La
finestra di fronte
Incontro
con Ferzan Ozpetek
a cura di Luciana Morelli
Dopo
il successo de "Le Fate Ignoranti"
c'è molta attesa per questo suo nuovo film, come la sta vivendo?
Ne
"La finestra di fronte" ci sono
molte cose di me, della mia vita ed è naturale che ci sia molto
pathos quando ti esponi in maniera così completa ed intima. Sono
molto in ansia, spero che piaccia al pubblico.
Avete
dovuto cambiare qualcosa nel finale del film dopo la scomparsa di Massimo
Girotti, l'attore che interpreta il personaggio chiave di tutta la storia?
No, nessun cambiamento. Quando si gira un film non si sta dietro
alla storia, se mi va cambio al momento senza seguire il copione ma
in questo caso non l'ho fatto. Il film sarebbe finito così anche
se lui fosse ancora tra noi. Una cosa però devo dirla: la lettera
finale che Giovanna scrive e dedica al personaggio che interpreta Massimo,
l'abbiamo effettivamente cambiata dopo la sua morte. Precedentemente
non era dedicata a lui, ci è sembrato giusto farlo perché
noi tutti gli dobbiamo molto. E' un tipico esempio della vita reale
che si confonde con il cinema, questa dedica ci ha riempito il cuore
di malinconia e ha reso questo film ancora più sentito di quanto
lo era prima.
Durante il film c'è sempre un alone di
mistero e i personaggi sono sempre alla ricerca della loro identità,
che sia sessuale, caratteriale, sentimentale. Forse anche lei la sta
ancora cercando?
E'
una cosa che fanno tutti ininterrottamente, durante la vita. Se non
avessimo la voglia di correre dietro alle cose vivremmo una vita noiosa
e piatta; il mistero fa parte della vita, basta fare attenzione alle
piccole cose ed ecco che così un giorno per caso scopriamo piccoli
aneddoti e persone nuove che ci cambiano la vita in un attimo anche
solo con uno sguardo. Le cose che non si dimenticano sono quelle che
veramente ti cambiano, non mi soffermo mai a pensare se una cosa può
piacere al pubblico o meno, la faccio e basta se sento di farla. Se
un giorno mi accorgerò di non avere più la grande passione
che ho ora per il mio lavoro smetterò immediatamente di farlo.
Cosa
l'ha spinta a fare un film di questo genere, con una storia così
complessa e che tratta di temi così importanti come i ricordi,
la ricerca di identità e la voglia di dimenticarsi per un momento
di chi siamo e dove ci troviamo per catapultarci in un altro contesto?
A lei non piace qualche volta dimenticarsi di se stesso?
Certo,
qualche volta piacerebbe anche a me dire che sono un altro. E' un buon
suggerimento questo, lo terrò presente. Vi racconto una cosa:
quindici anni fa ho incontrato veramente un signore in giro per la città
che aveva in mano un mucchio di soldi, come nel film succede a Massimo,
io ero insieme ad un amico e abbiamo cercato di aiutarlo. Questo signore
ci raccontò che erano più di 30 anni che non usciva di
casa e aveva molta paura, si sentiva sperduto e cercava aiuto. In quel
momento mi sono molto commosso, mi faceva molta tenerezza una persona
così impaurita dalla città e dai suoi cambiamenti, una
città che a me sembrava invece così normale. Non era un
'vecchio', ricordo che a Massimo Girotti non piaceva questa parola.
Con questo film volevo raccontare questa storia, anche se in modo diverso
da come poi è avvenuta nella vita reale, mi piaceva descrivere
il modo in cui questo anziano, entrando nella vita di una famiglia finisce
per cambiarla radicalmente. Non dimenticherò mai quell'incontro,
e questo per me rappresenta il segnale che anche quel signore, tanti
anni fa, ha cambiato in qualche modo la mia vita, se pur minimamente
ma lo ha fatto.
Quello
che salta agli occhi e al cuore è il rilancio di valori come
la memoria e la famiglia. Da questo film traspare l'importanza e il
grande insegnamento che possiamo trarre della memoria storica del nostro
paese e dell'assunzione delle nostre responsabilità. Meglio avere
rimpianti piuttosto che rimorsi? Il protagonista rinuncia all'amore
per salvare la gente del ghetto e Giovanna sacrifica il grande amore
per non rinunciare a se stessa. Non è stata fatta a caso questa
sottolineatura, specialmente in tempi come quelli che stiamo vivendo,
vero?
Quando
sono in casa mia, magari in una stanza con qualche amico o amica è
quasi una mania, mi metto a pensare a tutto quello che può esser
accaduto in quella stessa stanza nel corso degli anni da quando è
stata costruita. Penso alle persone che l'hanno abitata, quello che
hanno fatto in quella stanza, chi è stato felice, chi è
stato triste, chi è stato solo, chi ha amato e chi ha odiato
con tutto se stesso. Al ghetto ci vado ogni tanto a fare la spesa e
mi vengono i brividi se penso che solo sessant'anni fa quelle case che
io vedo ogni mattina hanno visto a loro volta cose tremende e in altri
momenti cose meravigliose. L'inquadratura sulla mano sporca di sangue
poggiata sul muro di un antico vicolo del centro storico di Roma penso
sia l'emblema di tutto quello che vi sto dicendo. I muri delle città
antiche come Roma sono impregnate di storia, la storia della vita che
le persone, secolo dopo secolo, hanno vissuto tra i vicoli e le strade.
