Dino
Risi
Il
leone continua a ruggire
di Paolo Matera
E'
notizia ancora recente che il prossimo Leone d'oro alla carriera sarà
assegnato a Dino Risi.
Risi
è il vero maestro della "Commedia all'italiana", quello
che più di ogni altro rappresenta un'epoca, e insieme lo stile
di rappresentazione della stessa nello specchio "Cinema".
Parliamo del genere tanto bistrattato dalle enciclopedie del Cinema
e da Nanni Moretti, e viceversa adorato dal pubblico e dalla critica
di trent'anni dopo.
E' senz'altro indicativo come questo premio sia assegnato per merito
del Cda della Biennale di Venezia, simbolo più di ogni altro
di quell'intellighentia da sempre altezzosa nei confronti della
cultura popolare, e a sua volta presa giocosamente di mira da quest'ultima,
come fa il ruspante Sordi-regista nella celeberrima sequenza di "Le
vacanze intelligenti", in cui i due incolti coniugi protagonisti
si trovano ad ammirare l'ermetismo di un vero e proprio porcile allestito
dentro la struttura della Mostra.
Forse è il segno dell'avvicinamento tra arte "colta"
e arte "bassa" e della definitiva conclusione dei reciproci
bisticci.
Ma
se il binomio "Commedia all'italiana - Dino Risi" dà
luogo ad un'associazione d'idee assolutamente spontanea, è anche
vero che il bravo cineasta milanese ha fondato il suo successo su un
rigoroso taglio con la tradizione.
Dal tenero "Poveri ma belli", opera di realismo bonario, a
"Il segno di Venere", riflessione giocosa sull'importanza
della bellezza fisica, dal cinico "I mostri", mirabile lezione
di sintesi quasi fumettistica, fino ad arrivare al sottovalutato "L'ombrellone",
versione "di lusso" della pura commedia "balneare",
Risi è sempre riuscito a dare la propria inconfondibile impronta
ad un cinema, quello "leggero" di Cinecittà, fatto
soprattutto di dialoghi e gestualità, come tale realizzato in
funzione dell'abilità dei vari interpreti-solisti (Totò,
Sordi, Manfredi...).
Se gli anni Sessanta assistono finalmente al tramonto della generazione
dei vari Mastrocinque & C., anziani mestieranti capaci solo di piazzare
una macchina da presa davanti al mattatore di turno e attendere con
pazienza le sue geniali improvvisazioni, e se i registi assumono un
ruolo di primo piano e una propria personalità anche nell'ambito
del cinema meno impegnato, è soprattutto grazie a lui e al suo
stile innovativo: i ritmi velocizzati (ne "I mostri" un episodio
può durare anche meno di due minuti), gli "stacchi"
più eloquenti di un monologo (ne "L'ombrellone" scopriremo
che sul cartello che sovrasta una spiaggia stipata fino all'inverosimile
è impressa la scritta "Solitude"), i piani-sequenza
"dinamici", con gente che entra e esce dall'inquadratura (in
"Il gaucho" la scena dell'arrivo in albergo è costruita
con sorprendente perizia), sono tutte invenzioni tecniche che potevano
scaturire solo dalla creatività di un giovane, quale era appunto
Risi in quegli anni.
Non
è forse un caso, però, che il riconoscimento arrivi a
quarant'anni esatti dall'uscita del suo film più celebre e riuscito,
"Il sorpasso", divenuto solo da pochi anni il manifesto dell'Italia
arrivista dei primi anni Sessanta. Forse che il premio sia indirizzato
più alla singola opera che al suo autore?
Certo, la vicenda di questo straordinario film è molto curiosa.
Per trent'anni è stato quasi ignorato da tutte le retrospettive
e dalla memoria dello spettatore medio, per essere preceduto da altri
validissimi prodotti di più datato riconoscimento "ufficiale",
come "I soliti ignoti", "La Grande Guerra", "Divorzio
all'italiana", lo stesso "I mostri". Poi, come d'incanto,
dall'inizio degli anni Novanta, l'improvvisa rinascita, e in men che
non si dica l'assunzione del rango di "colonna" di un genere.
Si tratta di un destino comune a molti (il caso di Totò è
il più clamoroso), che dimostra, insieme con gli altri, come
nel mare della critica cinematografica, la formazione delle diverse
onde di consenso dipenda davvero da fattori insignificanti, quali la
citazione di un illustre opinionista nell'articolo di un giornale o
l'omaggio di qualche giovane regista grato verso il passato, che alla
fine danno vita a quello che sarà in poco tempo, attraverso un
processo "alluvionale" d'imitazione, il cosiddetto "cult
movie".
E che "Il sorpasso" sia un "cult", si capisce dalla
vita autonoma e longeva che hanno acquistato certi "brandelli"
del film nell'immaginario collettivo attuale: si pensi alla figura del
bifolco ciociaro con sigaro in bocca e cesto di uova in mano, resuscitato
sotto mentite spoglie e non, in numerosi spot pubblicitari e sketch
di varietà televisivi; oppure all'ormai mitica "Aurelia",
prodotto di singolare raffinatezza uscito nel lontano '56 dalle gloriose
fabbriche della Lancia, per divenire, in seguito, a causa (o per merito)
di Risi il prototipo della macchina truccata e raffazzonata. Che dire
poi del suono assillante e sfrontato del clacson, compiutissimo biglietto
da visita del suo proprietario?
Ecco
dunque cosa è capitato a "Il sorpasso", incensato solo
da poco più di dieci anni come il capolavoro della "Commedia
all'italiana". Eppure, come del resto il suo regista, questo film
si eleva rispetto alle altre species proprio perché si
distacca dai loro canoni di riferimento.
