La
regina degli scacchi
Intervista
a Claudia Florio
di Alberto Cassani
"Questa
è una storia vera, l'ha narrata uno dei protagonisti". Lei
come ne è venuta a conoscenza?
Ho parlato con delle persone che me l'hanno raccontata, però
la storia vera non è quella di una giocatrice di scacchi ma di
una ragazzina che aveva problemi derivanti dal fatto di essere stata
adottata. Il mondo dell'adozione è un mondo molto particolare:
i ragazzini che sono adottati, ai problemi dell'adolescenza aggiungono
dei disturbi loro. L'adozione lascia delle tare terribili, la maggior
parte dei ragazzi adottati non è come la protagonista de "La
regina degli scacchi" - che in fondo le sue ansie e le sue
angosce le convoglia concentrandosi nel gioco degli scacchi e rifiutando
invece dei rapporti umani e sentimentali - sono delle persone che hanno
problemi molto più forti. Generalmente sono... non so se dire
'disadattati', ma dei borderline...
Rispetto a Maria Adele, la protagonista della storia reale aveva altre
manie, altre psicosi, e io per darle delle caratteristiche che potessero
essere interessanti e che potessero far risaltare la sua intelligenza
e la sua capacità di concentrazione, ho pensato di farne una
giocatrice di scacchi. Gli scacchi mi permettevano di creare per lei
un mondo fantastico, un mondo dove conduceva le sue battaglie, per potere
in qualche maniera sfuggire alla realtà. E poi gli scacchi mi
hanno sempre affascinato proprio per l'uso della 'testa' all'interno
del gioco.
Anche
il tema della pedofilia è stata una sua invenzione?
La pedofilia c'entra marginalmente perché non è un problema
che riguarda direttamente la protagonista. Quando si scrive una sceneggiatura
è difficile essere precisi come in una partita di scacchi. Uno
scrittore cerca di inserire nel suo lavoro qualsiasi tipo di emozione
e questo allarga il campo d'azione, o lo specifica, e comunque influisce
nella costruzione della trama o di un personaggio. Io scrivo sempre
con certi tipi di impulsi, che possono essere delle emozioni o degli
avvenimenti di cronaca o un personaggio che mi ha particolarmente colpito,
o anche solo un aspetto di un personaggio reale.
Per
quanto riguarda l'aspetto scacchistico del film, come si è preparata?
Per scrivere la sceneggiatura mi sono documentata leggendo tutto quello
che ci poteva essere sugli scacchi, dai manuali pratici a tutta la letteratura
sull'argomento, da Stefan Zweig a Poe a tutti gli scrittori che hanno
scritto di scacchi.
Durante le riprese mi sono fatta appoggiare da alcuni Maestri di scacchi,
hanno preparato loro le partite che Barbora Bobulova
ha dovuto imparare pur non giocando per niente a scacchi, anche se viene
da un paese in cui il gioco degli scacchi è popolare come da
noi lo è il calcio. Per dare a Barbora
la necessaria familiarità con questo gioco, per farle capire
la psicologia e tutto quello che il mondo degli scacchi racchiude, in
modo che potesse muoversi in maniera credibile e potesse esprimere determinate
emozioni, l'ho fatta incontrare con questi consulenti. Lei poi è
una molto professionale: stava recitando in teatro a Torino e andava
nei circoli di scacchi solo per prepararsi al film. Si portava in giro
una scacchiera pieghevole per poter fare pratica nel gioco, e ha davvero
imparato a giocare.
Ci
sono invece stati esempi filmici, cui si è rifatta?
C'è stato un film che io ho molto apprezzato, "In cerca
di Bobby Fischer". L'ho fatto vedere a Barbora
per farle capire come doveva muoversi. All'inizio si vedono alcune sequenze
con Bobby Fischer e ci sono alcuni suoi atteggiamenti che io ho voluto
farle vedere perché ne prendesse ispirazione, perché potesse
rendersi conto dell'atteggiamento del giocatore vero all'interno di
una partita vera.
Mettendo
in scena le varie partite che Maria Adele affronta, quanta libertà
si è voluta prendere rispetto al gioco?
Sono stata
attentissima al gioco. Dato poi che io non sono una giocatrice di scacchi
e visto che un film non si gira in sequenza e una singola partita bisogna
ricostruirla diverse volte, per non incorrere in errori abbiamo sempre
avuto sul set diversi consulenti che controllassero la correttezza delle
partite. A me, poi, piace molto il montaggio di alcune partite, perché
ce ne sono alcune che hanno un ritmo più lento e altre che sono
state rese più cinematografiche, ma sempre in modo corrispondente
alla realtà. Ad esempio le aperture sono delle mosse quasi automatiche,
sono dei momenti molto rapidi, mentre in seguito il tempo si dilata.
