|
22 Luglio 2002
Lamù
e dintorni
di Paolo Matera
Tre
sono le serie di cartoni animati che con più piacere estraggo
dall'infinito campionario di anestetici di cui furono costellati i lunghi
pomeriggi televisivi della mia infanzia.
Una
di queste è "Lupin III". Ma non tutto. Solo la prima
serie, che inspiegabilmente nessuna rete televisiva nazionale ha mai
più passato da decenni. Di quella mitica opera però, presentata
per la prima volta intorno al '79 o giù di lì, non me
ne rimane che una impressione vaga e indistinta, d'impronta emotiva
più che fotografica.
Chi è un po' più grande di me racconta di episodi sognanti,
quasi psichedelici, espressioni artistiche allo stato puro, che niente
avrebbero avuto a che fare con le commerciali serie successive. Il mio
personale ricordo è di un Lupin inquietante e dannato, messo
a cavalcioni su una sedia in stile viennese, con lo sguardo torvo e
strafatto di un Malcolm McDowell o di un Vincent D'Onofrio dentro un
primo piano di Kubrick, mentre dietro impazzano fiamme da girone dantesco.
E' con l'oblio che nascono le leggende.
Un'altra
quasi-leggenda, almeno per me, resta ancor oggi un cartone di derivazione
ungherese (strano ma vero), intitolato "La famiglia Mezil".
Anche in questo caso la normale amnesia infantile avrà finito
per mitizzare un prodotto che probabilmente così trascendentale
non era ad eccezione dell'impostazione di genere (una fantascienza semiseria
inserita in un contesto da situation-comedy), ma l'idea di partenza
di una delle serie (la seconda), col suo gioioso dare corpo all'archetipo
dell'immaginario infantile, potrebbe dettare le linee per una perfetta
industria dei cartoni: un lavoro fatto da bambini (o adulti-bambini)
per i bambini.
Il protagonista della serie in questione è Aladar, un tranquillo
ragazzino biondo di provincia, che ogni giorno verso sera sale di nascosto
sulla terrazza di casa portando con sé il suo indolente cane
parlante e la custodia del suo violino, dalla quale verrà fuori
come per incanto un enorme razzo gonfiabile pronto a sfrecciare nello
spazio siderale. Ogni puntata racconta dello sbarco in un pianeta sconosciuto
e dell'incontro con la relativa civiltà, passando per disavventure
paradossali e bislacche, e concludendosi invariabilmente con il ritorno
consolatorio sulla terrazza di casa, pure reso amaro dal ricordo di
dover finire i compiti. Tutto qua. Eppure, cosa si vuole di più?
Semplice e ingenuo, grandioso e inattendibile, forte e inarrestabile,
come la fantasia di un bambino, lo stesso che si sveglia di soprassalto
durante la notte e controlla se sotto il letto Babbo Natale non gli
abbia messa un'astronave gonfiabile con cui viaggiare nello spazio e
fare amicizia con gli alieni.
Ma
torniamo all'impareggiabile Giappone.
