Agosto 2002

Dino Risi
Il leone continua a ruggire

di Paolo Matera


E' notizia ancora recente che il prossimo Leone d'oro alla carriera sarà assegnato a Dino Risi.
Dino RisiRisi è il vero maestro della "Commedia all'italiana", quello che più di ogni altro rappresenta un'epoca, e insieme lo stile di rappresentazione della stessa nello specchio "Cinema". Parliamo del genere tanto bistrattato dalle enciclopedie del Cinema e da Nanni Moretti, e viceversa adorato dal pubblico e dalla critica di trent'anni dopo.
E' senz'altro indicativo come questo premio sia assegnato per merito del Cda della Biennale di Venezia, simbolo più di ogni altro di quell'intellighentia da sempre altezzosa nei confronti della cultura popolare, e a sua volta presa giocosamente di mira da quest'ultima, come fa il ruspante Sordi-regista nella celeberrima sequenza di "Le vacanze intelligenti", in cui i due incolti coniugi protagonisti si trovano ad ammirare l'ermetismo di un vero e proprio porcile allestito dentro la struttura della Mostra.
Forse è il segno dell'avvicinamento tra arte "colta" e arte "bassa" e della definitiva conclusione dei reciproci bisticci.

La locandina de "Il segno di Venere"Ma se il binomio "Commedia all'italiana - Dino Risi" dà luogo ad un'associazione d'idee assolutamente spontanea, è anche vero che il bravo cineasta milanese ha fondato il suo successo su un rigoroso taglio con la tradizione.
Dal tenero "Poveri ma belli", opera di realismo bonario, a "Il segno di Venere", riflessione giocosa sull'importanza della bellezza fisica, dal cinico "I mostri", mirabile lezione di sintesi quasi fumettistica, fino ad arrivare al sottovalutato "L'ombrellone", versione "di lusso" della pura commedia "balneare", Risi è sempre riuscito a dare la propria inconfondibile impronta ad un cinema, quello "leggero" di Cinecittà, fatto soprattutto di dialoghi e gestualità, come tale realizzato in funzione dell'abilità dei vari interpreti-solisti (Totò, Sordi, Manfredi...).
Se gli anni Sessanta assistono finalmente al tramonto della generazione dei vari Mastrocinque & C., anziani mestieranti capaci solo di piazzare una macchina da presa davanti al mattatore di turno e attendere con pazienza le sue geniali improvvisazioni, e se i registi assumono un ruolo di primo piano e una propria personalità anche nell'ambito del cinema meno impegnato, è soprattutto grazie a lui e al suo stile innovativo: i ritmi velocizzati (ne "I mostri" un episodio può durare anche meno di due minuti), gli "stacchi" più eloquenti di un monologo (ne "L'ombrellone" scopriremo che sul cartello che sovrasta una spiaggia stipata fino all'inverosimile è impressa la scritta "Solitude"), i piani-sequenza "dinamici", con gente che entra e esce dall'inquadratura (in "Il gaucho" la scena dell'arrivo in albergo è costruita con sorprendente perizia), sono tutte invenzioni tecniche che potevano scaturire solo dalla creatività di un giovane, quale era appunto Risi in quegli anni.

La locandina de "Il Sorpasso"Non è forse un caso, però, che il riconoscimento arrivi a quarant'anni esatti dall'uscita del suo film più celebre e riuscito, "Il sorpasso", divenuto solo da pochi anni il manifesto dell'Italia arrivista dei primi anni Sessanta. Forse che il premio sia indirizzato più alla singola opera che al suo autore?
Certo, la vicenda di questo straordinario film è molto curiosa. Per trent'anni è stato quasi ignorato da tutte le retrospettive e dalla memoria dello spettatore medio, per essere preceduto da altri validissimi prodotti di più datato riconoscimento "ufficiale", come "I soliti ignoti", "La Grande Guerra", "Divorzio all'italiana", lo stesso "I mostri". Poi, come d'incanto, dall'inizio degli anni Novanta, l'improvvisa rinascita, e in men che non si dica l'assunzione del rango di "colonna" di un genere.
Si tratta di un destino comune a molti (il caso di Totò è il più clamoroso), che dimostra, insieme con gli altri, come nel mare della critica cinematografica, la formazione delle diverse onde di consenso dipenda davvero da fattori insignificanti, quali la citazione di un illustre opinionista nell'articolo di un giornale o l'omaggio di qualche giovane regista grato verso il passato, che alla fine danno vita a quello che sarà in poco tempo, attraverso un processo "alluvionale" d'imitazione, il cosiddetto "cult movie".
E che "Il sorpasso" sia un "cult", si capisce dalla vita autonoma e longeva che hanno acquistato certi "brandelli" del film nell'immaginario collettivo attuale: si pensi alla figura del bifolco ciociaro con sigaro in bocca e cesto di uova in mano, resuscitato sotto mentite spoglie e non, in numerosi spot pubblicitari e sketch di varietà televisivi; oppure all'ormai mitica "Aurelia", prodotto di singolare raffinatezza uscito nel lontano '56 dalle gloriose fabbriche della Lancia, per divenire, in seguito, a causa (o per merito) di Risi il prototipo della macchina truccata e raffazzonata. Che dire poi del suono assillante e sfrontato del clacson, compiutissimo biglietto da visita del suo proprietario?

