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Alberto Cassani, 25 Gennaio 2000: Positivista |
Uip,
21 Gennaio 2000
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American
Beauty
di Sam Mendes
“Da
bambini non sappiamo di doverci arrendere. Tutto quello che impariamo
crescendo è la consapevolezza della sconfitta. Gli adulti non
ricordano più la forza della speranza”
Scott Lobdell - “Excalibur” #35.
A
prima vista “American Beauty” può sembrare la storia di una tipica
famiglia americana. In effetti quella che ci viene presentata è
la tipica famiglia americana di ceto medio-alto: lei agente immobiliare,
lui pubblicitario, classica figlia sedicenne. Basta il primo minuto
di proiezione, però, per capire che la storia che ci viene raccontata
non è esattamente classica. Posso non conoscere molti uomini
americani simili al protagonista di questo film, ma dubito che ce ne
siano molti che iniziano la giornata sparandosi una sega sotto la doccia!
La realtà è che questo film racconta la frustrazione di
un quarantaduenne qualunque, indipendentemente dalla nazionalità,
che vede calare l’attrazione sessuale per la moglie ed inizia a sbavare
dietro le compagne di scuola della figlia. Il tutto portato all’eccesso.
È
curioso come questo film sia molto “adulto”, come riguardi più
i quarantenni frustrati che non i teen-agers illusi, ma riesca comunque
a piacere anche ai giovani. In effetti forse noi giovani abbiamo maggiore
flessibilità mentale rispetto alle vecchie generazioni, che ci
ritengono, tra le altre cose, incapaci di distinguere tra cinema e televisione,
buoni al massimo a passare ore e ore incollati alla Playstation. In
effetti gli “adulti” non si sono certo sforzati per capire perché
a “noi giovani” sia piaciuto quel capolavoro del cinema comico-demenziale
che è “American Pie”, mentre noi, con questo film, ci siamo dimostrati
volenterosi di vedere e cercare di capire le espressioni artistiche
delle generazioni che ci hanno preceduto. Un altro esempio perfetto
di questo fatto sono i film di Gabriele Salvatores: fatti per una generazione
(quella di Salvatores, appunto) finiscono sempre per essere maggiormente
apprezzati da quella successiva (la nostra).
Il
cast di “American Beauty” (che è il nome delle rose rosse coltivate
dalla protagonista) è davvero di ottimo livello, ma è
penalizzato da un pessimo doppiaggio, in cui la scelta delle voci non
è per nulla azzeccata. Kevin Spacey è il mio attore preferito,
per cui se lo lodassi troppo potrei sembrare di parte, ma la realtà
è che si dimostra un attore sempre misurato ma capace di interpretare
in maniera convincente i ruoli più diversi. Al suo fianco c’è
Annette Bening, valida attrice che non era mai riuscita a farsi notare
finché non è diventata la signora Warren Beatty. Anche
gli attori non protagonisti non sono niente male: Chris Cooper è
efficace come sempre, il ventunenne Wes Bentley è bravo nel ruolo
del vicino di casa voyeur e spacciatore, Thora Birch potrebbe approfittare
di questo ruolo per uscire dal filone dei film per ragazzi e diventare
un’attrice “vera”, ma mi sembra che abbia voluto percorrere un po’ la
stessa strada di Christina Ricci, e non è un complimento. Tra
l’altro mi chiedo se non sia illegale far vedere in un film le tette
di una minorenne... La fantasia sessuale di Lester Burnham-Kevin Spacey
è incarnata da Mena Suvari, che a dir la verità non mi
aveva impressionato proprio in “American Pie” e che continua a non piacermi
dopo averla vista in un ruolo per certi versi simile al precedente,
ruolo per il quale ha la faccia giusta, comunque. Unica vera nota negativa
nel cast, comunque, è la presenza di Peter Gallagher, attore
da noi poco noto ma solitamente molto bravo. In questo film non mi sembra
convinto e convincente come al solito, forse è solo colpa della
voce roca del doppiatore, forse è solo colpa dei capelli imbiancati
artificialmente per dargli un’aria più flemmatica.
La
sceneggiatura è seminata di bei dialoghi, con delle ottime battute.
Lo sceneggiatore di sit-com Alan Ball ha scritto una storia cattiva
come solo uno sceneggiatore di sit-com saprebbe fare, riuscendo a giocare
bene con il ritmo del film, sviluppando la trama in maniera eccezionale,
non c’è mai una scena fuori posto: quando è il momento
di scherzare si scherza, quando si deve fare sul serio si fa sul serio.
Per tutta la durata del film (più di due ore) Ball crea una tensione
sempre crescente, che raggiunge il suo apice nell’ultimo quarto d’ora,
prima di venir dissipata con un finale forse esagerato ma davvero bellissimo.
La voce fuori campo che si fa sentire per tutto il film è davvero
splendida: fa da perfetto contraltare a ciò che vediamo sullo
schermo, spiegandocelo quando potrebbe essere incomprensibile e sdrammatizzandolo
quando potrebbe sembrarci troppo serioso. L’unico neo è la mancanza
di personaggi “normali”, la cui presenza avrebbe accentuato ancora di
più la strana situazione in cui si trova la famiglia Burnham.
Invece, circondanti come sono da spacciatori, omosessuali, maniaci,
arrivisti e stronzi di prima categoria, quelli normali sembrano quasi
essere loro.
La
regia non è troppo spettacolare, non ci sono inquadrature particolarmente
complicate, ma tutto è estremamente funzionale alla storia. Questo
è l’unico indizio del fatto che Sam Mendes sia un regista di
estrazione teatrale, alla prima prova cinematografica. In effetti il
look generale del film non è certo poco curato, le immagini non
sono mai piatte o finte, e questo grazie all’ottimo lavoro di Conrad
Hall, già direttore della fotografia di film come “Il maratoneta”
o “Butch Cassidy”. Immagini sottolineate benissimo dalle belle musiche,
ossessive e sognanti. Un bel film, insomma, che farà una “full
house” alla prossima notte degli Oscar ma che manca di un qualcosa che
lo renda un vero capolavoro. In effetti molte delle pillole di filosofia
spicciola di cui la sceneggiatura è piena finiscono perdute “come
lacrime nella pioggia”, ma spero vivamente che “American Beauty” possa
essere utile per evitare di finire a vivere la stessa vita del protagonista.
Questo, però, lo saprò solo tra una quindicina d’anni.
Sono
solo uno qualunque.
Percorsi
tematici
Era
mio padre - di Sam Mendes; con Tom Hanks, Paul Newman, Jude Law,
Tyler Hoechlin.
Jarhead - di Sam Mendes; con Jake Gyllenhaal,
Jamie Foxx, Peter Sarsgaard.
Titolo:
American Beauty (Id.)
Regia:
Sam Mendes
Sceneggiatura:
Alan Ball
Fotografia:
Conrad L. Hall
Interpreti:
Kevin Spacey, Annette Bening, Thora Birch, Mena Suvari, Wes Bentley,
Chris Cooper, Peter Gallagher, Allison Janney, Scott Bakula, Sam Robards,
Ara Celi, John Clo, Fort Atkinson, Sue Casey, Kent Faulcon, Brenda Wehle,
Lisa Cloud, Alison Faulk, Krista Goodsit, Lily Houtkin, Romana Leah,
Carolina Lancaster, Chekeshka Van Putten, Emily ZAchary
Nazionalità:
USA, 1999
Durata:
2h. 10'
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