Anche
libero va bene
Incontro
con Kim Rossi Stuart
a cura di Alberto Cassani
All'inizio
avevi pensato di girare un film tratto dall'Amleto. Come sei passato
da Shakespeare ad "Anche libero va bene"?
Ad un certo mi sono trovato con entrambi i progetti davanti e ho optato
per questo, perché essendo io un regista inesperto come un bambino
ho trovato giusto iniziare da un bambino vero, da un inizio... Però,
in fondo, Amleto potrebbe essere Tommaso diec'anni dopo...
Ma
cosa c'è di magico, nello sguardo di un bambino?
Niente, secondo me. Anzi, ci sono cose molto concrete... terrene, reali...
Siamo noi adulti che ci poniamo dei problemi un po' più effimeri.
La mia sensazione è che nasciamo con una perfetta consapevolezza
del vivere, e durante il percorso della nostra vita la perdiamo, forse
per ritrovarla nella vecchiaia...
Dal
punto di vista visivo come hai immaginato il film, considerato anche
che nelle tue intenzioni avresti voluto solo dirigerlo e non anche interpretarlo?
La costruzione visiva era un punto fermo del film: la ricerca di un'immagine
semplice, il più vicina possibile all'ottica umana... un'immagine
non in movimento se non per seguire i movimenti dei personaggi... erano
punti assolutamente fermi, al di là dell'attore che poi avrebbe
interpretato Renato.
E
come ti sei trovato nel doppio ruolo di regista e attore?
Inizialmente la cosa mi ha preoccupato alquanto. Oggettivamente ci sono
dei problemi tecnici notevoli, perché se come attore sono in
scena non posso stare davanti al monitor di controllo a guardare l'inquadratura.
Così, ho cercato di dirigere gli attori cercando di sviluppare
come delle antenne che mi permettessero di capire cosa stava accadendo
davanti alla macchina da presa. Questa è solo una delle tante
emergenze che ci sono state durante la preparazione e la realizzazione
del film, ma devo dire che alla fine tutto
questo mi ha dato una grossa spinta, mi ha dato grosso entusiasmo e
probabilmente anche molto coraggio, per gettarmi nelle cose senza riflettere
eccessivamente... Quello che ho capito, dirigendo questo
film, è che il regista ha un'urgenza tale che si ritrova
con le forze moltiplicate, ma questa urgenza non è condivisa
dagli altri membri della troupe e quindi i rapporti con loro
finiscono per essere molto delicati.
Nel
periodo in cui stavate girando, Barbora Bobulova
ha detto di te che come regista "sai quanto poco ci vuole per ferire
un attore", e che quindi quando dirigi gli attori "quasi
li accarezzi". Come hai maturato questo stile, al di là
ovviamente della sensibilità personale?
Tutti i registi-attori hanno la possibilità di avvicinarsi ai
colleghi con la voglia di tirar fuori il meglio da loro, con la voglia
di rispettarli, di non farli sentire scomodi... cose che spesso un regista
'puro' non riesce a fare. Io in questo lavoro ho messo insieme tante
cose, è difficile dire quale regista mi può avere influenzato
maggiormente.
Sicuramente
anche grazie alla tua guida tutto il cast offre un'ottima prova,
soprattutto i bambini...
Alessandro l'ho incontrato in una delle tante scuole in cui sono andato
a cercare il protagonista, mentre Marta si è presentata ad un
provino a Cinecittà. Questa è una cosa molto in linea
con le personalità dei loro personaggi: Tommi è un ragazzino
che non ama stare al centro dell'attenzione, mentre per Viola avevamo
bisogno di una bambina più estroversa... La grossa forza di Alessandro
è stata proprio la sua urgenza di esprimersi, e quindi il non
rimirarsi in uno specchio ma assimilare esattamente la realtà
interiore del personaggio per poi tirare fuori anche le proprie emozioni.
Io, tra l'altro, non ho fatto leggere il copione a nessuno dei tanti
bambini che ci sono nel film, tantomeno ho chiesto loro di imparare
le battute a memoria. Si trattava di costruire attorno a loro una dinamica
a loro familiare perché si potessero esprimere in totale libertà.
Una volta stabiliti dei paletti precisi nel loro percorso, se qualcosa
non la sentivano naturale si cambiava strada, anche se devo dire che
- quasi magicamente - loro arrivavano a dire quasi perfettamente le
battute che avevamo scritto nella sceneggiatura...
E
a livello di sceneggiatura, si nota una certa violenza psicologica che
in questo distanzia il film dal resto dell'attuale
cinema italiano...
Inseguire la verità è parte del mio percorso, impossessarsi
della realtà attraverso la finzione. E anche nel mio percorso
da attore è sempre stato un punto fisso, è una cosa che
ho sempre cercato di inseguire. Uno degli intenti del film era quello
di raccontare delle personalità complesse, contraddittorie, non
stereotipate - soprattutto in riferimento ai genitori. Abbiamo cercato
di costruire attorno al bambino protagonista una famiglia che lo mettesse
in difficoltà, perché in fondo il
film racconta di quanto l'infanzia possa essere un momento complicato,
fatto di solitudine...
C'è
qualcosa di autobiografico?
No, anche se indubbiamente ci sono delle tematiche che mi appartengono,
così come altre appartengono più da vicino ai miei co-sceneggiatori.
Comunque, mi piace pensare che il cinema debba essere fatto soprattutto
di psicologie e di atmosfere, e ricreare un'atmosfera significa averla
in qualche modo vissuta. In questo senso è stato molto importante
il lavoro che abbiamo fatto sul suono, abbiamo cercato di sfruttare
le caratteristiche dei luoghi dove abbiamo girato: abbiamo girato tutti
ambienti dal vero, non in teatro di posa. Nell'appartamento c'era sempre
un forte rumore di traffico, e alla fine quello che pensavamo potesse
essere un problema è diventato un pregio: questo suono piuttosto
ruvido e grezzo, che si sente costantemente, a mio avviso restituisce
una sorte di suggestione, questo traffico perenne che continua anche
di notte, che non cessa neanche nei momenti che per i personaggi sono
più delicati...
Pensi
di tornare dietro la macchina da presa, in futuro?
Sì, già adesso avrei molta voglia di rimettermi in moto
e pensare ad una storia. Io ho aspettato tanti anni prima di fare un
film come regista, non per mia volontà ma solamente perché
questo è stato il corso delle cose. La mia prima sceneggiatura
l'ho scritta addirittura quando avevo 19-20 anni, e c'è stato
un momento in cui sembrava stesse per entrare in produzione, poi però
saltò tutto...
Percorsi tematici
Anche
libero va bene - di Kim Rossi Stuart; con Alessandro Morace, Kim
Rossi Stuart, Barbora Bobulova.
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