Tommaso Tocci, 14 Marzo 2004: Elegiaco
Istituto Luce, 12 Marzo 2004

La sorgente del fiume

di Théo Angelopoulos


Una scenaCupo ed abbagliante, oppressivo e liberatorio, stupendo e insostenibile. Théo Angelopoulos, a più di cinque anni dal suo ultimo film, "L'eternità e un giorno", torna con un progetto ambizioso, che si propone di catturare il respiro poetico di un secolo di storia, di osservare e ritrarre lo sguardo dell'uomo di fronte al suo destino.
Per farlo il regista greco si prende il tempo e lo spazio necessari, che vanno oltre le tre ore di questo film, fino a comporre una trilogia che dagli anni Venti arriverà ai nostri giorni. La statura di questo progetto non stupirà chi conosce la poetica e lo stile dell'autore e non spaventerà chi è avvezzo ad un cinema impegnativo, a partire dal minutaggio, ma dalla superba rilevanza politica e artistica.

Una scenaIn concorso al Festival di Berlino, "La sorgente del fiume" è la storia di un popolo narrata attraverso le vicissitudini di una donna. Scappata con la comunità greca da Odessa nel 1919, in seguito all'invasione dell'Armata Rossa, Heleni torna in patria ed è promessa in sposa all'anziano Spiros, ma ama suo figlio Alexis. I due giovani fuggono a Salonicco tra mille sofferenze, mentre la situazione politica si fa instabile. Inseguiti dal padre, vivono in povertà in un paese sconvolto, aggrappandosi al sogno della musica, presenza sottile ma costante lungo tutto il film. Sarà proprio la musica, amata da Alexis, a determinare i loro spostamenti al seguito di Nikos e di altri musicanti di strada. Giunge il fascismo, poi la guerra e Alexis parte per l'America lasciando moglie e figli. Il dilagare del conflitto mondiale impedisce il ricongiungimento e annienterà tutti gli affetti della giovane donna.

Una scenaSiamo di fronte ad una tragedia, per tanti motivi. L'impostazione delle scene è teatrale, il sipario della macchina da presa si apre su campi lunghi incorniciati da movimenti di macchina spesso lenti e impercettibili, che tuttavia si avvicinano a favorire la focalizzazione sui personaggi. Angelopoulos rinuncia agli stacchi, giunge alla sublimazione del piano sequenza, affidandogli l'intero peso rappresentativo e sfruttandolo per accompagnare il movimento.
Ciò non avviene, però, alla maniera di un Welles, maestoso nel rendere il potere cinetico della scena, o di un Fellini, attento a studiare i personaggi da vicino. Il piano sequenza di Angelopoulos si ritrae, assume un punto di vista distante e distaccato affidandosi alle panoramiche per esplorare le straordinarie scenografie.
Una scenaLa natura tragica è palpabile anche a livello narrativo. Evidente la tensione edipica e in generale gli echi della saga tebana. Per non parlare dell'isotopia dell'allontanamento, del ritorno quasi anaforico del coro musicale, della potenza dei soliloqui, che tempestano la parte finale del film e sottolineano la solitudine di Heleni.
Addirittura il regista esplicita chiaramente il rapporto cinema/teatro per mezzo di Spiros, l'anziano padre abbandonato che, raggiunti i protagonisti a Salonicco, entra nel teatro in cui sono rifugiati assieme a molte altre famiglie e, avvicinandosi al proscenio si abbandona ad un lamento dapprima sommesso, poi sempre più disperato. Il suo pubblico non è visibile, eppure è là, dietro le tende che chiudono i palchi, e ascolta in silenzio. Il cammino del vecchio non può che finire sul palco, rivolto verso la platea e ripreso di spalle dalla macchina da presa, che abbandona l'ottica privilegiata dello spettatore (coincidente con quella dei due giovani dietro la tenda) e corre a legittimare la prospettiva del monologo teatrale.

