The
Good Shepherd
Incontro
con Robert De Niro
a cura di Emanuele Rauco
Gli
anni passano per tutti, per alcuni meglio per altri peggio. Per uno
dei maggiori attori viventi, Robert De Niro, sicuramente la vecchiaia,
e debellati problemi di salute annessi, non è un problema, anche
se il Toro scatenato o il furioso teppista di strada sono un ricordo
che ha fatto spazio ad una specie di nonno sereno, lucido e schivo.
L'abbiamo incontrato al Grand Hotel St. Regis di Roma, poco dopo la
proiezione del suo nuovo film da regista, "The
Good Shepherd", assediato da giornalisti, fotografi e curiosi.
Perché
così tanto tempo per realizzare questo film?
Perché volevo parlare della C.I.A. in un periodo storico diverso
da quello che ho poi effettivamente raccontato nel film, volevo parlare
della caduta del muro di Berlino. Poi Eric Roth, lo sceneggiatore, ha
scritto quest'ottima sceneggiatura e abbiamo raggiunto un compromesso:
io dirigevo questo film, lui avrebbe scritto gli altri capitoli che
volevo raccontare.
Saranno
dei veri e propri seguiti o storie nuove?
Pensavo in realtà ad un trittico che arrivi fino ai giorni nostri,
anche se ora sto preparando un film con Barry Levinson su un produttore
hollywoodiano, tratto dal best-seller di Art Linson "What just
happened?".
E'
il tuo secondo film da regista: qual è stato il tuo approccio,
anche col cast?
Il casting è fondamentale, soprattutto per i ruoli secondari:
come regista, un attore dà il massimo nella direzione degli attori.
Ad esempio, John Turturro, che ha recitato nonostante la scomparsa della
madre, o l'attore che fa l'agente russo, sono perfetti, e non si possono
sostituire.
Come
spieghi la diversità di visioni politiche tra i diversi personaggi
dell'agenzia?
Negli Stati Uniti ci sono modi diversi d'intendere la libertà,
la democrazia, il patriottismo. Da un lato c'è chi si chiude
per conservare il proprio potere, dall'altro chi si apre al progresso
e alla speranza.
Credi
che questo tipo di istituzioni siano utili?
Sono teoricamente importanti, ma lavorando nell'ombra non sappiamo cosa
facciano in realtà. Cercano di capire la realtà, ma non
sempre ci riescono.
Il
rapporto padre-figlio torna sempre nei tuoi film...
Se ti riferisci a "Bronx", quel film è scritto da Chazz
Palminteri: è la sua biografia, io ho solo dato il mio personale
contributo. Lo faccio sempre con le storie che mi appassionano. E personalmente,
quello è un rapporto che mi emoziona molto.
Ci
è sembrato di scorgere la lezione di Sergio Leone nel modo di
approcciarsi alla storia ed ai piani temporali.
In parte è
vero, perché mi sono ricordato di quanto fosse importante per
lui, ed ho cercato di entrare nel progetto con un approccio simile,
anche se cinematograficamente molto lontano.
Che
rapporto hai coi media? Ci sembri molto poco glamour.
Preferisco che il film parli per me, anche se da regista devo scuotermi
di più per raccontare e far capire meglio il mio film.
Che
rapporto hai avuto coi materiali e la ricerca? Ti sei mai sentito spiato?
Molto spesso la narrativa ha usato la spy-story, ma dimenticando
il realismo o lasciando tutto affidato al mito, da James
Bond al George Smiley di le Carré. Ho voluto colmare questa
lacuna cambiando tono, usando fatti reali e spunti romanzeschi ma credibili.
A volte mi capita, ma solo in Russia ho avuto la sensazione fisica di
qualcuno che mi spiasse, all'epoca dell'Unione Sovietica.
Cosa
pensi dei fallimenti della C.I.A.?
In questo momento storico sono sulla bocca di tutti, ed è normale
pensare che ci siano state negligenze o disattenzioni, specie nei confronti
di Al Qaeda, ma credo che in parte siano incidentali, tragiche sfortune.
La
parte personale del film è molto intensa e valorizzata.
E' l'aspetto che ho voluto sottolineare di più, per creare il
ritratto di un uomo solo, circondato dalla mancanza di fiducia: e trovo
sia molto appassionante, è la chiave che mi ha spinto a girare
questo copione che girava da molti anni.
Uno
dei temi sotterranei è la corruzione che segna la nascita e la
crescita dell'agenzia d'intelligence...
E' vero: il cambio di personalità, la grandezza dell'organizzazione,
ha svilito un po' le premesse da cui è nata, ma anche se è
nell'occhio del ciclone, ha fatto molte cose importanti, per l'America
e per il mondo.
E'
interessante come il seme dell'agenzia sia una società segreta,
la Skulls & Bones. E' meglio la trasparenza, nel gestire questi
affari, o la segretezza?
All'epoca,
quella società era molto più segreta e potente, ora il
tutto sfiora il discorso mitico, suggestivo più che politico.
Dire tutto è giusto ed onesto, ma non è possibile, anche
perché tra ragione e Ragion di Stato, la differenza è
spesso molto sottile.
Percorsi tematici
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