Ecco dunque cosa è capitato a "Il sorpasso", incensato solo da poco più di dieci anni come il capolavoro della "Commedia all'italiana". Eppure, come del resto il suo regista, questo film si eleva rispetto alle altre species proprio perché si distacca dai loro canoni di riferimento.
Catherine Spaak, Vittorio Gassman e Jean-Luis Trintignant ne "Il Sorpasso"Ad un'attenta analisi, "Il sorpasso" appare sì un esempio di satira di costume, ma non di "Commedia all'italiana". Prima di tutto perché stiamo parlando di un vero e proprio "road-movie", genere inventato almeno trent'anni prima, ma non ancora sperimentato in Italia; in secondo luogo (aspetto questo incredibilmente poco notato) perché i tre sceneggiatori - Maccari, Risi e Scola - disegnano i due personaggi principali, Bruno e Roberto, con un'accuratezza psicologica inconsueta per il cinema nostrano di allora, attento più che altro a confezionare "macchiette".
Prescindendo dalla splendida caratterizzazione di Bruno, simbolo del cialtrone opportunista che spera di rifarsi in pochi anni degli stenti patiti nel Dopoguerra, impersonato da un Gassman ai più alti livelli e sul quale si è già detto tutto, sorprende in positivo la bellezza del personaggio di Roberto, un bravissimo Trintignant agli inizi, considerato ingiustamente come una semplice "spalla" o un "contrappeso" del primo. Niente di più falso. Roberto, anzi, nonostante il temperamento introverso e debole, è forse l'elemento migliore di tutto il lungometraggio. Da che guardo film (circa vent'anni), non mi è mai capitato di vedere il sentimento della timidezza rappresentato in una maniera così realistica, nel suo delicato minimalismo.

Jean-Luis Trintignant e Vittorio Gassman ne "Il Sorpasso"Certo, la tipologia del "timido" è, ed è stata, sempre così presente nel Cinema, da rappresentare uno strumento facile e prevedibile per la penna di autori a corto d'idee, ed elencarne gli esempi in questa sede sarebbe addirittura impossibile. Ma è anche vero che una simile spesa di pellicola non ha mai consentito il superamento del mero ritratto bozzettistico per opera del caratterista di turno, e se si parla di protagonisti, la timidezza assume costantemente i contorni di un semplice espediente narrativo finalizzato a sviluppare la proverbiale "farsa", mettendo da parte tutte le sfumature e le sottigliezze di cui può preoccuparsi solo un fine artista-psicologo. In poche parole, non si è mai andati oltre la già citata e italianissima "macchietta".
Il ritratto di Roberto è invece frutto di un lavoro serio, i cui risultati possono ammirarsi da pochi, sensibili "tocchi". Si pensi alla sequenza in cui il ragazzo resta chiuso nel bagno di un bar perché gli salta la maniglia della porta, e ci resta per minuti interi non avendo il coraggio di chiedere aiuto. Quale migliore situazione per descrivere la sofferenza di chi vede improvvisamente ingigantite difficoltà in realtà piccolissime? Sembra che gli autori del film abbiano racchiuso in una singola scena interi manuali di psicologia sulla tipologia degli "evitanti". Il tutto senza contarne il significato "bidimensionale": descrizione della timidezza, ma anche metafora della stessa, intesa appunto come gabbia dalla quale il prigioniero non può e non vuole uscire.
Dello stesso segno (avversità piccole che diventano soggettivamente grandi) è la sua titubanza in spiaggia nel decidere se reclamare al cameriere l'ordinazione che non arriva. Pregevole è inoltre l'analisi della reazione negativa da parte del contesto sociale di fronte al naturale riserbo del timido (quando Roberto è invitato suo malgrado sulla barca del suocero di Bruno, una delle passeggere è annoiata dal suo perdurante silenzio e lo definisce sdegnosamente "imberbe").
Vittorio Gassman e Jean-Luis Trintignant ne "Il Sorpasso"Si ripensi alla fotografia che ritrae la donna della quale è innamorato, abitante nel palazzo di fronte al suo, che Roberto mostra con orgoglio a Bruno, confessandogli di non averle mai rivolto la parola; o ancora, allo stupendo gioco di sguardi con la figlia di Bruno (Catherine Spaak) per la quale il ragazzo prova simpatia, e infine all'uso dell'espressione del pensiero per mezzo della voce fuori campo, una tecnica cinematografica molto in voga negli anni Sessanta, e che qui ben si addice al carattere del personaggio: è naturale, infatti, che il timido, non trovando fidati gli altri interlocutori, tenda a dialogare con se stesso (quando rimane solo con la moglie di Bruno, il ragazzo è disorientato e si chiede "Che le dico adesso?").
Che a Roberto sia riservata la fine tragica di un incidente stradale, appare un'esigenza narrativa indispensabile per la riprovazione che deve necessariamente accompagnare la figura di Bruno, ma è anche la raffigurazione del destino che incontra l'altra parte dell'Italia, quella ingenua e sprovveduta, votata a subire i torti del suo contraltare fatto da "palazzinari" senza scrupoli, da collusi, da truffatori incalliti, e da impiegati normaloidi che parcheggiano in doppia fila.

Il sorpasso...Chissà quanta parte abbia avuto Dino Risi nella costruzione del personaggio di Roberto, e quanta invece debba essere attribuita agli altri due sceneggiatori. Mi piace pensare che sia soprattutto farina del suo sacco, malgrado quel suo carattere così diverso dal personaggio, estroverso e spaccone, forse anche un po' egocentrico, così come lo dipinge chi ha lavorato con lui. Né può raffigurarsi in altro modo uno che ha ricoperto la carica di Presidente della giuria di Miss Italia con tanta naturalezza a ottant'anni suonati. C'è da aspettarsi che il suo atteggiamento non cambi nemmeno di fronte all'esigente pubblico della Mostra del Cinema di Venezia, quando sorreggerà il prestigioso premio, mai prima d'ora così giusto e "politicamente corretto" allo stesso tempo.