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La Sottile Linea Rossa di Terrence Malick

1 febbraio 2004 (24 Febbraio 1999) Recensioni 147 Commenti
La Sottile Linea Rossa

20th Century Fox, 19 Febbraio 1999 – Letale BLEAH

Novembre 1942. Il soldato Witt e un commilitone sono aggregati alla compagnia di fucilieri impegnata a Guadalcanal, la più grande delle isole Salomone, in Oceania. Il sanguinoso attacco a una collina controllata dai giapponesi e le vicende successive li segnano profondamente…


Jim Caviezel in La Sottile Linea RossaSette nomination all’Oscar per questo melodrammone spacciato per film di guerra. Lento come pochi e noioso come tanti, La Sottile Linea Rossa è capace di creare nello spettatore una spossatezza fisica incredibile, di rado provata durante uno spettacolo cinematografico.

Terrence Malick è al terzo film come regista, a vent’anni dal precedente I giorni del cielo. Questa volta si cimenta in una (molto) libera interpretazione dell’omonimo romanzo di James Jones – già portato sullo schermo da Andrew Marton nel 1964, con Keir Dullea e Jack Warden nel cast – che racconta la storia di un plotone di soldati statunitensi distaccati nel Sud Pacifico del 1942 e impegnati nel tentativo di conquista di Guadalcanal, ossia il punto di passaggio per la flotta giapponese verso i mari americani.
Sean Penn in una scena di La Sottile Linea RossaPurtroppo la pellicola non riesce a staccarsi dalla sua origine letteraria, presentando molte sequenze esclusivamente descrittive (fortunatamente sorrette dalla bella fotografia di Jack Toll) e proponendo due voci fuori campo che ne rallentano notevolmente il ritmo ed interrompono in maniera fastidiosa il filo del racconto.
Malick danza spesso con la macchina da presa intorno a personaggi inerti, dimostrando così tutta la presunzione di chi si prende troppo sul serio, ed alterna le sequenze ambientate a Guadalcanal con quelle riguardanti la moglie del soldato semplice Bell (Ben Chaplin). La giustificazione narrativa di questi flashback arriva solo verso la fine del film, ma lo spaesamento dello spettatore è costante: non bastano sequenze patinate, prive di dialogo e quasi del tutto prive di commento musicale per far poesia cinematografica, ancor meno bastano discorsi astratti e la testarda ricerca dell’introspezione per far filosofia.

Ben Chaplin e Woody Harrelson in La Sottile Linea RossaTraduttore di Heidegger e insegnante universitario di filosofia, Terrence Malick non si è mai accontentato di far cinema, preferendo usare il mezzo per disquisire dei massimi sistemi e della natura umana. Intento certamente lodevole – soprattutto in un panorama produttivo come quello attuale – ma sfortunatamente per noi spettatori, Malick si è disinteressato dell’aspetto prettamente cinematografico di questo suo film. La chiarezza espositiva è sacrificata sull’altare del contenuto, la coerenza interna è schiacciata dalla volontà di “dire”, il cinema è sconfitto dal Pensiero.
Una scena di La Sottile Linea RossaMalick è un regista tecnicamente mediocre, privo della capacità di piegare il mezzo filmico alle sue intenzioni, ma in questo caso i danni maggiori li ha fatti in sede di sceneggiatura e di montaggio. Al di là dei protagonisti, Malick ha avuto bisogno di uno stuolo di volti noti ad interpretare i personaggi secondari perché le loro psicologie erano talmente abbozzate che il pubblico non avrebbe mai prestato attenzione a loro se si fosse trovato davanti attori sconosciuti. E allora ecco una sfilata di apparizioni speciali della durata di pochi secondi, da John Travolta (Generale a neanche cinquant’anni!) a George Clooney, da John C. Reilly a Jared Leto. Il fatto poi che il primo montaggio durasse quattro ore e mezza è prova evidente della poca capacità di Malick di controllare la narrazione cinematografica, fatto persino acuito dal modo in cui è stata ridotta la durata della pellicola a poco meno di tre ore – senza accettare di tagliare del tutto episodi che a questo punto risultano completamente privi di significato.

Elias Koteas in La Sottile Linea RossaFin dalla presentazione di La Sottile Linea Rossa al Festival di Berlino (dove il film ha vinto l’Orso d’oro), tutto l’interesse della critica è stata diretta verso i metodi di lavoro di Malick e il contenuto che il regista ha messo in questa sua terza pellicola. Ma per quanto La sottile linea rossa possa anche essere analizzato come un “semplice” trattato di filosofia, lo si dovrebbe guardare innanzi tutto come un film. E come film è tecnicamente curato ma globalmente mediocre: irritante e freddo, finto e prolisso. Invece di rileggersi per l’ennesima volta le opere di Omero o gli scritti dei filosofi presocratici, Malick farebbe bene a guardare i film di Andrej Tarkovskj perché a tutt’oggi l’unica occasione in cui filosofia e cinema sono andati davvero pienamente d’accordo è quando il regista sovietico ha realizzato quel capolavoro – quello sì – di Solaris.


