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Pubblicato su "Ink"
#15, Maggio 1999
La
discesa di Luis Royo
di Alberto Cassani
Saragozza
è una città strana: capoluogo della provincia di Aragona,
sorge sulle rive dell’Ebro, in un’oasi agricola circondata da zone aride.
D’estate fa un caldo boia, e d’inverno fa talmente freddo che se due
amici si incontrano per strada non si salutano neanche, per evitare
di congelarsi le corde vocali. Saragozza non è né Barcellona
né Madrid, in effetti è più o meno a metà
strada tra queste due città. Saragozza è la città
natale di Luis Buñuel e Francisco Goya. Entrambi sono stati artisti
straordinari, estremamente personali, particolarmente visionari. In
questo sono molto simili a Luis Royo, uno dei migliori illustratori
del mondo. Luis Royo, l’avrete capito, viene da Saragozza.
Royo
è attivo nel mondo dell’illustrazione dal 1983, e ci è
arrivato dopo un’esperienza come pittore e disegnatore di fumetti. All’inizio
lavora per lo più come copertinista di riviste (“Heavy Metal”
su tutte) e di libri (soprattutto per la Berkley Books), ma dal 1990
inizia la pubblicazione di libri di illustrazioni, il primo dei quali
si intitola "Women", mentre l’ultimo è il primo tomo
dei "Prohibited Books".
Per
Royo la fantasia è il cibo della mente, e in quanto tale ritiene
la si debba usare il più possibile, non la si deve lasciar marcire
in dispensa. La fantasia, in effetti, è una componente essenziale
della vita di una persona che nel proprio lavoro è spesso costretta
a passare moltissimo tempo seduta al tavolo da disegno. Certo devi comunque
conoscere la realtà, vivere certe esperienze, per poter lavorare
di fantasia, ma nei lavori di Royo ha chiaramente più importanza
la parte fantastica di quella quotidiana. Effettivamente i suoi lavori
sembrano essere su un piano ben diverso da quello razionale: sono per
lo più di ambientazione fantasy o fantascientifica, anche se
non mancano intrusioni in altri generi (fantastiche alcune illustrazioni
western per il suo libro "Dreams"), e riflettono quella
che è chiaramente la sua più grande ossessione: il mito
della Bella e la Bestia.
Royo
ritrae sempre (quando può) donne bellissime in situazioni esasperate,
donne la cui bellezza è in pieno contrasto con l’ambiente che
le circonda, con i mostri che le circondano. La Bella e la Bestia, appunto.
Anche se a guardare certe sue inquadrature “alla Serpieri” mi ero fatto
un’altra opinione, è lo sguardo la cosa che attrae di più
Royo. È attraverso lo sguardo della protagonista che la sua storia
ci viene raccontata fin nei minimi dettagli. È attraverso lo
sguardo che viene giustificata la figura di una ragazzina vestita come
un guerriero ed armata con uno spadone che non riuscirebbe mai neanche
a sollevare, è il suo sguardo che ti fa pensare che anche se
è solo un’adolescente ha già tutta la forza necessaria
per poter sopravvivere in quell’ambiente, che ti fa capire che è
abbastanza esperta nell’uso di quello spadone da poter impaurire i mostri
che la circondano... Prendendo spunto da attrici, modelle o semplici
donne incontrate per strada, Royo illustra la propria figura femminile
ideale, la propria fantasia personale: una donna bellissima, decisa,
forte e pronta a tutto. Una donna che è stata incarnata alla
perfezione da Julie Strain,
attricetta di poco talento ma dal fisico prorompente, che è diventata
il volto (e il corpo) simbolo della rivista "Heavy Metal".
