Fratelli
di sangue
(La Radio)
Intervista
a Davide Sordella
di Alberto Cassani
Tu
hai avuto una carriera cinematografica abbastanza particolare, finora,
che ti ha portato in giro un po' per tutto il mondo a lavorare soprattutto
in documentari e spot di pubblicità "socialmente utile".
Sei partito dalla scuola di documentario di Daniele Segre e sei arrivato
alla scuola di cinema di Mike Leigh a Londra. Come mai questa voglia
di spaziare a tutto tondo nel campo del cinema, quando si vedono sempre
più spesso professionisti che si specializzano in una cosa e
fanno sempre e solo quella?
Un
mio "zio", quando gli chiedevano che mestiere io facessi,
rispondeva dicendo: «No, lui non lavora, fa il 'cine'».
Credo che ci sia una certa verità in questa frase. Il cinema
per me non è un lavoro, ma una 'scusa' per poter vivere certe
esperienze profonde ed umane nelle quali, senza questa 'scusa', avrei
più pudore a mettermi in gioco e a chiedere agli altri la stessa
cosa.
Io sono una
persona molto innamorata delle storie, a volte mi accusano di innamorarmi
più delle storie delle persone che delle persone stesse... Sono
da sempre affascinato dai racconti che la gente si scambia, si regala
in modo casuale negli autobus, nelle sale d'attesa, di fronte ad un
caffè, nei pranzi di famiglia... Il cinema è quindi per
me la forma con cui entrare a far parte in modo più completo
di questo meraviglioso 'salone di pettegolezzi'.
Mi raccontava
un vicino di casa in Bolivia di non essere mai uscito dalla propria
vallata, l'unica cosa che conosceva del 'mondo' erano i racconti che
a volte in modo casuale ascoltava in casa sua sulle lontane città,
sulla luce elettrica, sul mare... Un giorno quando era solo un bambino,
gli muore una piccola alpaca e, terrorizzato dall'idea di tornare a
casa, decide di scappare e andare a vedere cosa ci sia al di là
della propria vallata. Così, comincia a scalare la montagna sino
al colle che ne delimitava il crinale. «E sai cosa ho visto quando
sono arrivato in cima? - mi ha detto - Un'altra valle, e un'altra valle,
e un'altra valle ancora...» Credo che la mia vita e il mio bisogno
di cinema siano un po' sintetizzati da questa immagine.
"La
Radio" è stata la tua tesi di laurea alla London International
Film School, ed è stato il tuo primo lungometraggio a soggetto.
Un film, anche come impostazione, completamente diverso dalle cose che
avevi girato in precedenza. Come l'hai concepito?
"La Radio" nasce in un Agosto piovoso di Londra. La sceneggiatura
è stata scritta di getto in un paio di settimane, scatenata da
una frase reale che è poi diventata il centro del film, quando
Lella dice: «Lo sai cos'è il peggio di tutta questa merda?
Che alla fin fine in una famiglia ci si perdona». Una frase in
cui coincide, secondo me, tutta la bellezza della relazione di sangue,
ma anche tutto l'orrore, il baratro, quel cordone ombelicale mai tagliato
che per me rappresenta la famiglia. Una frase che ha aperto in me -
o meglio: che ha frantumato - il vaso di Pandora che mi portavo dietro
da anni.
Il
titolo del film arriva da questa stazione radio che manda in onda le
telefonate degli ascoltatori senza porre alcun filtro. E, prevedibilmente,
arrivano solo telefonate di insulti contro tutto e tutti. Quest'idea
della radio aperta come t'è venuta?
Quando me ne sono andato dall'Italia mi sono trovato a dover
scegliere cosa portarmi dietro e cosa lasciarmi alle spalle. Ho deciso
di portarmi un nastro, una registrazione con le telefonate di Radio
Radicale di circa dieci anni fa. C'era veramente una radio che mandava
in onda tutte le telefonate del pubblico, 24 ore su 24. Ne è
venuto fuori uno spaccato agghiacciante dell'Italia, una visione a 360
gradi su quello che non si dice, quello che cova pericolosamente sotto
la pelle. Quelle del film, purtroppo, sono telefonare vere. Io me le
sono portate dietro per il mondo per una decina d'anni, lasciandole
un po' a 'prendere polvere in cantina' per poi rispolverale insieme
al mio passato. C'è quindi, secondo me, un certo parallelismo
tra la vicenda personale, intima e particolare, di questa famiglia e
quella di un paese che forse nasconde sotto una calma apparente delle
cose non dette abbastanza da brivido.
E
come mai hai deciso, per la prima volta, di girare un film in italiano?
