|
Alberto Cassani, 25 Marzo 2000: Toccante |
Warner,
10 Marzo 2000
|
Il
Miglio Verde
di Frank Darabont
“È
la storia, non chi la racconta.”
Stephen King - “Stagioni Diverse”, 1982.
Stephen
King è il più famoso scrittore horror del mondo. È
decisamente più noto di Edgar Allan Poe o di Howard Phillips
Lovecraft, non parliamo nemmeno degli altri autori “moderni” del genere.
La realtà, però, è che Stephen King è un
ottimo narratore, che si trova perfettamente a proprio agio anche con
storie “normali”. Il libro che ho citato qui sopra ne è l’esempio
perfetto, è la miglior raccolta di novelle che abbia mai letto.
Delle quattro novelle che lo compongono tre sono state ridotte per il
grande schermo: “Stand by me” (Rob Reiner, 1986),
“Le ali della libertà” (Frank Darabont,
1994) e “L’Allievo” (Bryan Singer, 1998). Stephen King, negli ultimi
anni, è stato anche abbastanza attento a proporre prodotti nuovi,
se non dal punto di vista narrativo sicuramente da quello commerciale.
Recentemente è stato presentato il suo primo e-book, ossia un
libro acquistabile via Internet che esiste solo in versione elettronica.
Un paio d’anni fa uscì un suo lungo romanzo, “Il Miglio Verde”,
pubblicato diviso in sei puntate di cadenza mensile, come se fosse un
romanzo d’appendice. Come se fosse un romanzo di Charles Dickens.
Louisiana,
1935: il miglio verde è il braccio della morte del carcere statale,
in cui arriva un nuovo, enorme, inquilino. John Coffey è stato
condannato per violenza carnale ed omicidio nei confronti di due bambine.
Andrà sulla sedia elettrica, così come gli altri tre residenti
del braccio E. Ma lui è diverso dagli altri, certo lui è
enorme, ma è buono, e soprattutto lui ha un dono. Sa fare miracoli.
Frank
Darabont è alla sua seconda regia per il grande schermo, dopo
aver riscosso unanimi consensi proprio con “Le
ali della libertà”. Quella era la prima volta nella sua carriera
che riceveva consensi, dato che i titoli delle sue sceneggiature precedenti
non facevano certo gridare al capolavoro: “Nightmare 3”, “Blob - Il
fluido che uccide”, “La mosca 2”, “Frankenstein di Mary Shelley”. Avete
notato che sono tutti horror? Era un horror anche la sua opera prima,
un tv movie dal titolo “Buried Alive”, basato su un racconto di Poe.
Come Stephen King, il regista francese ha dimostrato di essere capace
di raccontare anche storie non horror, anzi: è decisamente più
bravo con le ambientazioni classiche. In effetti “Le
ali della libertà” è in assoluto uno dei miei film
preferiti. “The Green Mile” ne riprende l’ambientazione carceraria,
spostando la vicenda una decina d’anni indietro nel tempo e soprattutto
spostando il punto di vista da un prigioniero ad una guardia carceraria.
Tom
Hanks è uno degli attori più apprezzati di Hollywood,
è sempre bravissimo nell’interpretare l’uomo comune che si ritrova
suo malgrado in situazioni inusuali. La stessa cosa che James Stewart,
altro attore amatissimo dagli statunitensi, sapeva fare alla grande,
solo che Stewart nella sua carriera ha dimostrato di saper fare anche
altro, mentre Hanks non sembra volersi staccare dai suoi personaggi.
Ciò non toglie che sia bravo, e che sia bravo anche in questo
film. Al suo fianco ci sono diversi volti più o meno noti, ma
nessun nome veramente importante. James Cromwell, il direttore del carcere,
non è mai riuscito a diventare un attore che muove i “big bucks”
di Hollywood nonostante una nomination per “Babe” e altre ottime interpetazioni
in “L.A. Confidential” e “Deep
Impact”. Barry Pepper, Jeffrey DeMunn e David Morse (confesso di
averlo scambiato per Russell Crowe) interpretano molto bene le altre
guardie carcerarie. Ma l’interpretazione che più rimane impressa
è quella del grande (fisicamente) Michael Clarke Duncan, che
ha ottenuto la parte di John Coffey grazie all’interessamento di Bruce
Willis, suo compagno di lavoro in “Armageddon”. Duncan è molto
convincente, è forse un po’ monocorde ma la cosa va benissimo
per il personaggio. D’altronde non si ottiene una nomination all’Oscar
per caso.
“Il
Miglio Verde” è un film molto lungo, più di 3 ore, ma
riesce a non essere eccessivamente pesante grazie soprattutto alla riuscita
alternanza tra momenti divertenti e momenti drammatici. Però
finisce per essere un po’ dispersivo in alcuni punti, per via dei troppi
elementi cui viene data importanza, e sembra eccessivamente prolungato
nel prologo e nell’epilogo. L’impressione che ho avuto quando si sono
riaccese le luci in sala è che il film fosse stato mezz’ora troppo
lungo: se alcune cose fossero state tagliate sarebbe stato decisamente
più scorrevole. Personalmente avrei sacrificato tutto ciò
che riguarda il topo: anche se il suo ruolo riesce ad essere significativo
mi sembra che sia il personaggio meno importante del lotto. Già
iniziare il film con la scena della TV e finirlo davanti ad una tazza
di tè sarebbe stato meglio, ma eliminare completamente la cornice
“moderna”, che è meno commovente di una puntata di “E.R.”, sarebbe stato
ancora meglio. Devo dire, comunque, che le tre ore di proiezione sono
piene, oltre che di buon jazz, di scene straordinarie: la prima esecuzione,
ad esempio, ma anche l’arrivo di Coffey in carcere e l’ultimo miracolo
(scena che per certi versi ne ricorda una analoga in “Powder” di Victor
Salva).
