|
Raffaello
De Masi, 29 Gennaio 2007: Intenso |
Mikado,
22 Marzo 2002
|
A
torto o a ragione
di István Szabó
Berlino,
1945. La guerra è finita e gli americani stanno attuando un'estesa
azione di denazificazione della Germania occupata. Il maggiore Steve
Arnold è incaricato di verificare la posizione, nei confronti
del regime, di Wilhelm Furtwängler, il più illustre direttore
d'orchestra della sua generazione, che scelse di rimanere a Berlino
durante il periodo nazista, al contrario di molti suoi colleghi che
volontariamente emigrarono all'estero o vi furono costretti.
Tratto
da una pièce teatrale (la cui atmosfera è più
che evidente lungo tutto lo sviluppo del film) a sua volta basata sulla
vera storia di Wilhelm Furtwängler, la vicenda è tutta giocata
sul confronto delle personalità del maggiore Arnold, visibilmente
convinto della subordinazione del maestro al regime, e dell'artista,
che fin dall'inizio evidenzia il suo potente desiderio di aver cercato
di tenere lontano l'arte dalla politica, qualunque essa sia stata.
Il
film, presentato fuori concorso al 52° festival di Berlino, si sviluppa
sul diretto e violento scontro tra una personalità pragmatica,
quella del maggiore inquisitore, e quella complessa e, per certi aspetti
contraddittoria dell'artista. Mentre la prima è appena accennata,
relegando Harvey Keitel ad un ruolo tanto odioso quanto superficiale,
il regista si concentra molto di più sulla contraddizione interna
di un artista che mescola desiderio di valutazione assoluta e indipendente
del valore della musica e dell'arte in generale con le esigenze e le
aspirazioni di carattere personale. Realtà e costruzione scenica
si mescolano e prevalgono vicendevolmente l'una sull'altra durante tutto
il film. Il regista si preoccupa soprattutto di evidenziare lo stato
d'animo dell'aristocratico musicista, combattuto tra il desiderio di
rimanere in patria per non perdere la posizione di primato artistico,
che ne aveva fatto la stella di prima grandezza della musica del regime,
e l'esigenza di ridurre al minimo i compromessi con la propria coscienza
(Furtwängler, tra l'altro, salvò dal campo di sterminio
diversi ebrei e non prese mai la tessera del partito).
Il
film si gioca (e forse questo è uno dei suoi limiti) su un episodio,
realmente accaduto, in cui Furtwängler fu invitato a dirigere il
concerto per il compleanno di Hitler, occasione in cui il maestro utilizzò
perfino uno stratagemma (prese un fazzoletto dalla tasca) per evitare
di fare il saluto nazista, enfatizzando, successivamente, il contrasto
che per tutta la vita tormentò il maestro che vedeva montare
sempre di più la popolarità di un giovane direttore d'orchestra,
Von Karajan, da lui stesso dispregiativamente definito "il piccolo
K". Più che evidente, durante lo sviluppo della trama, il
desiderio delle regista e dello sceneggiatore di spingere il piatto
della bilancia a favore di Furtwängler, orientando anche la simpatia
dei personaggi (Emmi Straube, segretaria del maggiore, figlia di uno
degli ufficiali con i morti nel complotto contro Hitler; David Wills,
attendente e collaboratore di Arnold) in maniera fin troppo e spiacevolmente
evidente.
Probabilmente
il più grosso limite del film, oltre alla mancanza di approfondimento
della personalità dell'inquisitore, sta proprio nel fatto di
essersi limitato alla valutazione dell'episodio singolo (per inciso,
Furtwängler fu assolto dalle accuse ma, con una delle contraddizioni
tipiche della mentalità americana, gli fu, fino alla morte, avvenuta
nel 1954, proibito di dirigere negli Stati Uniti), senza approfondire
il vero tema di fondo, vale a dire l'irrinunciabile dualismo sempre
stridente tra arte e politica, nel quale la prima tenta di mantenere
la sua indipendenza e individualità, la seconda cerca in ogni
modo di asservire la prima, utilizzandola ai propri fini. Se condannare
una ideologia significa condannare una cultura ad essa collegata, non
sempre è vero il contrario. Ed è qui, forse, che il regista
avrebbe dovuto davvero separare, come si suol dire, il grano dal miglio,
contrapponendo, anche attraverso una sceneggiatura più equilibrata,
due personalità meglio bilanciate e altrettanto articolate. Il
duello si sarebbe rivelato più sottile, complesso, interessante.
Ma forse anche questo è voluto, considerando, nel film, la contrapposizione
tra un raffinato concerto e le note di Glenn Miller, quasi un baratto
tra anime diverse.
Titolo:
A torto o a ragione (Taking Sides)
Regia:
István Szabó
Sceneggiatura:
Ronald Harwood
Fotografia:
Lajos Koltai
Interpreti:
Harvey Keitel, Stellan Skarsgård, Moritz Bleibtreu, Birgit Minichmayr,
Ulrich Tukur, Oleg Tabakov, R. Lee Ermey, Hanns Zischler, Armin Rohde,
August Zirner, Daniel White, Thomas Thieme, Jed Curtis, Garrick Hagon,
Robin Renucci, Markus Heinicke, Aleksander Tesla, Jarreth J. Merz, Holger
Schober, Frank Leboeuf, Philip Bowen, Thomas Morris
Nazionalità:
Francia - Regno Unito - Germania - Austria, 2001
Durata:
1h. 45'
|