La locandina di La Sottile Linea RossaTitolo: La sottile linea rossa (The Thin Red Line)
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Fotografia: Jack Toll
Interpreti: Ben Chaplin, Jim Caviezel, Elias Koteas, Sean Penn, Nick Nolte, John Cusack, Woody Harrelson, John Savage, John Travolta, George Clooney, Adrien Brody, John Cusak, John C. Reilly, Jared Leto, Kirk Acevedo, Thomas Jane, Miranda Otto
Nazionalità: USA, 1998
Durata: 2h. 50′


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Attualmente ci sono 147 commenti a questo articolo:

  1. La verità scrive:

    irritante e freddo, finto e prolisso.
    scusa siamo sicuri che tu non abbia sbagliato la recensione in questione?perchè questi aggettivi si riferiscono a salvate il soldato Ryan vero?No,perchè altrimenti questa recensione andrebbe censurata seduta stante perchè l’unica cosa letale che vedo qui è proprio essa.Comunque mi complimento,una descrizione così dozzinale di un capolavoro come la sottile linea rossa difficilmente mi è capitata davanti.Un film spacciato come film di guerra,anche se per vedere sparata la prima pallottola bisogna aspettare 40 minuti.Ti sei chiesto il perchè?ovviamwnte no,è più facile etichettare come noiosa la pellicola e chiuderla li.Invece la sottile linea rossa è un film meraviglioso,in cui viene mostrata una natura pacifica in forte contrapposizione con la natura umana che porta inevitabilmente a morte e dolore.La natura fa da inconsapevole teatro a tutta questa distruzione e più del conflitto armato qui è messo in scena il conflitto interiore che colpisce tutti i personaggi,dal sognatore witt all’inflessibile welsch.la scelta aparer mio di coinvolgere tante stelle è decisamente azzeccata,visto che nessuno spicca sugli altri,è un film corale in cui ogni parte,ogni soldato è necessario al fine di far capire gli orrori della guerra.Che non necessariamente sono solo mutilazioni e sangue.

  2. Alberto Cassani scrive:

    Io non capisco perché quelli che difendono questo film tirano quasi sempre in ballo Salvate il soldato Ryan. Sono due film che non hanno niente in comune, che non c’entrano niente l’uno con l’altro. Sono ambientati nello stesso conflitto, ma allora lo sono anche Apocalypse Now e 84 Charlie Mopic… Sono due film diversissimi, con temi diversi e le cui storie si svolgono ai lati opposti del mondo… Mah…

    Comunque sia, se Malick pensava di poterci raccontare gli orrori della guerra facendoci vedere tante belle cartoline degne del peggior Tony Scott ha sbagliato di grosso. Perché se voglio vedere dei begli scenari naturali mi guardo un documentario del Natural Geographic, che per lo meno me li fa vedere senza filtri colorati davanti all’obiettivo e con una voce fuori campo che non delira come invece fanno quelle di Malick. Perché questo, è quello che è questo film: tante belle immagini che paiono la Terra di Mezzo e tanti paroloni che ci fanno la predica. Di meraviglioso, in questo pretenzioso e insopportabile filmaccio, c’è solo il fatto di aver saputo infinocchiare così tanta gente.

  3. Fabrizio scrive:

    Che poi, vorrei capire come si può attaccare con disprezzo i personaggi di “Salvate il sodato Ryan” in quanto banali e non approfonditi usando come termine di paragone positivo quelli della “Sottile Linea Rossa”, un film in cui sfilano mille personaggi che più vuoti, inerti e di facciata non si può. Mistero della fede. O, forse, magia del cinema.

  4. Manulele scrive:

    Vorrei dimostrare che è possibile amare entrambi i film…

  5. Alberto Cassani scrive:

    Penso saresti il primo, Manulele. Sicuramente il primo che trovo io…

    In effetti, a pensarci mi piacerebbe molto chiedere a Malick cosa ne pensa del Soldato Ryan… Perché Pocahontas e cosa ne pensa di Ryan

  6. però devo dire che questo regista ha talento
    ho visto i giorni del cielo e lo valuto un bel film di terrence malick

  7. signor alberto cassani io non ho visto il film ma so che questo movie ha ricevuto parecchie nomination all’oscar ed è stato messo tra i migliori film della storia
    come mai?

  8. Alberto Cassani scrive:

    Ha avuto 7 nomination all’Oscar, ma poi non ne ha vinto neanche uno. Come ho scritto sopra, comunque, sono tanti quelli che ci sono cascati e hanno apprezzato il film. Se lo tengano stretto.

  9. Giorgio scrive:

    Io adoro questo film, uno dei miei preferiti in assoluto. Inutile quindi dire che non sono d’accordo nemmeno con una virgola della recensione, che si accanisce inutilmente su questa meravigliosa pellicola… Strano, aggiungo, dato che mi trovo spesso d’accordo con quanto dice Cassani, non stavolta.

    Questo, è un film di un’introspezione e di una profondità straordinarie, un film fatto di sensazioni, di immagini, non un film DI guerra ma un film SULLA guerra, sul concetto di guerra, su chi la vive, chi la fa, chi la ama e chi la odia…un film sull’uomo e sulla natura in cui vive…

    “un poema triste, soffocato e malinconico sulle cose della natura e sulla natura delle cose, uomo compreso” (Bruno Fornara)

    Per Cassani invece è “una cagata pazzesca”… e vabbè

  10. Giorgio scrive:

    ps. per me NON vincere l’Oscar è un plus e non un minus, visto che nessuno (o quasi) dei registi che preferisco e dei film che amo l’ha vinto…

  11. Alberto Cassani scrive:

    Sono in molti ad essere d’accordo con te, Giorgio, però ancora nessuno mi ha spiegato per quale motivo Malick ha pensato che per fare un film sulla Natura ci fosse bisogno di farci vedere tante belle cartoline e raccontarci tanti bei paroloni, e per fare un film sulla guerra (ammesso che questo lo sia) ha pensato che la guerra non fosse necessario mostrarla.
    Anche Il Grande Nord è un film sulla Natura, ma non si sforza ad ogni inquadratura di farci restare a bocca aperta pensando “oooh, guarda che bello…”. Anche Full Metal Jacket è un film sulla natura umana, ma non ci fa la predica ogni volta che i personaggi aprono bocca. La Sottile Linea Rossa sì. E non è per nulla un pregio.

    Ad ogni modo, i premi è sempre meglio vincerli che non vincerli. Oscar compreso.