Per questo vedere disegnate sui muri svastiche e slogan contro gli extracomunitari
mi fa molta tristezza e in un certo senso mi spaventa. Il mio è
stato un modo diverso di raccontare le persecuzioni dei nazisti; sono
scelte, anche Polanski lo ha fatto, ma lui ha scelto di farlo mostrando
con uno splendido film gli accadimenti in
tutta la loro crudezza, io ho scelto di raccontare quello che è
rimasto.
E'
più importante, secondo lei, fare film piccoli su piccoli valori
piuttosto che fare un grande kolossal su temi piuttosto banali?
Quello
che mi da la grande forza di andare avanti e di continuare a vivere
in serenità sono le piccole cose: giocare a carte con gli amici,
andare al cinema, cucinare per i miei familiari; le persone che conosco
non vogliono la fama, sono persone semplici che vogliono fare quello
che gli piace, forse è anche questo ambiente che mi ha dato l'ispirazione
e molte delle idee che ho usato nel film. La scelta di parlare di dolci
e di pasticceria mi è venuta da un amico che molti anni fa, quando
aveva circa 30 anni, ha avuto la stessa esperienza vissuta da Giovanna
nel film. Trovo che creare dolci e torte sia davvero meraviglioso, ci
vogliono una fantasia ed una passione davvero incredibili.
Il
suo rapporto con gli attori durante le riprese com'è stato?
Quando
ho scelto Raul Bova per questo ruolo mi sono arrivate moltissime lettere
di fan che mi dicevano che mi ero svenduto perché Bova non è
bravo e sicuramente avrebbe rovinato il mio lavoro. Raul è un
bravo attore ma è pieno di paure, la sua paura di lasciarsi andare
è davvero grande. E' come se avesse un'altra persona cucita addosso,
se vuole migliorare deve scrollarsela via anche perché queste
sue titubanze le ha trasmesse anche a me che sono il regista e sicuramente
non é stata una cosa positiva. Una volta abbiamo anche litigato,
ma dal momento in cui abbiamo cominciato a fidarci l'uno dell'altro
è stato tutto più facile.
Giovanna e Massimo hanno letto la sceneggiatura fino al delirio. Ad
un certo punto, durante una sezione di lettura, Massimo Girotti ha smesso
di leggere, si è alzato ed ha cominciato a recitare lasciando
da parte il copione. Non riuscivo e non volevo fermarlo: era molto preso
dall'improvvisazione di quelle battute e quindi lo abbiamo lasciato
fare senza dire un parola. La sua recitazione nel film è stata
molto intensa ma con pochi dialoghi, ha parlato con gli occhi soprattutto,
come del resto anche Giovanna. C'è stata molta sintonia sin dall'inizio.
Più
che un film d'amore questo è un film sull'immaginazione dell'amore.
Tutti i protagonisti lo sognano e lo perdono, ma soprattutto prendono
dall'amore quello che vogliono, hanno tutti paura dell'amore, in fondo.
No,
non sono d'accordo. Il problema non è la paura di amare ma la
responsabilità. Tutto vogliamo amare ma tutti siamo costretti
prima o poi a mettere sul piatto della bilancia tutte e due le cose:
l'amore e le responsabilità. Giovanna decide di non andare perché
Massimo Girotti la aiuta prima a capire quello che desidera veramente
e poi a realizzare il suo sogno. Il marito invece, dopo questo cambiamento
nella vita di Giovanna fa l'unica cosa che gli riesce in quel momento:
piange. Piange perché si accorge che lei è cresciuta e
che è arrivato anche per lui il momento di crescere, e non perché
capisce che la moglie lo sta per tradire o ha pensato di farlo.
La
data in cui il personaggio interpretato da Massimo Girotti salva la
vita di molte persone nel ghetto, tra cui quella della donna che poi
terrà con sé nella sua casa per tutta la vita, è
il 16 ottobre 1943, notte in cui i tedeschi vennero nel ghetto a deportare
gli ebrei. Che cosa hai ricostruito di vero nel film di quella triste
notte nel ghetto?
Abbiamo lavorato molto di fantasia a dire il vero, anche perché
ogni ricordo di quell'epoca mi sembra di fantasia, talmente è
orrendo ed assurdo. Rivedere sul volto di Massimo l'orrore di quei momenti
mi ha fatto molto effetto, trasmette col suo sguardo tutta la vergogna
e il dispiacere per essere sopravvissuto e per aver abbandonato le persone
care per salvare coloro che fino a quel momento lo avevano umiliato.
Ma sia chiaro che non voglio farlo diventare un film politico, questo
è un film sentimentale, un film sull'Amore.
Percorsi
tematici
La
finestra di fronte - di Ferzan Ozpetek; con Giovanna Mezzogiorno,
Massimo Girotti, Roul Bova.
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