In
memoria di me
Incontro
con Saverio Costanzo
a cura di Alberto Cassani
Innanzi
tutto, il mondo cattolico ti ha accusato di aver fatto un film sulla
Fede senza Fede...
Io non credo che per parlare di Fede si debba avere Fede, ma comunque
non penso di aver fatto un film sulla Fede. Chi ha criticato il film
per questo motivo gli riconosce anche una totale mancanza di realismo,
e su questo sono del tutto d'accordo. Il mio film non ha alcuna pretesa
di realismo: non vuole raccontare cos'è il noviziato e come funziona
internamente, vuole semplicemente essere una metafora per raccontare
altre cose. In ogni caso, mi piacerebbe che il film provocasse un dibattito
interno alla Chiesa, perché in fondo non c'è soltanto
una Chiesa, ma ci sono tante anime diverse all'interno della stessa
Chiesa, che non necessariamente vanno d'accordo le une con le altre...
Nei
ringraziamenti del film si legge il nome di Marco Bellocchio...
Non ne posso più, di questa storia... Avevo messo Marco Bellocchio
nei ringraziamenti di "Private", e non se n'è accorto
nessuno; l'ho messo in quelli di "In memoria di me" ed è
scoppiato il caso. Ma insieme al nome di Bellocchio ce ne sono cento
altri, nei ringraziamenti... Io e lui lavoriamo con la stessa montatrice,
Francesca Calvelli, e di certo come cineasta ho un debito nei suoi confronti,
ma come me tanti altri. Ho la fortuna di potermi confrontare con lui
personalmente, ma abbiamo un rapporto normale, come ce l'ho con altri
che guardano i miei lavori. Credo che il tema religioso di questo film,
che Bellocchio ha toccato molte volte nella sua carriera, abbia creato
una serie di fraintendimenti. Mi è stato detto persino di non
"appiattirmi" sulla personalità cinematografica di
Bellocchio, ma questo rischio non c'è assolutamente...
Nel
film hanno una grande importanza gli sguardi, il guardare. Questo aspetto
era studiato a tavolino o sei stato influenzato dal momento e dal luogo,
una volta sul set?
Era tutto
molto scritto. L'idea di mettere in primo piano l'atto del guardare,
dell'osservarsi, c'era già in partenza. E' un po' un gioco di
specchi: non è semplice voyeurismo, ma il tentativo di
rappresentare il fatto che Andrea, entrando in questo luogo osservasse
gli altri per non osservare se stesso, fino ad un punto in cui non può
più evitare di osservare se stesso e inizia a comprendere alcune
cose di sé. L'idea è che Andrea e gli altri due protagonisti
facciano in fondo parte tutti della stessa persona.
Buona
parte dell'azione è ambientata nel corridoio comune, probabilmente
due terzi del film si svolgono lì. Cosa ti ha portato a questa
scelta? E perché ambientare il film nell'isola di San Giorgio?
Volevamo dare
l'idea dell'uomo come isola, ma anche del fatto che Andrea fosse un
po' un predestinato, e che dovesse solo fare un percorso interno per
arrivare a capirlo. Questo luogo diventa Andrea anche drammaturgicamente:
in qualche modo, lui si chiude dentro se stesso. Anche il corridoio,
ad una prima visione non si nota, ma non è sempre uguale: cambia
colore, come se nel corso del film la sua temperatura si alzasse. E'
sempre lo stesso corridoio, ma in realtà non è mai lo
stesso. Il film era scritto proprio per essere ripetitivo, per avere
questa forma circolare di evoluzione, tipica di una certa vita religiosa
ma anche della vita all'interno delle prigioni.
Rispetto
al romanzo di Furio Monicelli da cui il film è tratto, hai deciso
di togliere un personaggio. L'uomo ricoverato in infermeria, nel tuo
film ha pochissimo spazio mentre è una figura centrale del romanzo.
Come mai?
Nel romanzo, il personaggio di Lodovici è un novizio di cui Andrea
si innamora, ed è l'amore per lui che provoca il tormento del
protagonista e ne condiziona la scelta se restare o meno in seminario.
A me il romanzo è sempre apparso molto centrato sul tema dell'omosessualità,
mentre volevamo che Lodovici rappresentasse una sorta di santità,
e la santità è qualcosa che non si può mostrare,
così abbiamo scelto la strada della sottrazione. Il nostro personaggio
che abita l'infermeria è solo ispirato a quello di Lodovici,
e identifica l'irrappresentabile, il metafisico. Ma è comunque
lui quello che muove tutto: è come se venisse custodito, nascosto
dall'istituzione religiosa come un'immagine di Cristo, come fosse il
Cristo che abita dentro tutti noi ma non abbiamo il coraggio di guardare.
Ma questo non è l'unico cambiamento che abbiamo apportato rispetto
al romanzo. Abbiamo avuto la possibilità di passare due estati
in montagna insieme con Monicelli, che ci ha raccontato molte cose che
poi abbiamo deciso di inserire nel film. Il personaggio di Panella,
ad esempio, non esiste nel romanzo ma esisteva nella realtà del
noviziato di quell'epoca: scappò di notte e si uccise nella stanza
di un albergo lì vicino prendendo a testate il muro...
C'è
qualcosa di te, nel personaggio di Andrea?
Sì, direi di sì. Purtroppo sì. Per me il
primo film è stato un po' faticoso, perché personalmente
mi sono sentito molto sopravvalutato, e poi quel film non finiva mai:
era un continuo di sorprese. Questi tre anni non li ho proprio vissuti
bene, e c'è stata da parte mia la volontà di fare silenzio
e darmi delle risposte. Io ho la fortuna di fare un mestiere che amo,
di vivere con questo mestiere, ma dovevo trovare il mio posto all'interno
del cinema, così c'è stato questo percorso di esplorazione
di luoghi e di mondi. Un percorso molto interessante, perché
più andavo avanti più sentivo l'esigenza di doverlo raccontarlo.
Un percorso che mi ha portato fino agli esercizi spirituali, che per
me sono stati una vera rivelazione perché li ho trovati molto
cinematografici. E' stato come se avessero cominciato a portarmi delle
immagini, e sentivo che in qualche modo stavo iniziando a diventare
il regista, perché un regista dovrebbe avere sempre delle sollecitazioni,
con le immagini o con le parole. Era una sfida interessante, quella
di scavare nell'inconscio e introdurre delle immagini che magari per
me hanno un senso e per gli spettatori ne hanno un altro. Ho cercato
di lavorare su qualcosa di totalmente irreale, che è poi quello
che il cinema fa sempre: creare uno spazio dal nulla e renderlo credibile
agli occhi dello spettatore.
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