28
Marzo 2005
Amore,
Libertà e Poesia
L'arte di Jan vankmajer
di Alberto Cassani
Era
il 1919 quando Robert Wiene diresse "Il gabinetto del dottor Caligari",
il primo film ad appartenere a tutti gli effetti alla corrente espressionista
che si era andata pian piano delineando nella cinematografia tedesca
dell'ultimo decennio, passando anche attraverso i notevoli "Lo
studente di Praga" di Stellan Rye e Paul Wegener, "Il Golem"
di Henrik Galeen e Paul Wegener e "Homunculus" di Otto Rippert.
Era il 1984 quando i fratelli Timothy e Stephen Quay diressero insieme
con Keith Griffiths "The Cabinet of Jan vankmajer",
un quarto d'ora di animazione a passo uno senza parole in cui si racconta
di come un artista presentatoci "alla Arcimboldo" - con due
tiralinee come braccia ed un libro aperto come calotta cranica - prenda
con sé un giovane apprendista e dopo avergli svuotato la testa
della segatura che la riempie gli insegni un modo diverso di avere a
che fare con gli oggetti, permettendo loro di trasformarsi in qualcosa
di nuovo una volta posati sul tavolo da lavoro. È un film quasi
autobiografico, perché è stato attraverso i film di vankmajer
che i fratelli Quay hanno sviluppato l'amore per la stop-motion
ed è dai suoi cortometraggi che hanno appreso quel gusto per
il Surrealismo che caratterizza anche i loro lavori.
Nato
a Praga nel 1934 da un vetrinista e una sarta, Jan vankmajer è
uno dei più importanti registi della storia della cinematografia
cecoslovacca, per quanto i suoi lavori siano largamente sconosciuti
nel mondo occidentale (nessun suo film è disponibile per il mercato
italiano dell'home-video ad esempio).
A partire dalla metà degli anni Sessanta, vankmajer ha
messo l'arte cinematografica al servizio del proprio genio surrealista,
tanto che il ben più noto connazionale Milos Forman l'ha definito
"la somma di Walt Disney e Luis Bunuel". I suoi film sono
in genere realizzati mescolando tecniche diverse, dalle animazioni a
passo uno all'uso di marionette, dai disegni animati ai montaggi astratti.
vankmajer è infatti molto più che un semplice regista:
coi suoi film non vuole raccontare una storia, ma infondere vita agli
oggetti di uso comune; vuole trasportarci in un mondo magico in cui
niente è inanimato, facendoci così dubitare della realtà
stessa. Le sue pellicole sono ricche di simboli ancor più di
quelle di Tim Burton e Terry Gilliam, che si ispirano chiaramente al
suo lavoro, e attraverso la lente del suo obiettivo oggetti banali come
coltelli, sedie e sassi diventano metafore di emozioni e idee.
È
all'inizio degli anni Cinquanta, prima di iniziare a frequentare l'Accademia
di Belle Arti di Praga, che vankmajer entra in contatto per la
prima volta con gli scritti di Karel Teige - uno dei fondatori del Gruppo
Surrealista Cecoslovacco - e con i dipinti di Salvador Dalì,
ma è solo nella seconda metà del decennio, grazie al disgelo
culturale del blocco sovietico, che scopre i lavori di Buñuel,
Mirò e Max Ernst.
Se nella concezione degli storici dell'Arte occidentali il Surrealismo
è ritenuto un movimento artistico sviluppatosi in particolar
modo negli anni a cavallo delle due Guerre Mondiali, per vankmajer
non è una questione estetica ma una vera e propria filosofia,
ancora perfettamente attuale. I surrealisti cecoslovacchi sono ossessionati
dalla sessualità, dalla politica, dalle convenzioni sociali (tutte
cose che vankmajer ha affrontato più volte, nei suoi lavori),
e vista la storia recente di quel paese è normale che il Gruppo
Surrealista Cecoslovacco - di cui vankmajer è entrato a
far parte nel 1970 - sia attivo ancora oggi.
Pur
essendo considerato un regista di animazione, vankmajer ha sempre
operato anche in altri campi artistici: nato nel teatro, è stato
pittore, scultore e grafico, spesso mescolando tra loro arti diverse
e sperimentando anche l'Arte Tattile insieme con la moglie Eva, pittrice
surrealista a sua volta.
In generale, le sue opere riguardano l'Uomo e il suo mondo, per questo
i suoi film non possono essere semplici lavori di animazione ma devono
essere mescolanze di tecniche diverse. Nel cinema ha infatti saputo
sfruttare bene le tecniche narrative care a registi dell'avanguardia
sovietica come Ejzenstejn e Dziga Vertov. Il risultato sono pellicole
intense, che ci appaiono scioccanti anche perché molto lontane
dai film cui noi occidentali siamo abituati (una rarità su tutte:
i raccordi sui movimenti di macchina, che donano grande forza al suo
lavoro di montaggio).
Per
quanto i suoi temi preferiti siano l'inconscio e l'infanzia - ma per
un Surrealista l'infanzia non è il periodo dell'innocenza, quanto
quello in cui le nostre paure iniziano a prender forma - i film di vankmajer
hanno tutti una forte valenza politica e ideologica, anche se spesso
ad un livello estremamente simbolico. Ma è proprio questo simbolismo
che li rende universali, senza tempo. Eppure sono ancora tremendamente
pochi gli occidentali che conoscono il suo lavoro, ma questi pochi sanno
quale genio sia Jan vankmajer.
Percorsi tematici
Otesanek
- di Jan vankmajer; con Veronika Zilková, Jan Hartl,
Kristina Adamcová.
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