Sunshine
Incontro
con Danny Boyle
a cura di Emanuele Rauco
Dal
suo cinema potevamo capirlo, ma verificarlo di persona ci ha fatto un
bell'effetto: Danny Boyle, il regista inglese di "Trainspotting"
e "28 giorni dopo", è
un personaggio simpatico ed estroso, quasi spavaldo. Lo ha dimostrato
alla stampa, riunita nella Sala Grande dell'Hotel St-Regis della Capitale,
per presentare il suo nuovo, ottimo, film di fantascienza: "Sunshine".
Lì abbiamo scambiato qualche chiacchiera con lui, che, tifoso
del Manchester United, ha gongolato per la grande vittoria sulla Roma.
Questo
è un film di fantascienza pura: cosa ti ha spinto a tornare a
questo genere?
Il fatto di
avere tra le mani un'idea molto interessante, specie perché nessun
film sul Sole ha mai raccontato realmente cosa sia questa stella. Io
ho voluto farne un viaggio fisico e psicologico verso la fonte di tutti
gli esseri viventi.
E'
di qualche giorno fa la notizia dell'introduzione di un codice etico
per i robot: è un caso in cui la realtà è fantascienza,
pensando ad Asimov. Cosa ne pensi?
Che questo
tipo di ricerca congiunta tra scienziati e scrittori è molto
positiva, se si pensa che la NASA consulta gli scrittori per avere ipotesi
e spiegazioni sul futuro. Devono pensare oltre i confini, ed è
quello che ho cercato di fare anch'io con il mio sceneggiatore Alex
Garland.
Parlaci
del concetto visivo del film.
Siamo partiti dalla figura del cerchio, ed abbiamo costruito il film
attraverso quest'immagine ricorrente. Nel film ci sono cerchi ovunque.
Poi all'interno della nave abbiamo messo solo colori freddi, per trasmettere
la mancanza del sole, in modo che più ci si avvicina, più
la sua luce diventi penetrante.
E
poi è un film di contrasti...
Luce e buio, caldo e freddo, sono elementi primari nello spazio, ma
anche nello spirito di ognuno, per questo andando avanti, emerge lo
scontro tra Paradiso ed Inferno.
Hai
percorso molti generi nella tua carriera: qual'è più vicino
e quale più lontano dalle tue corde?
Cerco sempre di variare il mio percorso, per cercare di dare il meglio
delle mie possibilità in quel momento. La fantascienza è
un genere molto difficile, perché molto tecnico e complesso,
ma anche uno dei più soddisfacenti; i miei film più famosi
invece sono meno codificati, quindi tendono ad allontanarsi da me per
diventare ì del pubblico, che a volte li ama più di me.
Così io sono costretto a difendere i miei film 'minori'.
Quali
sono le opere di fantascienza che più ti hanno ispirato?
Ovviamente "2001: odissea nello spazio", "Alien"
e "Solaris". Da lì non si può fuggire, visto
che sono le pietre angolari del genere e del mio film.
Perché
il protagonista del film, Robert Capa, si chiama come il celebre fotografo
di guerra?
Intanto per omaggiare questo grande fotografo, perché il nome
aveva un bel suono e soprattutto perché il film aveva molto a
che fare con il vedere e con la luce. Ed era interessante il parallelo
sulle loro fini, essendo tutti e due morti su una bomba.
Cosa
nel film è più romanzato e cosa è più attendibile?
L'ultima mezz'ora è tutta immaginaria ed ipotetica, creativa,
perché mancano dati su cosa accade così vicini al Sole,
ed anche per ragioni di convenienza narrativa. Poi il resto è
invece è piuttosto accurato nella ricostruzione.
Uno
dei nuclei del film sembra essere lo scontro tra la cultura razionale
e quella teologica...
Sì, è molto avvincente, anche nella realtà, il
confronto tra scienza e Dio, con la prima come ultimo baluardo della
ragione contro i fondamentalismi, incarnati nel film dal sopravvissuto
alla prima missione.
Come
sei arrivato ad un film così forte e complesso come questo? E'
accaduto qualcosa nella tua vita?
Semplicemente è accaduto che i due precedenti film hanno avuto
molto successo e ci potevamo permettere un film di questo tipo, più
alternativo. Ho sempre amato il cinema fatto in questo modo anticonvenzionale
ed ho approfittato subito del fatto di poter partecipare ad un progetto
simile. Per me è stato come guardarmi allo specchio.
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