1 Febbraio 2003

Redrum 237

la stanza di Jack Torrance


"I dentoni bianchi e sporgenti gli pendono dal sorriso come quelli di un cane lupo. Gli occhi hanno un'espressione vacua, esaltata, folle. Anche la signora che lo tiene in mano, accovacciata per farsi piccola come me, ha in faccia un sorriso troppo largo..."
     J.T. Leroy, "Ingannevole è il cuore più di ogni cosa", Fazi Editore.

Gita in città
Ingannevole è il cuore più di ogni cosaLa mia insonnia mi tormenta senza tregua. Quando i pensieri girano nella mia testa più veloci del solito e l'accelerazione gravitazionale si fa insostenibile, ho bisogno di evadere. Vado a prendere l'autobus alla fermata più vicino, a tre quarti d'ora da qui. Per gli ospiti dell'albergo c'è un servizio navetta ma in questo periodo non ci sono clienti e quindi il pulmino è stato soppresso. Cambiando due autobus e una corriera in circa tre ore sono a Korova Milk, la città più vicina. Qui c'è una libreria deliziosa, la Ludvig Library, strapiena all'inverosimile di libri e dischi. Il libro di cui sto per parlarvi l'ho trovato appunto lì.
A colpirmi è stato il titolo: J.T. Leroy, Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (Fazi Editore, 12,50 Euro). Chiunque sia l'autore, solo per il fatto di aver concepito un simile titolo è un genio. Poi ho scoperto che Leroy è un americano nato nel 1980 e che ne ha passate di tutti i colori prima di decidersi, su consiglio del suo psichiatra, a mettere su carta il suo sfacelo interiore. E quel titolo che mi ha avviluppato a Leroy in un riconoscimento di anime, è in realtà un sublime versetto della Bibbia (Geremia, 17:9), il libro dei libri, l'ispirazione più feconda della letteratura di tutti i tempi.
Ho aperto Ingannevole è il cuore più di ogni cosa che non ero ancora uscito dal negozio e mi sono inchiodato a leggerlo sul marciapiede appena svoltato l'angolo della via. Dopo due ore ero ancora lì, intirizzito dal freddo con gli occhi fissi sulle pagine, e desideravo ardentemente averlo scritto io un libro così.
Mi sono guardato intorno e ho visto un fast-food, e di fronte a un nero caffè americano liquido e un gelato alla panna ho cercato di capire in che sortilegio ero caduto. Quel racconto di sconcertante ingenuità dal punto di vista di un bambino nel paese delle crudeltà efferate, ci obbliga quasi inconsciamente a diventare i suoi protettori morali, a prendere una posizione netta che è un'adesione del cuore. Leroy ha la grazia di un ballerino che danza sulle punte in un negozio di cristalli e noi lettori assistiamo alle sue spericolate piroette aspettandoci da un momento all'altro il crepitio dei vetri infranti. Questa scrittura visiva e secca ci avvolge di dolcezza e dolore. Palpitiamo e soffriamo come se il piccolo Jeremiah di quattro anni risvegliasse in noi timori ancestrali che abbiamo vissuto nei nostri peggiori incubi.
La letteratura di Leroy è incisa a ferro e fuoco sulla sua carne, per questo ci provoca una scossa elettrica. È la stessa differenza che nel cinema c'è tra il documentario e la fiction: il documentario è reale, qualsiasi cosa stiamo guardando è accaduta davvero e qualcuno l'ha patita. Non ci sono alibi o scappatoie, per il fatto stesso di guardare siamo in qualche modo demiurghi complici di una visione che ha provocato sofferenze. Leroy ce lo spiega benissimo: "Sono scivolato dietro il suo sedile, dov'è ricurvo come una culla. Ma non riesco a farmi abbastanza piccolo, perché il cielo è troppo liscio e aperto, senza l'ombra di una nuvola sotto cui ripararsi. È la lente d'ingrandimento di Dio".
Ho finito di leggere e, ancora tutto sottosopra, sono andato dal barbiere. Sfogliando le riviste ho scoperto che Leroy un mese fa era venuto da queste parti a presentare il libro, ma che mostrarsi in pubblico gli costa così tanta energia che si camuffa sempre con delle parrucche e degli occhiali scuri. Diceva il giornalista che per l'emozione tremava tutto e invece di stare sul palco si era messo sotto un tavolo, così la gente ha cominciato a insultarlo. "Togliti gli occhiali", gli gridavano, "Perché non ci fai vedere la tua faccia?". E lui gli ha risposto: "Io mi sono messo a nudo nei miei libri, sono tutto là dentro. Un paio di occhiali non fanno la differenza".
Avrei voluto esserci quando quell'imbecille se ne è uscito fuori con la sua domanda idiota. Io l'avrei difeso Leroy, gli avrei detto quanto il suo libro mi aveva emozionato e poi, piano piano per non spaventarlo, gli avrei fatto una carezza. Un semplice gesto di comunione umana.

Jack Torrance

 
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