Avendo anche il supporto dei consulenti, ho potuto montare delle partite
secondo me abbastanza suggestive dal punto di vista cinematografico.
Toni
Bertorelli è un attore di grande esperienza, Barbora
Bobulova era all'inizio della sua carriera italiana, Ettore Bassi
era al primo film. Com'è stato conciliare queste tre realtà
attoriali?
Io come regista
voglio lavorare con gli attori. Prima di girare il film abbiamo lavorato
due o tre settimane come se fossimo a teatro, provando tutte le scene
e facendo in modo di far acquistare familiarità agli attori con
i personaggi e tra di loro. Erano tre realtà completamente diverse,
tre fasi di un attore completamente diverse, con dei background
completamente diversi.
Ettore Bassi era il più inesperto e il più fragile dei
tre. È molto carino, molto perbene, molto educato, molto con
il senso della famiglia - e questo lo dico in un senso positivo. Però
era anche molto italiano: il sabato e la domenica se poteva scappava...
non c'era la totale concentrazione nel film che io avrei voluto, ed
essendo una persona alle prime armi ho dovuto lavorarci molto. L'ho
anche strapazzato, l'ho sgridato... Questo lo preoccupava molto, poi
però ha capito e si è concentrato maggiormente. Credo
che alla fine abbia fatto un buon lavoro.
Barbora
è una grande professionista, con dietro le spalle questa grandissima
scuola che è stata l'Accademia di Bratislava. Lì gli studenti
sono scelti e pagati dallo Stato, per cui la selezione è molto
forte: chi si impegna totalmente va avanti, gli altri vanno via. All'Actors
Studio chiunque paghi la retta può partecipare, a Bratislava
vengono cacciati se non ottengono certi risultati. Barbora si era immersa
totalmente nel film, non c'è stato un solo week-end in
cui lei sia anche solo uscita dall'atmosfera di questa ragazzina. È
molto piacevole lavorare con lei perché ti segue molto; come
tanti attori ha bisogno di essere guidata, nel senso che si da molto
ad un regista. Se c'è un regista che sa bene quello che vuole
può cavarne qualsiasi cosa; se invece è uno che non lavora
con gli attori, allora Barbora può dare una prestazione pessima.
Devo dire che, fra tutte le cose che ho visto, nel mio film dà
una delle sue interpretazioni migliori, perché riesce a fare
dei tic di una bambina... come quando è in casa con la mamma
e muove le ginocchia... tutte cose che lei ha pian piano tirato fuori
anche da sola.
Toni Bertorelli invece è una persona di grandissima esperienza,
quindi smaliziato, molto abile... gli ci vogliono tre secondi per capire
cosa vuoi da lui, e riesce a farlo subito. Con lui c'era molta più
collaborazione: "io farei questo, tu cosa faresti?". Lui e
Barbora, poi, già si conoscevano avendo
lavorato insieme nel "Principe di Homburg" di Bellocchio.
Barbora
Bobulova è molto credibile nel ruolo di una ragazzina di
17 anni, però lei ha deciso di farla doppiare...
Purtroppo
Barbora era agli inizi, era il suo quarto
lavoro in Italia ed era quasi sempre stata doppiata. Io avrei voluto
che recitasse con la sua voce, ma il suo accento sarebbe stato difficile
da giustificare e le dava comunque una cadenza estremamente lenta, per
cui sono stata costretta a doppiarla. Adesso è molto più
sciolta, è molto più credibile che interpreti un'italiana.
Non ci si pone più il problema del suo accento, ma allora mi
creava dei grossi problemi per la storia.
Però
ha scelto la voce di una doppiatrice che caricasse molto il fatto che
il personaggio fosse una ragazzina...
Io mi sono
occupata a lungo di doppiaggio e generalmente cerco doppiatori che possano
essere totalmente al servizio del film. Cerco di annullare completamente
la personalità del doppiatore e metterlo al servizio totale della
voce dell'attore che è in scena. Mi sembrava di aver scelto la
voce che più si adattava a Barbora, credo che la doppiatrice
fosse sua coetanea. Barbora nel film ha diciott'anni
- e li regge benissimo - mentre nella realtà aveva non dico dieci
anni di più, ma quasi...
Verso
la fine del film, mentre Maria Adele va in cerca della sua vera madre,
Sterlizia passeggia per strada e il suo cammino è interrotto
da una palla che gli rimbalza in mano. Non si può non pensare
a "M, il mostro di Düsseldorf"...
Esattamente,
è stata la cosa cui ho pensato io quando l'ho scritta. Era una
citazione per chi poteva essere in grado di capirla, ma anche una nota
di colore legata alla vita di Sterlizia, che è quotidianamente
a contatto con i bambini. Chi meglio di Fritz Lang in "M"
ha raccontato tutto questo? Io ritengo quel film un capolavoro proprio
nel senso che quella scena con la palla che rimbalza, in cui non viene
mostrato alcun tipo di violenza o di orrore, nell'immaginario di ognuno
di noi risulta molto più forte che vederlo in maniera grafica.
