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Alberto Cassani, 16 Luglio 2002: Annacquato |
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Distribution, 19 Luglio 2002
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Shaft
di John Singleton
Il
detective privato John Shaft è stato un'importantissima icona
della cultura statunitense degli anni '70. Creato dal romanziere Ernest
Tidyman e interpretato sullo schermo da Richard Roundtree, Shaft è
stato il primo personaggio di colore di un certo spessore: aveva il
grilletto facile e non si faceva scrupoli a mettere con le spalle al
muro i bianchi, andava in giro vestito come un nero di strada e gli
bastava schioccare le dita perché le donne gli cadessero ai piedi.
"Shaft il detective" uscì nel 1971, pochi mesi dopo
"Sweet Sweetback's baadassssss song" di Melvin Van Peebles
e un annetto prima del "Superfly" interpretato da Ron O'Neal.
Era la nascita della blaxploitation (da 'black' e 'exploitation',
valorizzazione), un genere di film d'azione ambientato nel mondo dei
neri, che vedeva spesso come protagonisti spacciatori e prostitute,
tossicomani e piccoli criminali. I film della blaxploitation
erano essenzialmente diretti ad un pubblico di neri, ma il loro successo
fu enorme, seppur di breve durata, tanto che la loro influenza sul mondo
del cinema mainstream la si può notare ancora oggi. Senza
gli Shaft, le Foxy Brown e i Superfly non avremmo mai avuto l'Ispettore
Callaghan, ma non avremmo mai avuto neanche i "Clockers",
i film dei fratelli Hughes, i "Boyz N the hood", e nemmeno
i "Pulp Fiction" e i "Training
Day".
Nel 2000 John Singleton, già straordinario regista proprio di
"Boyz N the hood", ha riportato sul grande schermo il detective
di colore più duro della storia del cinema, prendendone però
le distanze fin dalle premesse.
John
Shaft è un poliziotto nero in forza al 15° distretto di New
York. E' una testa calda, amato dai colleghi ma odiato dai superiori,
tutt'altra cosa rispetto al suo omonimo zio, grandissimo investigatore
privato che cerca di convincerlo a lasciare la polizia per mettersi
in società con lui. Una sera, Shaft si trova a indagare su un
omicidio avvenuto fuori la un locale di classe. Il caso è però
risolto nel giro di pochi minuti: la vittima, un ragazzo di colore,
aveva avuto una discussione con un ragazzotto bianco e razzista, e ha
finito per beccarsi una bastonata in testa. Ma aver arrestato un omicida,
a New York non vuol dire riuscire a tenerlo in galera, soprattuto in
casi come questi, in cui si tratta del rampollo di una delle più
importanti famiglie della città. Il giudice non fa nemmeno in
tempo a dire "libertà su cauzione" che il ragazzo è
già scappato in Svizzera, e a Shaft non resta altro che accettare
di malincuore il trasferimento alla narcotici, dove i cattivi sono ispanici
invece che bianchi...
La
differenza tra questo film e le tre pellicole originali è presto
detta: Shaft era un personaggio perfetto, rivoluzionario, per gli anni
'70, mentre nella NY di fine millennio è solo uno dei tanti poliziotti
duri ma di buon cuore, che si scontra con l'establishment prima
ancora che con i criminali. Ha il grilletto fin troppo facile e un sacco
di amici pronti a dargli una mano. Parla sporco e prende continuamnte
in giro gli altri, ma i criminali lo insultano dalla mattina alla sera.
E' affascinante ma non si fa una donna neanche a pagarla. Non c'è
niente da fare: questo è proprio un altro Shaft! Come aveva già
dimostrato "Sfida Finale", il cui titolo originale "Original
Gangstas" era tutto un programma, il tipo di personaggi in voga
negli anni '70 avevano un senso in quel loro universo: oggi non hanno
né senso né interesse.
Quando
Singleton prova a fare il suo film più commerciale, quello con
più potenzialità, realizza invece il suo film peggiore.
"Shaft" è una pellicola mediocre, un film d'azione
con poca azione, con ben poche attrattive se non il nome del personaggio,
con una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti e una messa in
scena finta e del tutto priva di originalità. Stupisce vedere
questa pochezza da parte di un regista dotato come Singleton, che comunque
riesce a dimostrare qua e là il suo talento e ripropone alcune
delle sue tematiche, seppur all'acqua di rose.
Samuel
L. Jackson era assolutamente l'uomo giusto per il ruolo, ma non gli
è stato dato molto da fare. Brillano invece i cattivi Christian
Bale (evidentemente ottimo attore, ma incapace di reggere un film sulle
proprie spalle, come sanno gli spettatori di "American
Psycho") e un ottimo Jeffrey Wright, anche se recitare così
sopra le righe è certamente più facile che non dar vita
ad un personaggio credibile. Ma tutti gli elementi che compongono il
film, proprio gli stessi che avevano decretato il successo dei prototipi
di trent'anni fa, finiscono per deludere e annoiare.
John
Shaft è un duro, uno dal grilletto facile, "è una
macchina del sesso con tutte le pupe, è colui che rischia la
pelle per salvare i suoi fratelli", come cantava Isaac Hayes sui
titoli di testa del film originale, e di questo. Ma - Damn it!
- questo è tutto un altro John Shaft.
Percorsi
tematici
Four
Brothers - di John Singleton; con Mark Wahlberg, Tyrese Gibson,
André Benjamin.
Titolo:
Shaft (Id.)
Regia:
John Singleton
Sceneggiatura:
Richard Price, John Singleton,
Shane Salerno
Fotografia:
Donald E. Thorin
Interpreti:
Samuel L. Jackson, Christian
Bale, Jeffrey Wright, Vanessa Williams, Toni Collette, Busta Rhymes,
Dan Hedaya, Richard Roundtree, Gloria Reuben, Lee Tergesen, Mekhi Phifer,
Rubern Santiago-Hudson, Josef Sommer, Lynne Thygpen, Philip Bosco, Pat
Hingle, Daniel von Bargen, Capital Jay, Isaac Hayes, John Singleton,
Al Thompson, Gordon Parks
Nazionalità:
USA, 2000
Durata:
1h. 39'
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