  12. Riccardo scrive:

    Io lo trovo un film stupendo e molto poetico anche perché Malich non mostra solo l’azione, il dolore e il dramma della guerra ma anche i sentimenti dei soldati al fronte.
    Solo perché c’è la voce fuoricampo e perché è un po’ lento, non significa che non meritava l’oscar.
    quasi nessuno capisce l’etica e la poetica di malick.
    Questo è un autentico capolavoro.
    Il modo di pensare di Malich è lo stesso di Kubrick, intende mostrare il rapporto degli umani con gli eventi, il modo di affrontarli e le eventuali conseguenze.

    Sottolineo che nel montaggio di quasi quattro ore che poi è stato ridotto dovevano apparire anche attori del calibro di Viggo Mortensen e Leonardo DiCaprio.

  13. Riccardo scrive:

    A me risulta che il protagonista del film sia Sean Penn e non Ben Chaplin

  14. Alberto Cassani scrive:

    Direi di no. Penn era (ed è) l’attore più importante del cast tra quelli che hanno un ruolo di spicco, ma il personaggio più importante, quello attraverso i cui occhi vediamo la maggior parte della storia, è quello di Ben Chaplin.

  15. Riccardo scrive:

    “Sette nomination all’Oscar per questo melodrammone spacciato per film di guerra. Lento come pochi e noioso come tanti, è capace di creare nello spettatore una spossatezza fisica incredibile, di rado provata durante uno spettacolo cinematografico.”
    Alberto perché mi fai questo?
    Sarà anche vero che La sottile linea rossa ti fa la predica ogni 5 minuti e i dialoghi sono ogni 10 ore, ma non puoi paragonarlo a Full Metal Jacket solo perché anche il film di ( grande ) Kubrick parla della natura umana.
    I due film sono due cose completamente diverse, due film che si distaccano di anni luce l’uno dall’altro.
    FMJ mostra il conflitto interiore di UN SOLO soldato mentre The thin red line, mostra quello di tutti i protagonisti, il che non è neanche una cosa facile da realizzare in un film e che solo due registi sono riusciti a fare:
    Coppola in Apocalypse Now e Terrence Malick.
    Il problema di Malick è che mette in mezzo alle scene mezze ore di straordinarie e rilassanti cartoline, ed è questo che appesantisce il film.
    Se accorci il film tagliando tutte le sequenze di panorami ti viene fuori un Apocalypse Now ambientato durante la seconda guerra mondiale.
    Prova a guardarlo in questo modo, Alberto, vedrai che mi darai ragione e riscriverai dalla prima riga all’ultima lettera la recensione.

    E voglio sottolineare un’altra cosa, Alberto, anche nel film di coppola c’è la voce fuoricampo ( quella di Willard ) che però narra soltanto la storia del film, è soltanto una specie di bardo che rivive un flashback, mentre le voci fuoricampo del film di Malick sono i pensieri dei protagonisti nel tempo stesso che si svolge la vicenda, quindi non raccontano la storia del film, ma la vivono in prima persona e la espongono oralmente.
    Lo stile di Malick non è documentaristico come quello di Scorsese in casinò o quei bravi ragazzi, o come quello di Emmerich in 10.000 a.c. lo stile di Malick è più realistico, aderente alla realtà, rispecchia esattamente ciò che provavano i soldati in prima linea.

    Ciao, Alberto.

    Riccardo.

  16. Alberto Cassani scrive:

    Riccardo, il film l’ho visto due volte, nelle date indicate in alto a sinistra, e in occasione della seconda visione ho completamente riscritto la recensione che avevo scritto la prima volta, sia stilisticamente che come contenuto (ma non come giudizio ultimo). L’unica frase che ho mantenuto praticamente intatta è proprio quella che citi. Mi spiace, ma non ho nessuna intenzione di rivederlo una terza volta.

    Fatta questa premessa, io potrei anche pensare al film senza le cartoline, ma resta il problema che Malick queste cartoline ce le ha messe. Non ha senso valutare un film per quello che avrebbe potuto essere se il regista l’avrebbe girato diversamente. Si può pesarlo secondo la differenza tra le intenzioni del regista e il risultato vero e proprio (anzi: sarebbe meglio che i critici lo facessero, col giusto peso), ma non su come sarebbe potuto essere se l’avesse diretto un altro… Spero di essermi fatto capire. A parte questo, poi, mi sembra che togliendo le cartoline resterebbe un film filosofico che ti fa la predica dall’inizio alla fine.

    Vera la differenza delle voci off di questo e di “Apocalypse Now”, però non sono sicuro che quanto fatto da Malick sia la scelta migliore. Secondo me, nei limiti del possibile, è meglio raccontare i personaggi con le azioni e i dialoghi; la voce fuori campo con i pensieri mi sembra un retaggio letterario cui il cinema dovrebbe imparare a fare a meno (come dice anche Peter Greenaway). Prendi i film di Haneke: non sono certo più facili di questo, né i suoi personaggi sono più semplici, però lui riesce a spiegarceli alla perfezione senza bisogno di voci fuori campo. Lo fa solo grazie alla narrazione propriamente cinematografica.

    Però, Riccardo, non si può fare un discorso serio sul cinema moderno impegnato e metterci dentro “10.00. AC” di Emmerich. Dai, su…

  17. Riccardo scrive:

    Mettendoci in mezzo 10.000 ac ( che è anche un film brutto ) volevo dire che la voce fuoricampo è di stampo documentaristico come su casinò: Omar Sharif narra quello che gli è stato tramandato da chissà quale membro della tribù, mentre le voci dei soldati sono esposte al momento, come se quei pensieri li avessero proprio mentre combattono ecc, ecc… non so se mi sono ben spiegato.

    Alberto, poi come fai a dire che ha infinocchiato le aspettative degli spettatori: la performance di Penn mi è piaciuta molto ed è così che lo voglio: cazzuto, cinico e spietatamente bravo.
    Insieme a Mystic River, Milk e Stato di Grazia è la sua miglior interpretazione ( escludiamo 21 grammi che è mediocre e che di bello ha soltanto il protagonista ( Penn, appunto ) ).
    E poi in un film di guerra si deve mostrare per forza sangue finto a litri e sparatorie che farebbero accapponare la pelle a tarantino?
    Non si può fare un film di guerra, sulla guerra, sulle impressioni, i dolori e le speranze dei soldati spediti ad un inutile, sanguinoso e fottuto massacro?

