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Emanuele
Rauco, 7 Gennaio 2008: Intenso |
Lucky
Red, 11 Gennaio 2008
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Cous
Cous
di Abdellatif Kechiche 
E'
facile, o meglio comprensibile, parlando di un film, trovare le parole
e le sensazioni per definire un capolavoro: si può parlare della
perfezione della regia, la sublimità dello stile, l'intensità
del racconto, l'acume della messinscena, la bravura degli attori. Tutto
gira in tondo e funziona grandiosamente. Molto più difficile
è definire filmicamente un colpo di fulmine, perché si
rischierebbe di ricorrere a personalismi che non aiuterebbero il lettore.
Ma di fronte a film grandi, intensi ed emozionanti come questo di Abdellatif
Kechiche (Gran premio della giuria a Venezia quando tutti si aspettavano
il Leone d'oro) è difficile non ricorrere ai superlativi e a
non lasciarsi trascinare dalle emozioni, avvinti dalla verità
di ciò che passa sullo schermo.
Beiji
è uno stanco pescatore vicino alla pensione, che quando per l'età
è messo da parte deve cercare di reinventarsi per sé e
per le sua famiglia (amante e di lei figlia compresa); così decide
di aprire un ristorante di cous cous su una barca in rovina. Ma realizzare
il progetto sarà impresa quasi epica...
Scritta
dal regista adattando un vecchio copione con Ghalya Lacroix, è
una straordinaria commedia drammatica che mescola la coralità
umanista e sociale di Altman, lo spirito battagliero di Ken Loach e
la verve sensuale marittima di Guediguian con uno sguardo profondo
e totale sulla famiglia, sul mondo e sul cinema che è pura farina
del sacco di Kechiche (che al terzo film dimostra la stoffa del campione).
Ambientato
nella cittadina portuale di Sète, vicino Montpellier, il film
racconta la difficoltà e la bellezza della vita, i valori vitali
di una certa tradizione popolare - soprattutto se d'origine nord-africana
- messi in difficoltà dalla quotidiana spietatezza del mondo
d'oggi, ucciso dalla fretta più che dalla cattiveria, dalla burocrazia
più che dal cinismo. Un grande film sulla famiglia, i rituali
e le radici, raccontato attraverso i sensi e la sensualità (il
gusto, il tatto, la vista e l'eros), che però riesce a non fossilizzarsi
mai su un unico sottotesto e schiva lo schematismo grazie a una profondità
narrativa e stilistica che incantano.
Già
dalla prima sequenza, Kechiche evidenzia come i sensi e la carnalità
dei piaceri di tutti i giorni siano una delle chiavi di lettura privilegiate
per la comprensione del film, fatto di cibo, semola e cefalo (come dice
il titolo originale "La graine et le mulet") come simboli
di un desiderio di comunione e solidarietà in un mondo prossimo
all'individualismo. Ma la grandezza filmica della pellicola sta nella
meticolosa e ossessiva capacità di Kechiche di restituire la
verità di luoghi, persone e azioni, sfrondando tutto il superfluo,
reinterpretando fuori dagli schemi le convenzioni drammaturgiche, giocando
con le attese dello spettatore e il tempo del cinema conformemente inteso.
E
così la superba, e letteralmente straordinaria, regia di Kechiche
rimodella tempo e spazio filmici, fa coincidere le limpide immagini
di una messinscena (neo)realistica con una gestione maniacale della
suspense e dell'emozione cinematografica (come nella lunga e
maestosa cena finale), si attacca agli incredibili primi piani dei suoi
protagonisti e ne scava le emozioni per poi aprirsi alla semi-improvvisazione,
al dialogo in overlapping che ben presto diventa mezzo per comunicare
l'angoscia, negando allo spettatore vie di fuga (esemplari il pranzo
della domenica, o al suo opposto - anche visivamente - lo sfogo di Julia).
A supporto dell'impressionante lavoro 'plastico' della regia, la sceneggiatura
riesce a fondere perfettamente l'analisi della realtà e del quotidiano
fluire (di sapore Dardenne) con una sapienza e una precisione nella
costruzione del racconto, nell'organizzazione degli eventi, che rivelano
un'abilità quasi hitchcokiana.
Una
'maratona sensoriale e intellettiva' lunga 150 minuti, ma che definire
appagante è dir poco, che riesce a trasmettere tutto l'amore,
viscerale ma non acritico, per una cultura e per i suoi personaggi,
resi con straordinaria plausibilità da un gruppo d'attori quasi
dilettanti (tra i quali spiccano Habib Boufares e Hafsia Herzi, premiata
a Venezia) che semplicemente vivono sullo schermo. Un'opera sicura e
magnifica, in cui il regista, dopo averci conquistato con la sua visione
del cinema, ci fa innamorare con la sua visione del mondo lucida e speranzosa,
aperta al futuro ma lottando nel presente, intima e universale, commovente.
Come dicevamo prima, epica.
Percorsi tematici
La
schivata - di Abdellatif Kechiche; con Osman Elkharraz, Sarah
Forestier.
Titolo:
Cous Cous (La graine et le mulet)
Regia:
Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura:
Abdellatif Kechiche
Fotografia:
Lubomir Bakchev
Interpreti:
Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche,
Bouraouïa Marzouk, Alice Houri, Cyril Favre, Leila D'Issernio,
Abdelkader Djeloulli, Bruno Lochet, Olivier Loustau, Sami Zitouni, Sabrina
Ouazani, Mohamed Benabdeslem, Hatika Karaoui, Henri Rodriguez, Nadia
Taouil
Nazionalità:
Francia, 207
Durata:
2h. 31'
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