certo senso una favola, che parlasse dei bambini e dei loro rapporti con gli adulti, specie con la scuola, proprio per raccontare il primo contatto con il mondo autoritario ed opprimente che, spesso, in Cinaè la regola. L'autore del romanzo è nella lista nera del Governo, quindi le attenzioni su di noi sono state enormi, ma siamo riusciti a superare le difficoltà e a fare un film che, oltre un racconto un po' fiabesco sulla ribellione dell'infanzia, è anche un film politico, senza cercare metafore enormi e ridondanti, su come in Cina vengono gestite le libertà e le ribellioni. Il finale, nonostante il cambiamento, mi sembra molto duro e triste, in proposito. Forse è un'apologia della trasgressione, come ha detto qualcuno, forse è solamente il racconto dell'educazione di un bambino diverso dagli altri.

Forse i compromessi di cui parli si sono fatti un po' troppo sentire? E come hanno reagito i cinesi alla collaborazione con dei maestri italiani?
Chiaramente se volevamo che il film fosse apprezzato da più tipi di pubblico era necessario fare delle modifiche, anche perché non volevamo mettere a confronto il bene o il male, non volevamo dipingere gli educatori come i cattivi del film, ma semplicemente ritrarli come le figure di un sistema che è lo specchio di un qualcosa di più grande, e che andrebbe rivisto. Non abbiamo potuto calcare troppo la mano con l'esercito o le istituzioni ma è un prezzo che abbiamo pagato sapendo che ci sarebbe stato utile, e che il film non sarebbe stato meno bello. I cinesi hanno collaborato con entusiasmo con la parte italiana della troupe, soprattutto perché io, Jacopo e Carlo conoscevamo bene la realtà asiatica, quindi siamo riusciti ad integrare la nostra sensibilità, le nostre capacità tecniche con una vicinanza, perlomeno in termini d'approccio, alla loro cultura ed al loro stile, certo, qualcuno ha storto il naso per l'aver rinunciato allo specifico cinese, soprattutto nelle musiche, ma si sono dovuti ricredere dopo aver visto il ritmo del montaggio e sentito la magia delle musiche.

In conclusione: dopo il successo in Cina, cosa si aspetta in Italia o in Europa?
Le stesse reazioni positive del resto del mondo. Abbiamo realizzato il film cercando di dargli un'aura atemporale, senza calcare troppo sul dove e il quando, per rendere più universale possibile la storia che abbiamo raccontato. Abbiamo scelto di non fare uscire il film sottotitolato perché volevamo portare in sala anche tipi di pubblico che di solito non vedono questi film, come i ragazzi, convinti che il potenziale spettacolare di questa specie di kolossal indipendente (scegliere e dirigere 130 bambini non è affatto semplice) possa essere apprezzato da tutti.


Percorsi tematici

La guerra del fiori rossi - di Zhang Yuan; con Dong Bowen.