10 Febbraio 2004
Redrum
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la stanza di Jack Torrance
Mi
chiamo Jack Torrance. Sono solitario, abitudinario e schivo. Piaccio
alle donne ma non capisco perché e non ne approfitto mai.
Per il momento sono single convinto. E siccome è più
comodo, abito in un albergo.
Da giovane ho avuto ambizioni letterarie. Mi ero messo in testa
di fare lo scrittore ma non ha funzionato. Quando mi sedevo con
tutte quelle pagine bianche davanti non riuscivo a riempirle.
Ne stavo uscendo pazzo, e devo riconoscere di aver dato molto
filo da torcere alle persone che amavo di più. Mia moglie
mi ha lasciato e si è portata via mio figlio. Ero fuori
di me a quel tempo e mi è stato ingiunto dal giudice di
non avvicinarmi a loro. Una distanza di sicurezza di un chilometro.
Un'umiliazione profonda per me, perché in tribunale mia
moglie ha anche preteso la prova del DNA e all'improvviso è
saltato fuori che Danny non era mio figlio. Il mio piccolo Danny.
Ancora mi chiedo come Wendy sia riuscita a nascondermelo per tutti
gli anni che abbiamo vissuto insieme...
Adesso
non sono più tanto giovane (ma giovanile sì!), e
sono sceso a compromessi con me stesso. Gli altri scrivono, io
leggo, e poi racconto quello che mi ha colpito. Penso che leggere
sia come ballare: la musica ti deve entrare dentro, altrimenti
ti muovi come un legno. Il corpo deve vibrare, dev'essere scosso
dalle emozioni. E a me piaceva ballare tanto tempo fa, ero piuttosto
bravo. Mi sentivo il ritmo nelle gambe. Noi che assorbiamo emozioni
da mattina a sera sappiamo che significa.
Questo albergo in cui vivo da dieci anni è molto grande,
un po' fuori mano. Per me è la soluzione ideale perché
non devo rifare il letto, lavare la doccia, sturare il lavandino
e cose così. Posso dedicarmi interamente al mio lavoro.
Ho una stanza non ampia ma con una bella vista sulle montagne,
tende rosse, il bagno con la vasca. I mobili sono stile Ikea laccati
di rosso: c'è un comodino, un tavolino con una sedia dove
passo la maggior parte del mio tempo a scrivere, un piccolo frigo,
un mini armadio con l'anta a specchio. Qui le stanze hanno nomi
a seconda del colore, la mia è Redrum, la stanza
rossa.
Per
tanti anni ho immaginato che gli autori dei libri siano persone
diverse da noialtri. Parlandoci insieme invece mi sono accorto
che sono normali, normalissimi; sono come me, come te, come tutti.
Hanno solo più coraggio o, a seconda dei casi, più
disperazione. Per ognuno di noi si tratta sempre di avere a che
fare con la vita, cioè con qualcosa di veramente impegnativo.
Così, a un primo impatto, i libri con la vita c'entrano
come i cavoli a merenda, vorresti la torta e t'arriva una verdura.
Allora si tratta di scendere a compromessi: se non riesci a vivere
la vita che vorresti, con un libro puoi fingere di viverne un'altra
migliore. Entri dentro un mondo che per un po' ti fa dimenticare
le bollette, le frustrazioni, la tua vita da sfigato. È
come un reality show televisivo ma con l'ingrediente
della fantasia: il libro dura di più, l'attore lo fai a
tua immagine e somiglianza, le scene te le modelli addosso.
Ieri, ho letto sul giornale che a Roccella Jonica un uomo ha sparato
al tizio che doveva riparargli il televisore: dopo un anno non
gli aveva ancora restituito l'apparecchio. L'uomo si è
presentato a casa sua armato di fucile e l'ha fatto fuori. Con
i libri questo non succede. Non si guastano, non evaporano, non
scadono.
Ora
vi lascio e mi metto a lavorare per voi. Sono le sei e trenta
di mattina e qui sul comodino ho molti libri che aspettano di
essere cominciati, letti e raccontati. Appena svegli, quando si
entra nel mondo è il momento migliore per leggere. Come
dice il proverbio, il mattino ha l'oro in bocca.
Jack
Torrance
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