Il
cartone che più mi ha eccitato, nello spirito e nell'intelletto
- molto prima che la consapevolezza dell'età adulta mi consentisse
di godere malinconicamente solo dell'ironia sprezzante dei "Simpson"
- è senza dubbio "Lamù", il quale a differenza
dei precedenti mi vede felicemente accomunato a una vera e propria orda
di appassionati. Né può essere altrimenti: perché
"Lamù" è l'autentico e inimitabile prodotto
"per grandi e piccini", quello che t'accompagna fedelmente
lungo tutta l'ardua strada della crescita, dandoti sempre, fase per
fase, una diversa chiave per ridere sul sentimento che "muove il
sole e l'altre stelle", e cioè l'Amore. Amore in tutte le
salse: da quello guascone e poligamo di Ataru Moroboshi, alla petulante
e coniugale dedizione di Lamù, dal sospirato sogno erotico di
un'intera scolaresca per la ragazza in bikini tigrato, al tenero e quasi
filiale attaccamento di Ten al seno di Sakura, dal trasporto adolescenziale
e ipocrita di Shinobu a quello modesto e narcisista di Mendo, una straordinaria
galleria di personaggi primari e secondari, differenziati in base alla
singola capacità affettiva, che ci offrono ognuno la propria
personale interpretazione del sentimento umano più nobile con
le sue molteplici facce. Fra di loro, una complessa rete di relazioni
interpersonali è mantenuta in equilibrio instabile da ciò
che sembra costituire il vero principio motore di ogni episodio, ovverosia
l'inappagamento: le femminucce sognano Mendo, ma lui e gli altri maschietti
smaniano per Lamù, che a sua volta ama Ataru, il quale vanamente
indirizza la sua straripante libido verso qualsiasi soggetto traspirante
vagamente riconducibile alla categoria del sesso femminile che non sia
la sua consorte, non disdegnando perfino la corte a favore di Ryunosuke,
una ragazzina cresciuta da maschio per volere di un padre manesco, come
una specie di "Lady Oscar" in versione più rustica.
Soltanto nel corso dell'esilarante episodio in cui uno strano marchingegno
extraterrestre, nelle vesti di un novello Eros burlone, si divertirà
a dirottare le attenzioni dei singoli personaggi, il delicato ordine
affettivo verrà temporaneamente sconvolto.
Nonostante
il motivo dominante, sorprendente e al contempo vincente appare la scelta
da parte degli sceneggiatori e dei produttori di non esibire in alcuna
occasione la sessualità in modo esplicito, come invece è
accaduto per alcune serie successive di specie analoga, che hanno dovuto
subire l'onta della censura pur di essere trasmessi nelle reti occidentali.
"Lamù" non ha avuto bisogno di questo. Esso si muove
in un mondo pre-adolescenziale, nel quale il massimo della gratificazione
sessuale per un ragazzo è poggiare la testa fra le tette di una
donna anche solo per qualche secondo senza subirne punizione. In certi
momenti sembra di assistere alla versione orientale dei film con Alvaro
Vitali o del filone americano delle college comedies ("Porky's"
e consimili), ma in toni molto più soft.
In
realtà ciò che pone "Lamù" su un gradino
superiore rispetto ai suoi parenti più o meno prossimi, è
la sfrenata fantasia che si irradia in tutte le direzioni, assumendo
spesso le forme e il rango di una visionarietà quasi poetica,
e finisce per investire anche il campo di attività umana che
da esso trae la maggiore fonte di vitalità, vale a dire l'erotismo.
Così, per fare degli esempi, avremo modo di assistere a traversate
oniriche di abissi che danno accesso a sconfinati bagni frequentati
da discinte bagnanti; oppure alla discesa sulla Terra di una sexy aliena
vestita di un microscopico costume sadomaso in cerca di un individuo
di razza umana da usare per fini riproduttivi; o ancora, ciò
che rappresenterebbe di certo il massimo nell'immaginario di un voyeur
adolescente, a uno scambio di corpi con l'infermiera più avvenente
della scuola.
E' proprio nell'elemento voyeuristico che probabilmente potremmo ritrovare
uno degli elementi costitutivi fondamentali per operare su "Lamù"
una seppur rozza classificazione. Esso potrebbe infatti inserirsi in
quel genere di cartoni erotico-demenziali, assai in voga fra la fine
degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta, che trovavano nel desiderio
maschile inappagato e nella conseguente ricerca di visioni furtive che
lo surrogassero un vero e proprio Leitmotiv: si pensi al datato
"Bia - La sfida della Magia", nel quale le stesse immagini
che accompagnano la mitica sigla italiana dal martellante refrain
sono già tutto un programma, mostrando un enorme cannocchiale
che s'infila sotto la minigonna della maga protagonista; o anche al
riuscito e più recente "Arale e il dottor Slump", in
cui il disperato padre putativo della bambina robot, pazzo d'amore per
la maestrina di lei, arriverà ad impiantare negli occhi della
sua creatura un dispositivo elettronico collegato ad un televisore,
per assistere in poltrona al bagnetto che le due hanno in programma
di fare insieme. Non sorprenderà il fatto che l'ardita messa
in opera dello scienziato non sortirà gli effetti voluti, impantanandosi
nel vapore che farà appannare gli occhiali di Arale. Carattere
costante di questo genere, come già detto, rimane l'inappagamento,
e il dottor Slump, come voyeur, si rivela sfortunato almeno quanto lo
è Ataru nell'arte della seduzione.