  18. Riccardo scrive:

    mettendoci in mezzo 10.000 a.c volevo dire soltanto che la voce fuoricampo è di stampo documentaristico come in casinò, narra i fatti come se fossero già accaduti mentre nel film di malick, la voce fuoricampo narra i fatti mentre essi si svolgono, vogliono narrare le impressioni dei soldati sul fronte.
    Alberto, poi come fai a dire che ha infinocchiato le aspettative degli spettatori: la performance di Penn mi è piaciuta molto ed è così che lo voglio: cazzuto, cinico e spietatamente bravo.
    Insieme a Mystic River, Milk e Stato di Grazia è la sua miglior interpretazione ( escludiamo 21 grammi che è mediocre e che di bello ha soltanto il protagonista ( Penn, appunto ) ).
    E poi in un film di guerra si deve mostrare per forza sangue finto a litri e sparatorie che farebbero accapponare la pelle a tarantino?
    Non si può fare un film di guerra, sulla guerra, sulle impressioni, i dolori e le speranze dei soldati spediti ad un inutile, sanguinoso e fottuto massacro?

  19. Riccardo scrive:

    Ops, ho pubblicato due volte lo stesso commento.

  20. Alberto Cassani scrive:

    Riccardo, sono d’accordo che per parlare di guerra non c’è bisogno di sangue finto ed esplosioni, ma non c’è bisogno neanche di parlare così tanto. Non è che non esistano film di guerra in cui si spara poco, ma per fortuna ce n’è pochi in cui si fanno tutti questi discorsoni. Mi viengono in mente “84 Charlie MoPic” e “Vittime di guerra”, così su due piedi, ma anche “Miracolo a Sant’Anna” è un film di guerra e sulla guerra fatto con molta meno prosopopea di questo. Non che siano tre capolavori, ma almeno sono meno altezzosi nei loro propositi e più chiari nei risultati. Come ho scritto nella recensione, Tarkovskj riusciva a fare cinema e filosofia contemporaneamente, Malick no.

  21. Riccardo scrive:

    Il problema è che Malick è un hippy e vuole mostrare la sua quasi maniacale passione per la natura cosa che sicuramente gli ha portato via l’oscar viste le mezze ore di paesaggi.
    Comunque posso dire che fra La sottile linea rossa e The new world ( altro bel film più umano e naturalistico ) è più riuscito il primo.
    la voce fuoricampo ne la sottile linea rossa anche la accetti ma in the new world è quasi insopportabile, la filosofia malickiana non si addice all’epopea dei viaggi di colonizzazione.
    Tu alberto, fra i due quale ti è sembrato migliore ( sempre se hai visto the new world )?

    Ovviamente non ti voglio obbligare a rivedere la sottile linea rossa se non vuoi, ma ti ho detto soltanto che se lo rivedessi come l’ho visto io lo considereresti un capolavoro.
    inoltre io non lo considero affatto lento e noioso, anzi io lo ho trovato abbastanza scorrevole a parte l’interminabile incipit con la voce da schiaffi di Jim Caviezel.

  22. Alberto Cassani scrive:

    No, “New World” non l’ho visto.

  23. Riccardo scrive:

    è un film che si può vedere ma bisogna essere fan di malick e della sua poetica, è un film intenso, bello, buona ricostruzione storica e scenografica.
    ma se non vuoi qualcosa di molto più poetico de la sottile linea rossa allora evitalo.
    Farrell inoltre è penoso in quel film.

    Comunque la sottile linea rossa è un capolavoro sottovalutato, ma infine verrà rivalutato ne riparliamo come è successo con blade runner, gangs of new york, arancia meccanica, 2001 odissea capolavori non accettati alla loro uscita e con il tempo acclamati.

  24. Adriano scrive:

    Solo su una cosa sono grato a malick: grazie per avermi fatto passare in sala tre ore di sonno profondo.
    film noioso, interminabile, lento e ripetitivo.
    ancora faccio fatica a credere di essere riuscito ad arrivare al finale senza andare fuori di testa.
    Di bello c’è solo la musica e la performance di caviezel, per il resto è il terzo buco nell’acqua di un regista che non sa far altro che mostrare cartoline a poemi e fa delirare tutti i protagonisti.

    Bravo signor Cassani sono d’accordo con te, la recensione è un capolavoro la sottile linea rossa no.

    Inoltre attori del calibro di penn, clooney, travolta, nolte, koteas, brody e chaplin potevano fare film più interessanti di questo.

    Inoltre Riccardo, la sottile linea rossa non verrà mai rivalutato come gangs of new york o 2001 odissea. è un film che merita di esser gettato nel cesso e che venga tirata l’acqua.

  25. Riccardo scrive:

    Ma và, ho visto film più lenti e noiosi di questo.

  26. Riccardo scrive:

    Domanda alberto: secondo te, come verrebbe fuori un horror in mano a malick.
    secondo me non è un genere per lui.

  27. Alberto Cassani scrive:

    Per carità, lasciamo perdere… Un horror in cui i personaggi si uccidono da soli squartandosi a mani nude per l’insofferenza della voce fuori campo che anche loro sentono…

  28. Riccardo scrive:

    ahahahahahahahah!!!