Il film è
stato scritto in inglese ed era pensato per essere girato in una cantina
fuori Londra. Quando lo ha letto il mio tutor mi ha chiesto perché
volessi fare un film così personale, così familiare e
in un certo senso così italiano, in inglese. Credo avesse ragione,
ed ho apprezzato moltissimo poter dirigere in italiano, poter cogliere
le sfumature delle parole e delle intonazioni. Una piacevolissima esperienza.
Essendo
"La radio" il tipo di film che è, gli attori ricoprono
un ruolo importantissimo per la sua riuscita. Fabrizio Gifuni è
stata la tua prima scelta per il ruolo del protagonista, mentre sua
moglie Sonia Bergamasco avrebbe dovuto interpretare Lella. Ma come sei
arrivato a scegliere gli attori che poi hanno girato il film?
Io non sapevo
molto di cinema italiano contemporaneo e quindi ho visto in un mese
quasi tutte le produzioni importanti degli ultimi anni. Mi ha colpito
molto il Gifuni di "Un Amore" di Tavarelli, ma anche la sua
esperienza teatrale sulle tragedie greche. Di Rongione più che
i film mi ha molto interessato un suo spettacolo "comico"
sulla propria famiglia che aveva messo in scena a Bruxelles. Quando
invece ho incontrato Barbora, abbiamo fatto
delle prove e delle improvvisazioni sul personaggio: mi ha colpito la
sua preparazione come attrice, la sua serietà e semplicità.
Un'attrice molto tecnica, precisa e capace di sacrificarsi per il risultato.
Tre attori con i quali è stato un grande privilegio lavorare,
dal punto di vista professionale ma anche sotto il profilo umano.
Che
tipo di lavoro hai fatto, con loro?
Abbiamo fatto cinque settimane molto intense di preparazione sul personaggio.
Il film poi è stato girato molto velocemente, in due settimane
e mezza. Per me era molto importante rendere credibile che fossero fratelli,
che ci fosse familiarità e affetto, negli sguardi ma anche nella
fisicità, nel modo di toccarsi, abbracciarsi. Durante parte della
preparazione e nelle riprese i tre attori hanno vissuto insieme nello
stesso appartamento, come una "vera famiglia", chiamandosi
solo e sempre con il nome dei personaggi.
Il primo giorno
di prove siamo andati, senza dir loro prima nulla, alle catacombe di
S. Callisto a Roma. Siamo scesi sotto terra, facendo una visita in completo
silenzio. Penso che quell'esperienza - il buio, l'umidità, la
sacralità di quella tomba - siano stati un'esperienza molto importante.
Credo che uno dei compiti di un regista sia quello di fornire agli attori
degli strumenti concreti che poi loro possano usare nel momento della
performance, unita alla cosa più importante: mettersi
in gioco con loro sino in fondo.
Hai
lasciato spazio all'improvvisazione, sul set?
Non ce n'è stata molta, tranne che per Fabrizio Rongione. Ad
un certo punto lui fa una telefonata in cui dichiara di voler uccidere
sua madre, di odiarla per averli abbandonati da piccoli. Trovo sia un
momento molto efficace ed è un momento totalmente improvvisato,
prendendo spunto da una sua vicenda personale. In fondo noi registi
siamo un po' dei 'manipolatori', e usiamo 'contro' i nostri attori tutto
ciò che possiamo.
Essendo
ambientato in una sola stanza, il film era una sfida anche dal punto
di vista registico. Come avevi pensato di organizzare la messinscena
per evitare di farlo sembrare uno spettacolo teatrale?
Il
rischio era evidente. Quello su cui ci siamo concentrati tutti era raccontare
una storia. Sembra banale e semplice, ma è tutt'altro che facile.
Avevo come riferimento quel piccolo filone di film girati in una stanza:
Linklater, Bergman, Lumet... sino a Lars von Trier. E' interessante
avere dei limiti, ti permette di concentrarti sull'essenzialità,
nel nostro caso la storia e quello che io ritengo la parte più
umana ed emozionante di questo 'mestiere': il lavoro con gli attori.
Lo specifico del cinema era per noi, oltre alla temporalità (i
flashback, le apparizioni...), il poter guidare lo sguardo dello
spettatore con un meccanismo preciso. All'inizio la camera è
molto larga e stabile, per poi avvicinarsi lentamente verso i primi
piani man mano che la storia si fa più intima, rompendo l'equilibrio
formale (con jump-cut e camera a spalla) quando la telefonata
di Roberto spezza la calma apparente dell'inizio. Con l'arrivo di Lella
la camera si allarga di nuovo in modo estremo su tutta la cantina e
si 'calma', per poi proseguire questo 'carrello' virtuale sino al cuore
della storia: i tre primi piani separati dei tre fratelli durante la
telefonata finale.
L'idea di costruire una struttura ed una forma in un certo senso teatrale
per tutto il film sino alla telefonata finale, è comunque intenzionale.
