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Gabriele
Marcello, 16 Agosto 2006: Complesso |
Istituto
Luce, 21 Aprile 2006
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Mater
Natura
di Massimo Andrei
A
volte il cinema serve per portare in luoghi che paiono lontanissimi
ma che invece, stranamente, sono vicinissimi a noi. Ora si dovrebbe
solo distinguere se il luogo "cinematografico" è metaforico
o realmente geografico, quindi tangibile, percorribile ed esplorabile.
Massimo Andrei di luoghi ce ne mostra addirittura tre, in questa sua
opera prima: quello che c'è, quello che non c'è, e quello
che potrebbe esserci. Ad una prima visione, quella frettolosa, da Festival
o da domenica pomeriggio dopo pranzo, il film di Andrei può tanto
risultare fastidioso quanto piacere, ma sempre tra due estremi e mai
in una via di comodo; in realtà la pellicola del giovane regista
è un mosaico complesso oltre ogni dire e, forse per questo, dotato
di un fascino avvolgente e insinuante.
Si
parlava di luoghi, nel film tre, e in particolare del primo, quello
della struttura classica: il melò.
Desiderio ama alla follia un giovane, bello e aitante, ed è ricambiata,
se non che scopre che lui deve sposare un'altra ragazza. Desiderio è
folle di dolore e gelosia per questa perdita, ma il suo male si amplifica
con la vera perdita, ovvero la morte del giovane. Da qui parte la nuova
consapevolezza e quindi l'elaborazione del lutto, proprio e collettivo.
Questo
il primo luogo di Andrei e del film, il luogo del cinematografico per
eccellenza, il melodramma sferzante e sferzato, che non esige giustificazioni,
in totale e continua crescita e che si attorciglia in spirali contingenti
e impetuose, quelle per intenderci che mirano a colpire lo spettatore
prima allo stomaco e poi al cervello. Maestri di questo gioco sono stati
Sirk, Powell e in parte Visconti, capovolgendo le regole nel classico
ménage di attrazione e repulsione. Anche "Mater Natura"
gioca sulla classica dicotomia, vincendo a pieno, dal momento che la
parte di melò risulta convincente e sentita, nel giusto equilibrio
del dramma/farsa.
Ma
non solo, il primo luogo cinematografico sta per essere capovolto, infatti
oltre ad un vero e proprio amore impossibile (un trans e un eterosessuale),
la commistione dei generi infrange la tradizione, e, alla fine, non
vince il dramma ma la commedia. Questa novità è fondamentale,
l'unica chiave per un'analisi completa dell'opera. Il dramma di Desiderio
non solo crea una frattura con l'altro luogo del film, ma ne esce ancora
più amplificato, nel momento in cui non rimane "immerso"
nel proprio dolore. La scrittura piacevole e pungente (che a volte può
ingolfarsi in alcune scene, ma non si nota), crea un pungolo attivo
di tensione drammatica ogni qual volta la macchina da presa inquadra
Desiderio e il suo dolore, e la cornice (ma è troppo riduttivo
come aggettivo per il 50% del restante film) gioca in suo favore e non
a sfavore. Il fatto poi che la storia d'amore abbia per protagonista
un transessuale conduce ancora di più verso l'inesplorato.
Spesso
sottomessa alla logica popolar-culturale della pochade, la figura
del transessuale acquisisce per la prima volta in un'opera cinematografica
il giusto valore. Gli esempi passati erano a servizio del macchiettismo
("Come mi vuoi") o comunque non ben analizzati ("Le
fate ignoranti"), stavolta Andrei sembra guardare direttamente
a Neil Jordan e al suo "La moglie del soldato", e racconta
la fase del cambiamento e della consapevolezza della scelta. Non quindi
un film del dubbio, ma sul dubbio, con la battuta chiave del
personaggio "Che sono io? Non sono un uomo, non sono una donna...
io sono una bugia!" Non mentire per essere accettati, ma mentire
nella propria essenza e materializzazione di essere umano completo e
con sentimenti. E questa consapevolezza porta il regista a mostrare
al pubblico il terzo territorio, un territorio che non è ancora
(o non vuole essere) mostrato: il terreno dell'altro.