  29. raffaele scrive:

    Caro Alberto ,
    ho visto questo film forse una decina di volte , e non mi stanco mai di vederlo , non l’ho mai trovato noiso , ci sono film molto piu lenti di questo vedi “Hiroshima Mon Amour” di Resanis oppure “Lo Specchio” di Tarkovsky che sono considerati autentici capolavori (potrei citarne molti altri) .
    Amo “La sottile linea rossa” e amo Malick , dire che Malick è un regista tecnicamente mediocre , che la sceneggiatura e il montaggio in questo film sono dannose , e speculare su intuizioni palesemente false come il fatto che Malick si sia servito di attori famosi perche le psicolgie dei personaggi erano abbozzate , mi sebra intollerabile .
    Sono le “star che hanno accettato anche parti minori pur di comparire” , il ritratto psicologico che da il regista dei personaggi è vermente molto curato tanto da riuscire a cogliere da attori anche mediocri o sconosciuti apparizioni formidabili (cosa che solo pochi registi riescono a fare) .
    Non sono concorde sul fatto che “Malick si è disinteressato dell’aspetto prettamente cinematografico di questo suo film..e che La chiarezza espositiva è sacrificata sull’altare del contenuto, la coerenza interna è schiacciata dalla volontà di “dire”, il cinema è sconfitto dal Pensiero”……ANZI!!!Penso sia proprio il contrario .

    Per criticare un film servono ARGOMENTI , non semplici pseudo-sensazioni personali . Dico pseudo perche penso che questo film caro Alberto non l’hai colto neanche lontanamente , e lo deduco dalle fesserie che hai scritto .

    Rispetto per Malick cineasta geniale che è riuscito ad andare oltre le logiche dello star sistem hollywoodiano creando un opera totalmente personale e sublime .

  30. Alberto Cassani scrive:

    Raffaele, è divertente notare come prima ti rivolgi a me definendomi “caro” e poi mi dai del fesso. Ma in fondo potresti anche aver ragione, pensa che io non riesco nemmeno a vedere la differenza tra l’inconsistenza delle mie “pseudo sensazioni” e lo spessore dei tuoi “argomenti”…

  31. raffaele scrive:

    Il mio infatti non vuole essere un attacco personale , ma un attacco alla tua critica e a ciò che ho trovato scritto .
    Mi dispiace che non riesci neanche a cogliere le cose false che hai scritto neanche dopo che anche altre persone te lo hanno fatto notare , e che di fronte a un critica invece di rispondere ci si nasconda .
    Questo non è costruttivo .

  32. Alberto Cassani scrive:

    Raffaele, io non mi nascondo, ma non degno di una risposta seria chi insulta gli altri. Se impostiamo la discussione sul rispetto reciproco, e sul rispetto delle opinioni altrui, allora ben venga. Altrimenti non mi interessa, perché non vedo il motivo di impegnarmi per fare qualcosa di costruttivo se l’altra parte dimostra di avere solo intenti distruttivi.

    Comunque, Terrence Malick non rilascia intervista dal 1973, quindi questa storia degli attori famosi che lo chiamavano per interpretare piccole parti l’ha messa in giro qualcun altro. Io non ricordo di aver mai letto un’intervista con Clooney, Harrelson o Travolta in cui dicevano di averlo chiamato pregandolo di dar loro una piccola parte. Ovviamente non escludo che ci siano, ma io non le ho mai lette né ne trovo traccia cercando velocemente su Google. Anzi, ricordo di aver letto che Clooney e Travolta avevano accettato la richiesta di Malick di interpretare piccolissimi ruoli, cosa che ha poi convinto anche altri a fare parti di supporto. Quindi, perché dovrei credere a una leggenda metropolitana quando le cose (e il film stesso) sembrano dimostrare il contrario? Dove starebbe la falsità in ciò che ho detto? Tu hai messo la frase tra parentesi: chi stavi citando? Così almeno controlliamo chi può aver ragione…

    Vero che i film di Tarkovskj sono lenti, forse più di questo, ma sono senz’altro più stimolanti di questo, e per questo non sono assolutamento noiosi. Oddio, forse “Stalker”… Resnais invece non lo trovo né lento né noioso, e non lo sarebbe anche se non considerassimo l’innovazione che il suo stile narrativo ha apportato al linguaggio cinematografico. Ad ogni modo, non mi sembra di aver scritto che il film è brutto perché è lento: ho scritto che è brutto, e tra le altre cose è lento e noiosissimo. Anche “2001” è lento, anche “Apocalypse Now” è lento (e lungo), ma non sono affatto noiosi. La lentezza può essere una scelta stilistica ben precisa per raccontare meglio determinate cose, ma al di là che questa scelta di Malick aveva inzialmente generato un film di 7 ore, in questo caso specifico si è dimostrata controproducente.

    Vero che solo i bravi (ma non necessariamente grandi) registi riescono a ottenere buone interpretazioni da attori mediocri, ma in questo cast l’unico attore mediocre è Woody Harrelson (no, anzi: anche Thomas Jane). Gli altri possono essere sconosciuti ma sono tutt’altro che incapaci, e di sicuro non erano inesperti (Caviezel e Chaplin avevano già carriere quasi decennali).

    Dove sarebbe la chiarezza espositiva, in questo film? In che modo il cinema vince sulla filosofia, ne “La sottile linea rossa”? A me continua a sembrare un film con tanti bei discorsi pomposi, tante belle cartoline, e nulla di preciso da dire.

    Ma questi, a parte la storia dei camei, sono tutti discorsi opinabili, e sappiamo bene cosa diceva Clint Eastwood delle opinioni… Ma sono discorsi che mi sembra di aver argomentato bene nella recensione e spiegato e ribadito nei vari commenti che ho scritto. Sono anche discorsi, tra l’altro, che tantissimi critici hanno ripetuto quando hanno recensito “The New World”. Allora mi chiedo, non è che per caso questi difetti ce li aveva già anche questo film, e loro non se ne sono accorti?

    Ad ogni modo, di certo non mi manca il rispetto per Terrence Malick, pur essendo un regista che non ho mai amato, ma mi manca totalmente il rispetto per il Terrence Malick regista de “La sottile linea rossa”. Perché continuo a ritenerlo un brutto film, e non ho mai letto alcuna argomentazione che mi faccia dubitare della cosa.