A
detta dello stesso Royo l’illustrazione, pur essendo un canale poco
razionale, talmente intuitivo da essere quasi onirico, funziona su tre
livelli ben diversi, che finiscono per agire sul subcosciente del lettore:
ad un primo livello c’è l’impatto del lettore con l’opera, c’è
la prima impressione; in un secondo livello avviene la trasmissione
del “sogno” che ci viene raccontato; mentre nel terzo livello, quello
“plastico”, il lettore si rende finalmente conto dei particolari che
compongono il disegno. In pratica inizialmente veniamo colpiti dall’effetto
d’insieme, dalla potenza visiva dell’illustrazione, quindi ne riconosciamo
il soggetto e l’ambientazione, ed infine ne ammiriamo i particolari.
Nel caso di Luis Royo rimaniamo a bocca aperta ad ognuno di questi livelli.
Scorrendo
più e più volte i suoi libri sono sempre rimasto sorpreso
da come lavori quasi sempre con formati piccoli, relativamente parlando.
È infatti rarissimo trovare una sua illustrazione che superi
i 35 x 50 cm. Quando ho finalmente avuto modo di vedere da vicino alcune
delle sue tavole originali sono rimasto ancora più sorpreso dalla
perfezione dei particolari: ogni piccola cosa era disegnata (con l’aerografo,
di solito) col massimo della precisione, i diversi tipi di materiali
ritratti riuscivano effettivamente ad avere una diversa lucentezza,
un peso ed uno spessore diverso. Le sue figure umane, poi, sono spesso
l’apoteosi dell’iperrealismo. Su di un muro della mia camera da letto
è appeso un poster che ritrae (a misura doppia) il suo “La
Anuncación”, in cui una splendida ragazza dagli impressionanti
occhi azzurri è in lacrime probabilmente per via dei macchinari
elettronici che le si sono infilati nel cervello. Le sbavature del rimmel,
i graffi sul volto, i capelli, i punti in cui gli aghi si sono infilati
sotto la pelle... impressionanti! Se dire di una fotografia che sembra
un quadro non è certo un complimento, dire di un quadro che sembra
una fotografia di certo lo è!
Ho
accennato più sopra che Royo dipinge spesso usando l’aerografo.
In effetti, però, gli piace usare diverse tecniche e diversi
materiali. Il lavoro, comunque, lo porta sempre a termine usando pennelli
e tempere ad olio, il che gli permette di dare più strati di
colore, creando così impressionanti effetti di trasparenza. Preferisce
dipingere su un tipo di cartoncino abbastanza rigido, lasciando la tela
ai lavori che gli vengono pagati di più, per via della maggior
difficoltà di controllo del colore e quindi dei maggiori tempi
di lavorazione. Per quanto riguarda le figure umane, vi potrebbe capitare
di riconoscere un’attrice famosa come protagonista di una sua illustrazione.
In realtà Royo ha probabilmente preso il suo sguardo e l’ha montato
sopra la bocca di un’altra donna, circondando il tutto con la mascella
di una terza ragazza, quasi come stesse costruendo un robot... È
anche questa la sua forza: la documentazione. Royo accetta di venir
influenzato allo stesso modo da mostre artistiche, da fumetti, da film,
da romanzi, persino da video-clip e dalla sottovalutata pubblicità,
senza preconcetti di sorta, senza porsi il problema se una cosa sia
effettivamente un’espressione artistica o meno. In fondo catalogare
l’arte, come dice lui stesso, è solo una stupidaggine.
Reali
o immaginarie, fantasy o fantascientifiche, le sue ragazze sono
sempre estremamente diverse l’una dall’altra, e ognuna di loro riesce
a trasmetterci la propria storia, unica e originale, che ci viene raccontata
fin nei minimi particolari con una singola illustrazione (forse anche
per questo Royo ha smesso di far fumetti, e non tornerebbe a farli).
Pensate che alle volte dalla Germania gli commissionano copertine per
romanzi non ancora scritti, copertine che gli scrittori aspettano di
vedere per avere l’ispirazione giusta! E non si può dar loro
torto: sono pochi gli uomini che non vorrebbero incontrare le ragazze
dipinte da Luis Royo, almeno nei sogni.
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