Tra
l'altro, quest'anno è uscito un film che tratta di pedofilia
- "The Woodsman", con Kevin Bacon
- e anche lì la violenza è solo raccontata. Però
è comunque molto efficace, come lo è nel suo film il monologo
in cui Sterlizia racconta un episodio di violenza nei confronti di un
bambino...
Ho letto diversi
trattati scientifici scritti da psichiatri che hanno raccolto delle
confessioni di pedofili. Quel racconto è totalmente reale.
"La
regina degli scacchi" è stato dichiarato un "Film
di Interesse Culturale Nazionale", ma ci ha messo oltre due anni
ad arrivare nelle nostre sale...
Questo è
un grandissimo problema del cinema italiano, che va sempre più
accentuandosi.
Io avevo presentato due sceneggiature a distanza di un anno l'una dall'altra:
la prima si intitolava "Commedia", ma poi il film si è
intitolato "Il gioco"; la seconda era "La
regina degli scacchi". Per riuscire ad avere le sovvenzioni
del Ministero per "Commedia" abbiamo dovuto aspettare qualcosa
come 6-7 anni, e quando è stato dichiarato "Film di Interesse
Culturale Nazionale" mi ci è voluto ancora più o
meno un anno per riuscire a trovare un attore di un certo nome - che
è stato poi Jonathan Pryce - per poter fare il film. Così,
mentre stavo finendo di girare "Il gioco", anche "La
regina degli scacchi" è passato come "Interesse
Culturale Nazionale" e sono stata cercata dai produttori, che avevano
fame di "Film di Interesse Culturale Nazionale". In questo
caso c'è stato lo stesso distributore che ha preso entrambi i
film, e ha preso "Il gioco" - che è un film più
difficile, più cerebrale - perché voleva "La
regina degli scacchi".
Non voglio fare confronti con altri paesi, dove hanno delle sovvenzioni
diverse - come in Inghilterra dove c'è la lottery o in
Francia dove hanno una serie di sgravi fiscali per i reinvestimenti
- e che quindi aiutano maggiormente l'industria cinematografica: noi
non abbiamo un mercato tale da poter coprire il costo di un film, perché
nel mondo si parla poco italiano e quindi i nostri film vanno poco all'estero.
Quella legge fatta da Walter Veltroni è stata molto importante
perché ha regolamentato un campo selvaggio e ha aiutato a dare
spazio a delle persone, delle idee, dei registi... ha aiutato a realizzare
dei film dando un prestito alla sceneggiatura. Purtroppo però
non tiene conto dei 'furbi' che si muovono in questo settore, che vivono
per incassare il contributo facendo il film solo con quello che ti da
il Ministero, che dovrebbe essere il 75% del budget totale, o
se sono ancora più mascalzoni spendendo anche meno di quello
che il Ministero dà in modo da intascare il resto. La stessa
cosa dicasi per la distribuzione, che ha una percentuale in base al
costo del film: fanno quattro-cinque grandi manifesti e poi se ne fregano...
C'è
anche il fatto che non è sempre automatico trovare un distributore:
ci sono molti film che sono stati prodotti attraverso il prestito dello
Stato - un prestito a fondo perduto se il film non rientra delle spese
- che non arrivano in sala perché non si è pensato di
dare obbligatoriamente una distribuzione, che può essere l'Istituto
Luce piuttosto che la 01 piuttosto che qualsiasi altra...
Sarebbe molto meglio ridurre la quantità di film prodotti ma
assicurare a questi film un'uscita di due settimane, dopodiché
è il pubblico che decide se il film piace o non piace. Ma questo
è sempre un discorso utopistico, perché per vendere un
film, come per vendere un paio di scarpe, c'è sempre più
bisogno di pubblicità. Tant'è che negli Stati Uniti la
distribuzione e il lancio di un film hanno costi altissimi, costi che
vengono considerati nel momento in cui viene preparato il budget.
In Italia no: ci si concentra sulla produzione e per la distribuzione
rimangono le briciole, mentre secondo me sarebbe molto più importante
concentrarsi sul lancio così da lasciare il film al vaglio del
pubblico, il quale affonda quelli che non gli sono piaciuti e invece
premia quelli che ha apprezzato. Poi bisogna anche fare i conti con
i vari esercenti, i quali molto spesso per avere il film hollywoodiano
importante smontano un film italiano anche se gli sta andando molto
bene e gli riempie la sala. Per cui, purtroppo, il mercato è
estremamente falsato, innanzi tutto perché i film italiani non
arrivano con sufficiente lancio, non sono sostenuti, e soccombono nei
confronti dei film soprattutto di provenienza americana. Gli altri film,
le produzioni europee, sono sempre produzioni di nicchia - magari bellissime,
magari le più belle e le più interessanti - però
penalizzate.