  33. Guido scrive:

    Mah, per me è più da “giallo”, che da rosso con il teschio. :) Ma sono opinioni, giustamente.
    Il film presenta dei momenti lunghi, e alcune parti potrebbero essere tagliate, senza dubbio.
    Ma sono anche diverse le scene coinvolgenti, ed estremamente realistiche.
    P.s.:Woody Harrelson non è, secondo me, un attore mediocre e la scena dell’esplosione della granata, è assolutamente stupenda, per chi se la ricorda, io ho visto il film poco più di un anno fa.
    Intanto è uscito il trailer del prossimo film di Malick, “The Tree of Life”, solo da quello ho la pelle d’oca. Vedremo…

  34. Alberto Cassani scrive:

    Mah… Harrelson ha lavorato con un sacco di registi importanti e diversi film interessanti ma mi sembra proprio scarso. Però magari mi faccio condizionare da quello che mi aveva raccontato il mio compagno di stanza quando vivevo a Los Angeles, che ci aveva lavorato insieme e lo definiva “dumb as a chair”. La scena della granata, però, è proprio l’unica scena del film che mi è davvero rimasta impressa, e sicuramente è anche e soprattutto merito suo.

  35. raffaele scrive:

    Caro Alberto
    a me non sembra di aver usato insulti , o di averla attacata personalmente , ho cercato di controbbattere con il tono che lei stesso si è riservato di usare nel suo articolo…
    Vero che Malick non rilascia molte interviste , tutti sono a conoscenza del carattere riservato di questo regista , ma è anche vero che dal 1973 sono stati scritti di libri a proposito e se lei non lo sa è stato prodotto anche un bel documentario in italia “Rosy Fingered Dawn” della Citrullo International dove vengono intervistati alcuni attori da cui si deduce che molte cose che ha scritto lei appartengono piu alla sua fantasia che alla vera realtà….e mi riferisco sia alle capacità regisitiche ma sopratutto al rapporto con gli attori stessi e al tema del casting .
    Infatti , come è risaputo ,dopo il gran successo che aveva avuto con i suoi precedenti due film (in cui erano stati lanciati due grandissimi attori quali Martin Sheen e Sam Shepard!!!!) , tutta Hollywood si fece avanti per recitarvi e a paga sindacale! Si sono offerti le maggiori star del momento: Johnny Deep, Matt Dillon, Leonardo DiCaprio, Nicholas Cage, Brad Pitt, Kevin Costner, Ethan Hawke, ma hanno invece recitato nel film: Nick Nolte, Sean Penn, Jim Caviezel, John Cusack, Ben Chaplin, Elias Koteas, Woody Harrelson e John Savage, e non solo! In piccole parti compaiono John Travolta e George Clooney; invece Mickey Rourke, Bill Pullman e Lucas Haas hanno visto scartate in fase di montaggio le sequenze in cui comparivano; infine Gary Oldman aveva una parte scrittagli su misura ed esclusa successivamente…..

    Inoltre c’è una bellissima monografia di Francesco Cattaneo dove viene spiegato molto bene come il tema filosofico della natura in rapporto all’uomo e all’esistenza viene esplicitato nei film di Malick .
    Il fatto che lei non ha accennato al tema della polifonia nella Sottile Linea rossa mi fa pensare come le avevo detto in precedenza che lei non ha colto il vero nucleo del cinema di malick e della sua filosofia : nelle sue opere non vengono elargite risposte , non vengono dettate regole , e non vi sono fini speculativi precisi , lo spettatore è posto di fronte a una polifonia di voci e pensieri…”ciascuno deve trovare la propria verità perchè la verità dello spirito è dinamica e diveniente , e procede secondo una sua legge discontinua radicata nella libertà personale ” . Questo per dire che nella sottile linea rossa non si vuole dire una cosa , ma tutto , il tutto che diviene . In ciò il rapporto tra contenuto filosofico e tecnica registica è praticamente perfetto .
    Se non si capisce ciò a mio avviso non si puo capire il cinema di malick .

    L’unica offesa che io vedo in questa pagina è descrivere come Letale con un teschio affianco un capolavoro del cinema come questo .

  36. Guido scrive:

    Beh, Alberto, mi fa piacere che anche tu ricordi quella scena, nonostante abbia dato un giudizio negativo al film.
    In quanto al tuo compagno….beh, se definisce il povero Harrelson stupido come una sedia e ci ha lavorato insieme forse non hai tutti i torti. (Anche se a me è piaciuto moltissimo il “Larry Flynt” e in “Non è un paese per vecchi”… magari il tuo ex compagno di stanza ci ha lavorato in quel capolavoro del cinema che è “Proposta indecente” :D :D

  37. Alberto Cassani scrive:

    Raffele, riprendo quello che ho scritto nella mia prima risposta a te: se inizi una discussione dando del fesso all’interlocutore non ti puoi stupire se l’altro la prende come un’offesa. E detto chiaramente, anche continuare a ripetere “questo film è un capolavoro, non ti è piaciuto perché non l’hai capito” non dimostra grande rispetto per l’interlocutore, anche perché la cosa più ovvia è ottenere come risposta una cosa del tipo “sei tu che non l’hai capito, è per questo che ti sei fatto infinocchiare”. Anche perché se dal documentario che citi “si deduce” una certa cosa, allora è implicito già dalle tue parole che c’è spazio per le interpretazioni più diverse.