Un
mondo a parte, forse chiuso per sua natura, che si apre e volge il suo
sguardo al resto del mondo, non per richiudersi e per accentuare la
propria particolarità, ma per creare omogeneizzazione. I transessuali
non vengono filmati come mosche bianche, ma come mosche libere di volare
e di accopparsi con altri insetti, e aperte ad integrarsi alla collettività
con l'apertura del centro Mater Natura. Ed è proprio in questo
casolare, che la forza del film, e del suo messaggio, si sprigiona:
siamo soli ma possiamo fare del bene agli altri anche a chi ci odia.
Lontani
dalla violenza di Almodovar e dall'isterismo delle sue figure più
riuscite (cinematografiche e poco reali), i transessuali creati da Andrei
vivono di luce propria, di scelte e di lavori comuni agli altri, con
sogni che non sono pastiche dei film di Doris Day. La normalizzazione
dell'altro è l'elemento più affascinante di questo film
che colpisce e che capovolge in maniera irrefrenabile anche gli stilemi
più classici, come quello del kitsch. Se "Priscilla,
Regina del deserto" di Hogan o lo stesso "TransAmerica",
studiano ed esaltano il kitsch in modo tale da renderlo un tutto
non omogeneo alla scelta cinematografica, in questo film avviene il
contrario: non musealizzazione (e quindi mercificazione del kitsch)
ma libera espressione per e con. Non sono kitsch le musiche di
Cannavacciulo ispirate ai ritmi della terra e Bregovic, né le
scenografie o la fotografia (livida e potente, quasi ascetica nei tramonti).
Un
discorso a parte meritano i costumi del geniale Giovanni Addante: se
si pensa a piume di struzzo e paillette siamo fuori campo, dal
momento che Addante trae ispirazione dalle tele di Frida Kalo e Dalì,
nella creazione di "pelli" e non di abiti, che guardano alla
persona e non al personaggio, che respirano delle evaporazioni del Vesuvio
e non delle luci strobosferiche. E poi la terra, questa campagna sotto
un vulcano (metafora facile ma originale di fallo), che vive e che regala
la vita e il peccato (la mela) e fa superare le avversità.
Andrei
sa che non può contare su degli abitanti adatti per le sue terre
(o luoghi), e quindi opta un poker di attori variegato. Se Valerio Foglia
Manzillo può soffrire della sindrome cannibalica apollinea che
lo porta a essere un oggetto e non un soggetto del desiderio (strumento
già sperimentato con successo da Garrone), Maria Pia Calzone
traccia con sopraffine bravura il ruolo di Desiderio, tutto giocato
su sfumature di sottrazione e di sottotoni, che rendono il personaggio
fortemente sentito e credibile. Se le doti di commediante e intrattenitrice
di Vladimir Luxuria erano note, stavolta si rimane piacevolmente sorpresi
nel vederlo recitare sempre in abiti mascolini, con una forza e con
un senso della partitura cinematografica inusuale e deciso. Nei panni
del regista che tenta di mettere in scena opere della tradizione con
il solo ausilio di uomini, Luxuria diviene spina dorsale del film, regalando
dramma e commedia quasi come in "Come vi piace".
E sia per la direzione degli attori che per la scrittura, fa capolino
la carriera e la vita precedente (gavetta sarebbe riduttivo) di Andrei,
tutta a servizio del teatro, che ora si rielabora mischiando un po'
tutto, come in un crogiolo, il meglio della propria esperienza: se la
scelta di Enzo "Europa" Moscato rimanda i colti, e non solo,
ad uno dei personaggi di "La fine della bellezza" di Giuseppe
Patroni Griffi, quello di Iavarone e quello di Brescia guardano alla
commedia Elisabettiana, non solo Shakespeare ma anche tutti i minori,
Ford in testa. E tra bravi attori e belle scene, per una volta, finalmente,
Napoli perde la sua funzione di cartolina e diviene terra di confine
e di cambiamento, solare ma non più oleografica.
Titolo:
Mater Natura
Regia:
Massimo Andrei
Sceneggiatura:
Massimo Andrei, Silvia Ranfagni
Fotografia:
Vladan Radovic
Interpreti:
Maria Pia Calzone, Vladimir Luxuria, Valerio Foglia Manzillo, Enzo Moscato,
Franco Javarone, Luca Ward
Nazionalità:
Italia, 2005
Durata:
1h. 34'
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