La stanza del figlio
Chi conosce l’opera di Nanni Moretti, e si trova di fronte a questo nuovo lavoro, ha la netta sensazione di assistere ad una svolta fondamentale: “La stanza del figlio”, più che l’ultimo film di Nanni Moretti è forse il primo di Giovanni Moretti, un autore, non più un sarcastico autobiografista.
Una
vicenda oggetto di decine di film, narrata da Moretti con grande coraggio
e realismo, senza mai scivolare nel patetico, raggiungendo anzi vertici
di drammatica crudeltà; sembra che il regista ci voglia dire
non solo che al dolore non si può sfuggire, ma che l’unica cosa
giusta da fare in questi casi sia lasciare che ci avvolga e ci annienti.
L’interpretazione di tutto il cast, nonostante l’evidente difficoltà dei ruoli, risulta estremamente efficace, mai eccessiva o melodrammatica, perfetta nel trasmettere sensazioni e sentimenti allo spettatore. Bellissimi anche gli interpreti secondari, in testa a tutti Silvio Orlando e Stefano Accorsi, pazienti di Giovanni-Moretti. Anche dal punto di vista tecnico “La stanza del figlio” mostra una marcata maturazione di Moretti: misurato l’uso dei movimenti di macchina, mai eccessivi i flashback, bellissima la scelta di rendere con diversi punti di vista dell’inquadratura la realtà da un lato ed i desideri dall’altro. La fotografia accompagna in modo significativo la narrazione, facendosi più cupa man mano che la tragedia prende spessore, aumentando i toni di grigio, smorzando il colore.
Guardando questo film ci si rende conto una volta di più che il cinema di Nanni Moretti non è oggi (ma non è stato nemmeno in passato) un cinema di sola comicità; il dramma, che qui è protagonista principale della narrazione, è sempre costante nella sua produzione. Pensiamo alla figura di Bianca nell’omonimo film, all’episodio di “Caro diario” in omaggio a Pasolini ma, ancor di più, all’episodio “Medici” dello stesso film: la dimostrazione del fatto che Moretti sa giocare con la risata e la battuta amara e sarcastica, ma un momento dopo sa parlare di dolore, di morte e dello strazio che l’accompagna senza perdere profondità e vigore, senza tentativi melodrammatici di far piangere lo spettatore o ridere con facile ironia, evitando il rifugio in scontati epiloghi a lieto fine. Chi teme per il futuro del cinema italiano esce sollevato e fiducioso dalla visione di questo film, portando dentro di sè la sensazione che davvero ci sia ancora molto da vedere e da amare sul grande schermo di casa nostra.
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