    Detto questo, non ho mai messo in dubbio l’altezza degli intenti di Malick, la profondità delle sue idee. Non ho scritto che non sapeva cosa stava facendo, che non aveva le idee chiare. Il problema è che c’è una bella differenza tra avere delle belle idee e riuscire a realizzarle compiutamente. Qui, Malick non c’è riuscito. Perché se anche sapeva cosa stava facendo, non ha capito come farlo bene. E forse non c’è riuscito proprio perché la sua idea di cinema è troppo intellettuale e troppo poco cinematografica, per questo l’ho definito presuntuoso: perché non si è chiesto “ma questa cosa funziona, sullo schermo?”. Per questo ho scritto che è un regista mediocre: perché non è riuscito a capire come usare il mezzo cinematografico per realizzare i suoi intenti. Ecco: se proprio vogliamo parlare di insulti, esagerando per cercare una frase a effetto potrei dire che qui l’unico insulto è l’atteggiamento che Malick ha nei confronti del cinema.

    Se poi a te (e a molti altri, ovviamente) questo risultato è sufficiente, buon per voi. E lo dico sinceramente: non mi dà mica fastidio se a uno spettatore piace il film che ha visto, anche se quel film a me non è piaciuto. Anzi: mi fa piacere, perché vuol dire che il cinema su questo spettatore esercita ancora fascino. A prescindere dalla mia opinione su quel film specifico. Semmai mi arrabbio quando qualcuno mi chiede se vale la pena di vedere un film, gli dico di no e lui lo guarda ugualmente per poi dirmi che avevo ragione. Perché vedere un brutto film, o un film che non ci lascia nulla, è sostanzialmente tempo perso. E visto che il nostro tempo è limitato, sarebbe meglio sforzarsi di sprecarne il meno possibile.
    Resta il fatto, comunque, che se vi volete tener stretto “La sottile linea rossa” io ve lo lascio volentieri. Perché al miglior Malick io preferisco di gran lunga un Tarkovskj qualunque, il peggior Kubrick o un Resnais agli esordi. O tanti altri registi di cinema vero.

  38. Alberto Cassani scrive:

    Guido, come abbiamo scritto io e Raffale, un bravo regista riesce (quasi) sempre a ottenere una buona prestazione anche da un attore mediocre. Milos Forman e i fratelli Coen sono sicuramente dei registi più che bravi. Pensa che se da noi Virzì era riuscito a far recitare Nicoletta Braschi, allora è possibile proprio tutto…

    Il mio compagno di stanza aveva lavorato con Harrelson in uno speciale televisivo, non ricordo esattamente cosa fosse perché risale al 1996. In effetti, se ci pensi, è raro che abbia interpretato degli intelligentoni: ha quasi sempre fatto personaggi stolti e/o campagnoli perché ha il fisico giusto per quel ruolo. Certo, magari è solo apparenza però il dubbio viene…

  39. endimione scrive:
  40. Alberto Cassani scrive:

    Ecco, appunto. Endimione: prova a non insultare la gente, che così magari la prossima volta non ti cancello il commento.

  41. Riccardo scrive:

    Il dibattito si fa interessante: Innanzitutto di tutti gli attori che recitano in questo film secondo me Nolte, Koteas e Penn sono quelli che hanno recitato meglio poi posso anche ricevere pesanti batoste sul fatto che penn recita si e no dieci minuti un quarto d’ora su 3 ore, ma riesce a dare ai suoi personaggi un respiro come solo lui sa fare.

    Riguardo la lentezza dei film: 2001 è lungo e un po’ noioso, Narry Lyndon è lungo ma non annoia, in quel film però la lentezza è voluta perché Kubrick voleva far parlare soprattutto l’immagine piuttosto che gli attori, Nosferatu di Herzog è lento ma non annoia riguardo Apocalypse Now, Alberto, ti riferivi a quello normale o a quello Redux? Copmunque il film di coppola, in entrambe le versioni non è affatto noioso è forse la storia che racconta e come viene raccontata che pesa ad un certo pubblico, certo non è un film facile da digerire ma non per questo lo considero troppo lungo.

  42. Alberto Cassani scrive:

    Be’, ma anche questo è volutamente lento, non c’è dubbio. Il problema in teoria il regista sceglie di dare al film o anche solo a determinate scene un certo ritmo per ottenere un preciso effetto. E di sicuro nessun regista ha come scopo quello di far addormentare i suoi spettatori… Né di annoiarli. E come un film lento può non essere brutto o noioso, così può benissimo annoiare anche se non è troppo o lento: il cinema “comico” italiano degli ultimi anni è pieno di esempi che si potrebbero fare a riguardo. Ad ogni modo io non ho scritto che “2001” o “Apocalypse” (la prima versione, la Redux non l’ho mai vista) sono noiosi, perché non lo sono, ma nessuno può mettere in dubbio che siano lenti, tanto quanto “Barry Lyndon” e il “Nostferatu” di Herzog.

    C’è poi da dire che un film non è mai brutto solo perché è noioso, però la noia è un suo difetto. Che può essere riscattato da tanti altri pregi, ma difetto resto. Esattamente come un film può essere bello ma avere una brutta colonna sonora, così un film può essere bello ma noioso. Non si può sostenere che un film non è noioso perché è bellissimo…

    Nolte è un grandissimo attore e lo dimostra anche qui, e anche Penn non mi era dispiaciuto per niente. Però devo dire che l’attore che mi aveva convinto maggiormente è stato Ben Chaplin, che non avevo mia visto prima e pure in seguito s’è visto ben poco.