Una scenaQuello che veramente stupisce, in quest'opera, è il ritmo alternato e ondivago che assume, mutevole ma assolutamente sconvolgente. Sovente capita di abbandonarsi alle eccessive lentezze di alcune scene che distolgono l'attenzione e quasi incrinano la partecipazione emotiva. In molti direbbero che è questo un difetto storico di Angelopoulos, di cui il regista non riesce a liberarsi. La riserva è assolutamente fondata, anche se, dopo una carriera così lunga, appare chiaro che si tratta di tendenza irrinunciabile se non fortemente voluta dall'autore.
Per questo motivo il suo cinema ha una valenza teorica così importante: mette in discussione la concezione stessa del mezzo espressivo. La dialettica del visivo contrapposto alla narrazione produce esiti controversi per lo spettatore, che in sala "subirà" la decisa presa di posizione di Angelopoulos, risolta senza appello in favore della potenza visiva.

Una scenaL'acqua, elemento cardine fin dal titolo, è spesso la componente principale di tali stupende raffigurazioni. Il funerale di Spiros è un liquido contrasto fra l'elemento naturale (il bianco corso del fiume) e quello umano, che percorre l'acqua formando un unico corpo scuro. La dicotomia è esaltata dal campo lungo frontale, capace di cogliere anche il riflesso che si allunga sull'acqua. L'effetto è straordinario, soprattutto se messo in relazione ad un'immagine seguente, che rompe la dualità del quadro: stavolta il fiume sommerge il villaggio, togliendo all'uomo il controllo. Ora le imbarcazioni sono di fortuna, e punteggiano il corso d'acqua decostruendo il rapporto visivo e quello narrativo. Sarà anche la causa di una nuova partenza per Heleni e Alexis, che andranno incontro alla separazione definitiva. Non è casuale la sistematica relazione tra bellezza delle immagini e drammaticità degli eventi: è anzi un binomio insolubile, di cui un membro trae forza dall'altro. Si veda anche la distesa di lenzuoli bianchi che si muovono nel vento, all'improvviso sollevati dall'avanzare di un uomo colpito a morte. Il paradigma più lampante.

Una scenaL'incostanza del film si accentua con la rottura del filo rosso che unisce la famiglia. Di qui in avanti Angelopoulos si concentra sulla disperazione di Heleni, sulla sua alienazione dal mondo dovuta alla prigionia e all'assenza dei figli, partiti in guerra l'uno contro l'altro. Con un procedimento simile per forza espressiva al "Pianista" di Polanski il regista "sottrae vita" alla sua protagonista, tanto più quanto si avvicina il finale. Quello che rimane è il lamento ridotto a litania della donna, che parla ormai solo a se stessa e ai suoi cari lontani. Anche le immagini si fanno completamente oscure, senza gli squarci di luce delle sequenze precedenti. Solo nell'ultima scena torneranno la luce, che suggella l'incontro tra i due fratelli di opposte fazioni militari, e l'acqua.

Una scenaPuò la bellezza formale, per quanto scintillante, abbagliare a tal punto da coprire le zone d'ombra di una sceneggiatura lacunosa, che quasi trascura i personaggi e soprattutto il loro legame con lo sfondo diegetico e politico? È difficile giudicare, e questo film sarà terreno di contesa quanto mai adatto per coloro che vorranno provare a rispondere alla domanda. Tutto viene rimandato alla concezione archetipica del cinema, e di tale responsabilità lo spettatore dovrà essere ben cosciente se non vorrà ritrovarsi a odiare l'autore e i protagonisti per quello strano modo scostante di guardare alla storia (e alla Storia). Sarebbe un peccato. Se viceversa la magnificenza pittorica di alcune sequenze colmerà il vostro sguardo, allora - come il sottoscritto - sarete più indulgenti verso la superba discontinuità di Angelopoulos.


La locandinaTitolo: La sorgente del fiume (To livadi pou dakrizi)
Regia: Théo Angelopoulos
Sceneggiatura: Théo Angelopoulos (con la collaborazione di Tonino Guerra e Petros Markaris)
Fotografia: Andreas Sinanos
Interpreti: Alexandra Aldini, Nikos Poursanidis, Giorgos Armenis, Vasilis Kolovos
Nazionalità: Italia - Grecia - Francia, 2003
Durata: 2h. 51'