Ad
un'attenta analisi, "Il sorpasso" appare sì un esempio
di satira di costume, ma non di "Commedia all'italiana". Prima
di tutto perché stiamo parlando di un vero e proprio "road-movie",
genere inventato almeno trent'anni prima, ma non ancora sperimentato
in Italia; in secondo luogo (aspetto questo incredibilmente poco notato)
perché i tre sceneggiatori - Maccari, Risi e Scola - disegnano
i due personaggi principali, Bruno e Roberto, con un'accuratezza psicologica
inconsueta per il cinema nostrano di allora, attento più che
altro a confezionare "macchiette".
Prescindendo dalla splendida caratterizzazione di Bruno, simbolo del
cialtrone opportunista che spera di rifarsi in pochi anni degli stenti
patiti nel Dopoguerra, impersonato da un Gassman ai più alti
livelli e sul quale si è già detto tutto, sorprende in
positivo la bellezza del personaggio di Roberto, un bravissimo Trintignant
agli inizi, considerato ingiustamente come una semplice "spalla"
o un "contrappeso" del primo. Niente di più falso.
Roberto, anzi, nonostante il temperamento introverso e debole, è
forse l'elemento migliore di tutto il lungometraggio. Da che guardo
film (circa vent'anni), non mi è mai capitato di vedere il sentimento
della timidezza rappresentato in una maniera così realistica,
nel suo delicato minimalismo.
Certo,
la tipologia del "timido" è, ed è stata, sempre
così presente nel Cinema, da rappresentare uno strumento facile
e prevedibile per la penna di autori a corto d'idee, ed elencarne gli
esempi in questa sede sarebbe addirittura impossibile. Ma è anche
vero che una simile spesa di pellicola non ha mai consentito il superamento
del mero ritratto bozzettistico per opera del caratterista di turno,
e se si parla di protagonisti, la timidezza assume costantemente i contorni
di un semplice espediente narrativo finalizzato a sviluppare la proverbiale
"farsa", mettendo da parte tutte le sfumature e le sottigliezze
di cui può preoccuparsi solo un fine artista-psicologo. In poche
parole, non si è mai andati oltre la già citata e italianissima
"macchietta".
Il ritratto di Roberto è invece frutto di un lavoro serio, i
cui risultati possono ammirarsi da pochi, sensibili "tocchi".
Si pensi alla sequenza in cui il ragazzo resta chiuso nel bagno di un
bar perché gli salta la maniglia della porta, e ci resta per
minuti interi non avendo il coraggio di chiedere aiuto. Quale migliore
situazione per descrivere la sofferenza di chi vede improvvisamente
ingigantite difficoltà in realtà piccolissime? Sembra
che gli autori del film abbiano racchiuso in una singola scena interi
manuali di psicologia sulla tipologia degli "evitanti". Il
tutto senza contarne il significato "bidimensionale": descrizione
della timidezza, ma anche metafora della stessa, intesa appunto come
gabbia dalla quale il prigioniero non può e non vuole uscire.
Dello stesso segno (avversità piccole che diventano soggettivamente
grandi) è la sua titubanza in spiaggia nel decidere se reclamare
al cameriere l'ordinazione che non arriva. Pregevole è inoltre
l'analisi della reazione negativa da parte del contesto sociale di fronte
al naturale riserbo del timido (quando Roberto è invitato suo
malgrado sulla barca del suocero di Bruno, una delle passeggere è
annoiata dal suo perdurante silenzio e lo definisce sdegnosamente "imberbe").
Si
ripensi alla fotografia che ritrae la donna della quale è innamorato,
abitante nel palazzo di fronte al suo, che Roberto mostra con orgoglio
a Bruno, confessandogli di non averle mai rivolto la parola; o ancora,
allo stupendo gioco di sguardi con la figlia di Bruno (Catherine Spaak)
per la quale il ragazzo prova simpatia, e infine all'uso dell'espressione
del pensiero per mezzo della voce fuori campo, una tecnica cinematografica
molto in voga negli anni Sessanta, e che qui ben si addice al carattere
del personaggio: è naturale, infatti, che il timido, non trovando
fidati gli altri interlocutori, tenda a dialogare con se stesso (quando
rimane solo con la moglie di Bruno, il ragazzo è disorientato
e si chiede "Che le dico adesso?").
Che a Roberto sia riservata la fine tragica di un incidente stradale,
appare un'esigenza narrativa indispensabile per la riprovazione che
deve necessariamente accompagnare la figura di Bruno, ma è anche
la raffigurazione del destino che incontra l'altra parte dell'Italia,
quella ingenua e sprovveduta, votata a subire i torti del suo contraltare
fatto da "palazzinari" senza scrupoli, da collusi, da truffatori
incalliti, e da impiegati normaloidi che parcheggiano in doppia fila.
Chissà
quanta parte abbia avuto Dino Risi nella costruzione del personaggio
di Roberto, e quanta invece debba essere attribuita agli altri due sceneggiatori.
Mi piace pensare che sia soprattutto farina del suo sacco, malgrado
quel suo carattere così diverso dal personaggio, estroverso e
spaccone, forse anche un po' egocentrico, così come lo dipinge
chi ha lavorato con lui. Né può raffigurarsi in altro
modo uno che ha ricoperto la carica di Presidente della giuria di Miss
Italia con tanta naturalezza a ottant'anni suonati. C'è da aspettarsi
che il suo atteggiamento non cambi nemmeno di fronte all'esigente pubblico
della Mostra del Cinema di Venezia, quando sorreggerà il prestigioso
premio, mai prima d'ora così giusto e "politicamente corretto"
allo stesso tempo.
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