Ma
"Lamù", lo ribadisco, possiede qualcosa in più
rispetto ai suoi compagni d'affiliazione, e se "Arale", benché
ottimo prodotto, non oltrepassa mai i caratteri della tipica comicità
giapponese fatta di smorfie, maschere e paradossi, il primo dimostra
una notevole conoscenza della cultura occidentale e degli strumenti
di cui si serve per ironizzare sulla realtà circostante.
Un fatto che lega "Lamù" ai lontanissimi "Simpson",
per esempio, è l'estrema perizia con la quale viene scimmiottato
il linguaggio cinematografico di genere, che poi altri non può
essere che il cinema di Hollywood. Gli episodi si succedono passando
con disinvoltura dalla parodia dello spionaggio a quella del noir, dal
sentimentale al giallo, dal poliziesco all'avventura spielberghiana.
Emblematico in tal senso è l'episodio che fa il verso all'imitatissimo
romanzo "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie, e mitica
è la puntata in cui tutti gli alunni della scuola, capeggiati
dal solito Ataru, decidono di saltare in massa la ributtante deiezione
della scuola per darsi alla macchia, ingaggiando con il Preside della
"Tomobiki" una vera e propria resistenza di quartiere, con
tanto di strategie da guerriglia, walkie-talkie e modellini del territorio
in scala.
Altro
strumento di derivazione occidentale è senza dubbio la satira
di costume.
Come ogni bravo sceneggiatore insegna, la buona fattura di una qualsiasi
opera di finzione si riconosce, tra le altre cose, dall'accuratezza
con la quale vengono disegnate le figure secondarie. In "Lamù"
tutti hanno qualcosa da dire, un tratto caratterizzante che li distingue
dagli altri e li eleva dal ruolo di comparse o semplici "tipi"
a personaggi veri e propri. Così il nevrotico e meschino Megane,
il frustrato professor Onsen, il borghese papà e la cinica mamma
di Ataru risplendono tutti di propria luce e non chiedono più
di una singola comparsata o una semplice battuta per strappare la risata.
Né sono da meno i personaggi "occasionali", quelli
che fanno la sortita in un episodio per poi ripiombare nel dimenticatoio
per lungo tempo: la perfida Ran, decisa sempre a vendicare i torti subiti
da Lamù nel lontano passato, la già citata Ryunosuke e
il suo violento padre, sempre impegnati in violentissimi match di lotta
libera, il bello e vacuo Tsubame, fidanzato di Sakura, e Rey, suo clone
extraterrestre affetto da mutismo nonché ex fidanzato di Lamù,
con la particolarità di trasformarsi subito in un orrido e gigantesco
mostro felino in coincidenza delle frequenti crisi di fame, senza che
ciò abbia l'effetto di evitare le moine della nutrita cerchia
di ammiratrici. Quale più inquietante metafora della dicotomia
aspetto-personalità?
Come
nella più rispettosa satira di costume, gli obiettivi dell'ironia
allucinata di "Lamù" sono quasi sempre l'autorità
e il potere, seppure ristretti al microcosmo cittadino (a volte proteso
verso il macrocosmo spaziale).