All’uscita
dal cinema è nata un’accesa discussione tra me ed alcuni dei
miei amici con i quali avevo assistito alla proiezione. La materia del
contendere era l’indirizzo politico del film nei confronti della pena
di morte. Innanzitutto: secondo me “Il Miglio Verde” non è un
film sulla pena di morte, è un film su un uomo dotato di un dono
straordinario, e del suo rapporto con un altro uomo. Queste due cose,
nell’economia del film, sono molto più importanti del fatto che
lui sia un condannato a morte. Detto questo, è fuori di dubbio
che un attacco frontale alle convinzioni di qualcuno non otterrebbe
l’effetto desiderato, semmai l’esatto contrario. Questo ha portato i
miei amici a considerare “Il Miglio Verde” un film contro la pena di
morte, perché ci viene presentato l’orrore dell’esecuzione in
tutta la sua crudezza, e l’esperienza lascerà segni indelebili
nelle guardie protagoniste della vicenda. La realtà, secondo
me, è ben diversa: l’istituzione della pena di morte ci viene
presentata in maniera obiettiva, non critica, quasi documentaristica.
Io credo che “Il Miglio Verde” non voglia prendere alcuna posizione
nei confronti della pena di morte: come un documentario, come un’inchiesta
giornalistica, il film ci presenta un fatto e ci lascia liberi di interpretarlo
e farci le nostre opinioni a riguardo. Non credo che si tratti di un
attacco indiretto alla pena di morte, credo che gli autori non volessero
prendere posizione, credo volessero solamente raccontare una storia
e suscitare delle emozioni negli spettatori. Quali emozioni, dipende
dal singolo spettatore. Può anche essere vero, come dice un mio
amico, che guardando un film io sia più attento agli aspetti
tecnici che non alla storia pura e semplice, anzi: è sicuramente
vero. Il fatto è che sono d’accordo con Stephen King nel dire
che la storia conta più dell’autore, ma ritengo anche che il
modo in cui la storia viene raccontata è spesso più importante
della storia stessa. Spesso, molto spesso nel cinema, una storia riesce
a trasmetterci emozioni non per quello che è, ma per il modo
in cui ci è narrata. E al cinema una storia è narrata
attraverso tutta una serie di aspetti tecnici, il cui insieme può
riuscire o meno a trasmettere delle emozioni agli spettatori, ed è
questa la cosa più importante di tutte: il cinema è fatto
di emozioni. “Il Miglio Verde” ne suscita molte; per il modo in cui
è costruito, per la sua obiettività, suscita emozioni
diverse in persone diverse. Abbiamo chiuso la nostra discussione per
raggiunti limiti di tempo quando mancava un quarto d’ora alle due di
notte, ed era la notte in cui entrava in vigore l’ora legale. Ognuno
di noi, da brava vittima di un attacco frontale, si sentiva ancora più
saldo nella propria posizione. Su una cosa però eravamo tutti
d’accordo: “Il Miglio Verde” avrebbe dovuto essere vietato ai minori
di 14 anni. La giuria è ancora in camera di consiglio, ma io
continuo a ritenerlo un film senza una decisa posizione politica, toccante
ma che sfiora solamente lo status di capolavoro. Gli preferisco di gran
lunga “Le ali della Libertà”.
Quello
che succede nel Miglio rimane nel Miglio.
Percorsi
tematici
The
Life of David Gale - di Alan Parker; con Kevin Spacey, Kate Winslet,
Laura Linney.
1408
- di Mikael Håfström; con John Cusack, Samuel L. Jackson.
L'acchiappasogni - di Lawrence Kasdan; con
Morgan Freeman, Thomas Jane.
Le ali della libertà
- di Frank Darabont;
con Tim Robbins, Morgan Freeman.
La
metà oscura - di George A. Romero; con Timothy Hutton.
Stand by me - di Rob Reiner; con Wil Wheaton,
River Phoenix, Corey Feldman, Jerry O'Connell.
Secret Window - di David Koepp; con Johnny
Depp, John Turturro.
Titolo:
Il Miglio Verde (The Green Mile)
Regia:
Frank Darabont
Sceneggiatura:
Frank Darabont
Fotografia:
David Tattersall
Interpreti:
Tom Hanks, Michael Clarke Duncan, David Morse, James Cromwell, Bonnie
Hunt, Patricia Clarkson, Jeffrey DeMunn, Graham Greene, Jade Herrera,
Michael Jeter, Doug Hutchinson, Christopher Joel Ives, Barry Pepper,
William Sadler, Sam Rockwell, Rachel Singer, Gary Sinise, Harry Dean
Stanton
Nazionalità:
USA, 1999
Durata:
3h. 08'
|