Realizzato
nel 1999 e distribuito nel 2001, "La regina degli scacchi"
è stato il suo ultimo film. Adesso a cosa sta lavorando?
Lo scorso
inverno ho realizzato un documentario sulle Marche, e ho scritto un
libro di cucina dedicato alle persone che hanno problemi cardiaci e
di colesterolo, di cui uscirà la seconda edizione a Natale. Adesso
ho delle idee per cose che potrei fare, ma non mi metterò a lavorarci
prima di qualche mese.
Sono molto scoraggiata dal panorama distributivo italiano, dall'attuale
situazione del nostro cinema. In un periodo in cui è difficile
trovare un produttore e ancor più trovare un distributore che
non sia interessato solo alle commedie all'italiana, in un momento in
cui i fondi d'Interesse Culturale Nazionale sono stati decimati e diversi
film sono stati bloccati, ho preferito restare alla finestra per vedere
come si sviluppa la situazione.
Tanti
suoi colleghi, invece, preferiscono fare televisione piuttosto che rimanere
inattivi
Questa è un'idea che condivido, perché in televisione
ci sono delle ottime cose, come il Montalbano di Alberto Sironi piuttosto
che "Perlasca, un eroe italiano" o altre. Sono cose di tutto
rispetto, che servono magari a far conoscere vicende sconosciute alla
maggior parte del pubblico, che raccontano le nostre origini, le nostre
storie... L'importante è che abbiano una dignità. Anch'io
avrei da proporre delle cose di televisione, in passato l'ho anche fatto,
però onestamente... tutto quello che io ho fatto, l'ho fatto
sulle mie uniche forze, non ho mai avuto - purtroppo, perché
magari ne avrei anche approfittato - padrini, raccomandazioni politiche
o simili. La televisione, invece, ha bisogno di questo, e quindi per
adesso non l'ho fatta. Però credo che, se fatta con dignità
e senza tradire se stessi, sia un modo molto efficace per arrivare al
grande pubblico. Marco Tullio Giordana aveva realizzato "La
meglio gioventù" per la televisione e poi è uscito
nei cinema... Insomma, dipende tutto da come si fa la televisione: se
uno fa dei film in cui fanno recitare certi attori che ti fanno accapponare
la pelle quando li senti, e che magari hanno delle velleità alte...
io non ce la faccio a dirigere persone di questo tipo...
Io non riesco a tradire me stessa, non è per un vanto ma non
riesco a fare un film che non andrei a vedere. Ci sono dei film che
avrei voluto fare e nei quali mi riconosco, e ce ne sono tantissimi
- tutti gli italiani puramente commerciali - che se anche me li dovessero
offrire non li farei, perché non ne sarei capace: non so da che
parte cominciare tra battute, battutacce, gag... Non tolgo nulla
a questi film, che possono anche essere interessanti per una grande
fetta di pubblico, però in questo periodo ho preferito diversificare
e fare documentari.
Io poi non accetto eccessive imposizioni: se mi avessero detto no sulla
scelta di Barbora Bobulova perché c'era
bisogno di una Ferilli - per fare un esempio, perché la Ferilli
è una brava attrice e mi piacerebbe lavorare con lei - non avrei
accettato, perché non sarebbe stata credibile, sarebbe stato
un classico esempio di miscasting che molto spesso i produttori
fanno fregandosene della storia. Tanti miei colleghi accetterebbero,
ma io non sono molto adatta ad accettare compromessi così pesanti
nei confronti di una storia, come non sono molto malleabile durante
le riprese. Quando mi viene chiesto durante le riprese o in sala montaggio
di cambiare qualcosa, se non è un'idea che condivido e che penso
possa migliorare il film possono passare sul mio cadavere...
Con
queste premesse, devo trovare una storia - che penso di aver trovato
- che possa essere interessante per me perché mi permetterebbe
di dire determinate cose, e che possa interessare ovviamente il pubblico:
non sto dicendo che non sia importante tenere conto del pubblico, è
importantissimo. Non voglio annoverarmi tra quelle persone che fanno
film sul proprio ombelico, io ritengo che i film debbano avere delle
storie, debbano raccontare... I film devono narrare... Storie
semplici, storie complicate, qualsiasi cosa... ma devono essere una
narrazione. Quando il cinema diventa semplicemente uno sfogo, una cosa
personale, io non lo condivido più. Allora bisogna trovare una
storia che sia giusta, che vada bene al pubblico, che possa piacere
e che possa suscitare emozioni. Finché questo non ce l'ho, aspetto:
non mi corre dietro nessuno.
Percorsi tematici
La
regina degli scacchi - di Claudia Florio; con Barbora Bobulova,
Ettore Bassi, Toni Bertorelli.
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