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14 Novembre 2002
Redrum
237
la stanza di Jack Torrance
"Pronto
polizia? C'è mia madre con mio fratello, qua fuori che
se esco mi abbottano di mazzate, sputacchio tutta d'un fiato nella
cornetta. Stavolta li ho fregati. Prima di barricarmi dentro ho
agguantato il telefono..."
Ilaria Borrelli, "Luccatmì",
Avagliano Editore.
5:30
Avrò
dormito sì e no un paio d'ore. Fuori dalla finestra fa
capolino la luce accecante che c'è da queste parti, un
biancore lattiginoso riflesso dalle cime innevate delle montagne
circostanti. In questo periodo si arriva a venti ore di luce e
senza il buio a me non viene sonno. C'è un silenzio senza
eco, ovattato come solo sanno esserlo i silenzi negli alberghi,
assorbiti dalle onnipresenti moquette. Mi piace pensare che sia
la voce del silenzio, come la chiamava Elsa Morante.
Pesco alla cieca nel mucchio dei libri ammucchiati sul comodino:
Ilaria Borrelli, "Luccatmì" Avagliano
Editore, 11,50 euro. Seconda edizione ottobre 2002, la prima è
uscita ad aprile. Promette bene, una seconda edizione in pochi
mesi. Lo spero, perché quando mi sveglio così di
soprassalto con ancora gli incubi nella testa - ne faccio di terribili,
ultimamente si sono intensificati - non ho troppa voglia di faticare
su un libro, di sentirmi spiegare per filo e per segno quanto
il mondo in cui viviamo ci rende depressi. Luccatmì:
look at me.
13:15
Da come scrive la Borrelli sembra spiritosa, una che sa fare dell'ironia
su se stessa è merce rara. È la storia di un'aspirante
attrice e delle sue disavventure. Produttori che le propongono
discutibili lavori solo per portarla a letto, un fidanzato epilettico
con cui non fa sesso, una famiglia napoletana con predisposizione
alle scenate, un chirurgo che le rifà le tette ma, al punto
in cui sono arrivato a leggere, non si capisce ancora se l'operazione
è riuscita oppure no. La protagonista possiede un'automobile
(il "cinquino") che rappresenta il suo senso di libertà
e di espressione personale, qualcosa come la giacca di pelle di
serpente di Sailor nel film "Cuore selvaggio".
18:30
Nelle ultime tre righe del libro la protagonista ribelle e provocatoria
finisce per capire di essere innamorata del fidanzato egoista
e citrullo: "Camminando mi sento i suoi occhi su un lato
e penso che chissenefrega di diventare famosa. Che tanto io ce
l'ho già uno che luccatmì". Questo finale happy-ending
mi ha contrariato perché il libro in alcuni momenti sprizza
di gustosa ironia, con un lessico dalle metafore desuete ma visionarie,
che è quasi un luccatiù (sembra di guardare
un film, e infatti la scrittrice è anche regista): "Poi
mi guardo dal di fuori come fossi uno seduto nel pubblico e mi
dico ma ti rendi conto che stai copulando con il regista più
intelligente di tutta Roma? Che ti farà fare la protagonista
dei suoi intelligenti spettacoli? Che ti farà parlare con
i suoi intelligenti amici alle sue intelligenti cene? E faccio
l'apnea. Decido di ospitarlo e anche di non pensare a niente che
qua per la tensione va a finire che non me la godo neanche un
attimo. Faccio finta di niente pure sul leggero dolore che mi
procura perforandomi. Ho anche paura che possa entrare qualche
suo attore compagno da un momento all'altro, quindi spero che
si sbrighi. Lui mi trivella ancora per qualche minuto poi si scolla,
si asciuga gli occhiali appannati e mi dice che è stato
fantastico".
Le parti più belle sono quando la Borrelli descrive l'essere
ricchi attraverso l'esubero degli oggetti della casa dell'amica
Flaminia; quando racconta la differenza tra i signori e i poveracci;
quando il regista di sinistra che si atteggia a intellettuale
cade negli stessi maschilisti cliché dei colleghi dei film
erotici. In quei momenti lì sembra che la scrittrice stia
per affondare le unghie, lo stile narrativo si affila ma poi resta
a mezz'aria, ci lascia un po' con l'acquolina in bocca.
Perché poi celare i personaggi di spicco della cultura
e dello spettacolo italiani dietro riconoscibilissimi nomignoli
fittizi che ricordano la satira dei giornalini liceali (il filosofo
sofisticato di Venezia Massimo Pacchiari; Merlusconi e Gucci Pori;
la giornalista Barbara Tortorelli)? Una pavida parodia che rispecchia
esattamente l'esitazione tra l'audacia e la ritrosia in cui è
sospeso tutto il libro, la voglia di osare e il timore di non
piacere, la ferocia della denuncia e l'astuta captatio benevolentiae.
Vince la commedia politically correct e la ragazza cattiva
rientra nei ranghi, con tanto di vacanza in Equador. Peccato.
Jack
Torrance
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