In quel punto cambia totalmente il linguaggio, diventando in un certo
senso più filmico (montaggio più serrato, ossessione per
certe immagini come la sabbia scavata o il primo piano di Lella mentre
fanno l'amore, la voce fuori campo che si mescola con parti di narrativa
classica, musica e montaggio sonoro, inserti di fotografie e vecchi
filmati...). L'intenzione era appunto quella di spezzare nettamente
in due il racconto: una prima parte più 'teatrale' sino alla
telefonata finale, al momento della verità. Quasi un simbolo,
un modo formale di esprimere quell'idea che permea tutto il film sullo
'spettacolino di Natale', su quella grande 'farsa' che a volte può
diventare una famiglia: "tutti in posa per la foto, sorridenti...".
L'idea era di proporre un linguaggio in teoria più neutro - meno
costruito, più 'pulito' ed essenziale, da spettatore che assiste
distaccato ad un dramma, in modo esterno, quasi lontano (in questo senso
più teatrale) - per la parte più fasulla, più di
apparenze; ed invece un linguaggio più costruito, in un certo
senso più falso, più mediato, per la parte della verità.
Un
importante distributore italiano, quando ha visto il film, ha fatto
un unico commento: secondo lui potevo farlo a teatro, perché
per lui questo non era cinema. Ci ho pensato molto, in tutta sincerità
ed umiltà, e l'unica conclusione cui sono arrivato è che
sia un commento imbecille. Credo che noi filmaker abbiamo sempre
qualcosa da imparare dai percorsi di altre arti. Mi riferisco, nel caso
specifico, alle cosiddette 'installazioni' che sperimentano l'unione,
il mescolamento, tra forme diverse come il teatro, l'arte figurativa
più classica, il design, il suono, il video.. Credo che
dopo anni e anni, l'unica conclusione a cui si sia arrivati è
che il fatto di mescolare i generi o di scegliere un contenitore specifico
non ha un valore per sé, non è un pregio in sé.
Ci sono installazioni belle e altre orrende, alcune efficaci e altre
no; credo che questo debba essere il parametro fondamentale con cui
giudichiamo qualsiasi cosa come spettatori. Per cui credo che il commento
che uno debba fare vedendo un film sia "mi ha comunicato qualcosa
o no, mi ha emozionato, mi ha trasmesso delle cose o meno, l'ho trovato
efficace in alcuni aspetti e meno in altri, l'ho trovato banale o disgustoso..."
o ancora più semplicemente "mi è piaciuto o non mi
è piaciuto". Credo che questo sia il fondamento, la base.
Certo il testo di questo film si potrebbe facilmente fare in teatro
e mi piacerebbe molto, ma pensandolo in modo totalmente diverso dall'impostazione
del film, proprio perché il teatro non è solo un testo
recitato di fronte ad una platea. Mi avvicinerei, come regia teatrale,
in modo completamente opposto al realismo che si è cercato di
creare nel film. Credo comunque fondamentalmente che "La Radio"
sia un film, sia cinema, esattamente così come lo sono film ben
più celebri e belli come quelli di Lumet, von Trier e Linklater.
Pur
essendo prodotto nel 2003/04, il film ha avuto una distribuzione solo
adesso. Come mai c'è voluto così tanto tempo prima che
raggiungesse le sale?
Il film è
uscito in una pre-distribuzione in Piemonte a fine Gennaio, in attesa
dell'uscita nazionale per Aprile-Maggio. Devo dire che la reazione del
pubblico è stata molto calorosa e positiva. Per me è veramente,
senza falsa modestia, un privilegio poter incontrare gli spettatori
in sala e condividere con loro per un'ora e mezza il sogno che ho visto
e vissuto da solo. Sto imparando molto da quest'esperienza, anche se
il panorama distributivo che sto incontrando è abbastanza disarmante,
ma in ogni caso mi ha sorpreso e mi stimola vedere come, nonostante
tutto, ci sia uno spazio per un film piccolo e particolare come questo.
Attualmente
stai lavorando al montaggio del tuo nuovo film, "KmZero",
una commedia che racconta la storia di un travestito islamico. Un altro
bel salto...
Il film che stiamo montando adesso è molto diverso da "La
Radio". E' una commedia, è girato quasi tutto in esterni,
in dieci città diverse tra Italia, Spagna e Marocco. "La
Radio" è stata una sfida, mentre questo film va molto di
più nella direzione cinematografica che vorrei seguire. Mescola
molti linguaggi diversi: animazione, fotografia, videoclip, finzione,
documentario... Tratta una tematica che può sembrare controversa,
ma per noi è stata una grande esperienza umana realizzarlo e
spero che questo arrivi anche agli spettatori, specialmente in un momento
difficile come questo.
Percorsi tematici
Fratelli
di sangue (La Radio) - di Davide Sordella; con Fabrizio Gifuni,
Barbora Bobulova, Fabrizio Rongione.
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