Così non sorprende che la religione e i suoi officianti, come
già nei "Simpson", sia presa molto spesso di mira,
naturalmente con riferimento alla realtà locale, dove il buddismo
fa le veci del cristianesimo, dominante nella comunità nordamericana.
Sakurambo è un sacerdote jettatore tozzo e con la testa grossa,
dai tratti simili a una qualunque statua del Buddha (chi da noi si permetterebbe
mai di prendere in giro uno con la faccia di un Cristo?), che passa
giornate intere a lamentarsi davanti al suo gatto e a cercare un posto
dove scroccare qualche piatto di spaghetti. La sua religione, fatta
tutta di superstizione e pantomime, assai lontana dalla spiritualità
proverbiale dei culti orientali, è un mezzo di sussistenza, un
modo come un altro per sbarcare il lunario. Perfino sua nipote Sakura,
l'avvenente infermiera della scuola "Tomobiki" nonché
aspirante sacerdotessa, perde di colpo tutta la femminilità e
la fascinosa seriosità, non appena s'affanna, gambe divaricate
e ramoscello d'ulivo in mano, per scacciare immaginari spiriti maligni
da malcapitati malati. Tutti i suggestivi e metaforici riti del Sol
Levante, attrazione delle anime più eremitiche dell'Occidente,
sono dunque ridotti a un mucchio di filastrocche ridicole e di movenze
goffe, con buona pace di chi non sa ridere dei simboli più intoccabili.
Non sorprende nemmeno che fra i personaggi presi più in giro
compaiano anche il professor Onsen, Mendo, e il padre di Ataru, ognuno,
a suo modo, rappresentante dell'autorità e della tradizione.
Il primo, patetico nel suo servilismo verso i superiori e nella pretesa
di domare una classe ingovernabile, è il prototipo del perdente,
la vecchia anima del Giappone imperiale che cede dinanzi all'avanzare
della modernità.
Sconfitto
dall'impari lotta coi tempi risulterà anche Mendo, ultimo discendente
di una nobile famiglia di samurai. Il suo ritratto in verità
non corrisponde all'abusata iconografia occidentale dell'aristocratico
decaduto, della raffinatezza feudale costretta ad abdicare in favore
della concretezza imprenditoriale. La famiglia di Mendo appare anzi
ben edotta sulle nuove regole del gioco imposte dal mutare della società:
possiede industrie, produce, e dispone di schiere di servi in tenuta
da ninja pronti ad accorrere con l'elicottero al cospetto del padrone
per grattargli all'occorrenza il mignolo del piede. Pure, l'enfasi e
il protagonismo del rampollo, la facilità con la quale suole
estrarre la secolare sciabola come pure il walkie-talkie per chiamare
i ninja, appaiono quanto mai anacronistici e buffi, specie in un contesto
di adolescenti svitati poco inclini all'osservanza delle regole.
Il
padre di Ataru, per finire, rappresenta l'autorità familiare
e al contempo il comune tipo piccolo-borghese, morbosamente legato alla
limitata proprietà. Pavido e disgraziato, pago della propria
staticità, anch'egli è destinato a venir seppellito dal
nuovo Giappone rampante e capitalista. Non per niente, con una trovata
che è al contempo raffinata metafora e perfetto contrappasso,
gran parte degli episodi si concluderanno puntualmente con la distruzione
di casa Moroboshi, ora per opera delle scariche elettriche di Lamù,
ora per qualche missile o asteroide provenienti dallo spazio, ora a
causa di debordanti allagamenti interni.
In effetti lo schema narrativo di ogni puntata, malgrado la sfuggente
baraonda di suoni, immagini ed eventi, può ridursi tutto alla
successione "status quo iniziale - elemento perturbativo - bailamme
finale". Né può destare meraviglia che nello scontro
fra Ordine e Caos, tra Autorità e Anarchia, alla fine, siano
sempre Ataru e compagni ad averla vinta.
|