  43. Francesco Cuffari scrive:

    “Nel novembre 1942, dopo un idillico intermezzo fra i nativi della Melanesia, il soldato Witt e un commilitone sono riaggregati alla compagnia di fucilieri Charlie, impegnata nella conquista di Guadalcanal, la maggiore delle isole Salomone (Oceania). Le sanguinose fasi dell’attacco a una collina controllata dai giapponesi (70´) e le vicende successive sono narrate attraverso le voci interiori dei protagonisti. Libera versione del romanzo (1962) di James Jones, già filmato nel 1964. Raro, se non unico, film sulla guerra in cui per i primi 40´ non si ode uno sparo e non esistono protagonisti, ma alcuni personaggi un po’ più importanti, peraltro non sviluppati e lasciati alla deriva, che hanno un senso soltanto nel contesto corale: il cap. Staros (Koteas), il ten. col. Toll (Nolte), il serg. Welsh (Penn), il soldato Bell (Chaplin). Lo stesso Witt (Caviezel), figura irrilevante in Jones, è la voce recitante di un oratorio di argomento metafisico e di tono neoromantico. Malick, dopo 20 anni di pausa, ha scelto la guerra come la porta attraverso la quale passare per dire qualcosa di radicale (di indicibile?) sull’estensione dello spettro morale di cui è capace l’uomo e porre alcune domande: perché la guerra? che posto ha l’uomo sulla Terra? che cosa lo spinge alla violenza, a perdere il senso della natura, della pietà, della bellezza? Questo film panteista è una preghiera di fine millennio, una invocazione d’aiuto, “un poema triste, soffocato e malinconico sulle cose della natura e sulla natura delle cose, uomo compreso” (B. Fornara). Fotografia (in 70 e 35 mm) di John Toll, musica di Hans Zimmer. 7 nomination agli Oscar, nemmeno una statuetta.”

    Morando Morandini>> voto 5/5

  44. Michele scrive:

    Caro Alberto, abbastanza fastidioso leggere commenti e recensione, ma più che discutere, cosa francamente impossibile, ti consiglio di dare un’occhiata a cosa significhi recensire un film dando le ragioni di quel che si dice. Ho preso come esempio un film che al recensore non è piaciuto per dare un maggior supporto al confronto.
    Perchè sono capaci tutti di scrivere che un regista è “tecnicamente mediocre, privo della capacità di piegare il mezzo filmico alle sue intenzioni” ma sono veramente pochi quelli che hanno le palle e la conoscenza per esplicitarne i Perchè. E questo vale per tutta la recensione, non solo per questa frase.
    Poi mi devi spiegare quella che pare essere una contraddizione figlia della confusione (decidi te a che livello: conoscitiva, mentale, percettiva..): dopo la frase di metà recensione che ho riportato, sul finale sentenzi: “come film tecnicamente curato [!!!] ma globalmente mediocre.”

    Se non sei troppo orgoglioso e superiore, cosa che sospetto (è veramente impressionante la quantià di persone che s’è fatta infinocchiare così ingenuamente! Da Sean Penn, Caviezel e Nolte in giù….), ti consiglio di darci un’occhiata…

    http://elvezio-sciallis.blogspot.com/2010/10/inception-2010.html

    Nel caso tu guardassi e rispondessi, per cortesia non esordire con “Recensione noiosa perchè troppo lunga, non si dovrebbero fare recensioni così lunghe” ecc….grazie.

    Ossequi,
    miky

  45. Alberto Cassani scrive:

    Michele, il caso vuole che tu abbia linkato uno degli unici due blog che io seguo regolarmente (tranne adesso che è quasi in vacanza), tant’è che l’ho citato qui http://diario.cinefile.biz/?p=523 proprio settimana scorsa. Il che non vuol dire che sia sempre d’accordo con ciò che scrive Elvezio (anzi, molto spesso sono in disaccordo, ad esempio qui http://elvezio-sciallis.blogspot.com/2009/05/girl-next-door.html e http://www.cinefile.biz/?p=4135). La sua recensione di “Inception” l’avevo letta al tempo della pubblicazione, e l’avevo trovata attenta e precisa (per quanto su molte cose io sia in disaccordo con lui). Ma questo cosa c’entra con la mia della “Sottile linea rossa”? Elvezio ha voluto prendersi molto spazio per spiegare le sue impressioni (se ricordo bene c’era anche un altro post precedente la recensione in cui premetteva com’era arrivato a sviluppare le opinioni che poi avrebbe espresso nella recensione), mentre io ho preferito essere più succinto. Sia perché questo è il mio stile di scrittura sia perché non ritenevo valesse la pena di scendere troppo nei particolari. Sono due modi diversi di intendere la critica cinematografica, nessuno dei due migliore dell’altro: un articolo di 5 pagine su SegnoCinema non è necessariamente migliore di mezza cartella sul Corriere della Sera (o su un qualunque sito internet). Se poi tu ritieni che nello specifico io sono stato troppo generalista e troppo “facile” nella recensione, mi pare ovvio che io non sia d’accordo. Penso anzi di aver spiegato bene, nella recensione come nei commenti, perché ritengo che Malick si sia dimostrato un regista mediocre, “incapace di piegare il mezzo filmico alle sue intenzioni”. Ma se tu ritieni che io sia invece stato fastidioso, non ci posso fare niente.

    A parte questo, non vedo nessuna contraddizione nelle due mie frasi che citi: un film non è fatto dal solo regista, e può essere tecnicamente curato anche se il regista è un incapace. Il risultato sarà un film ben fatto ma mal diretto, come se ne sono visti tanti nella storia del cinema. Nel caso della “Sottile Linea Rossa”, c’è ad esempio una bellissima fotografia, un montaggio tecnicamente (ma non narrativamente) attento e delle belle scenografie naturali. Non ti sembra sufficiente per definire il film “tecnicamente curato”? La tecnica cinematografica non si esprime solamente nelle scelte registiche, non vedo perché si dovrebbe nascondere il fatto che i collaboratori di Malick siano stati bravi, e non capisco proprio perché far loro i complimenti debba essere una contraddizione con le critiche mosse al regista. Ma questo è solo il mio modo di vedere le cose, di intendere il cinema. Se però tu parti dall’idea che sia impossibile dicuterne, allora questa mia risposta è perfettamente inutile…

  46. Lore scrive:

    Per quanto mi riguarda, mi metto tra quelli che si sono fatti 2 palle tante e non vedevano l’ora che finisse il film

  47. Marci scrive:

    Non vedo l’ora di vedere questo film.
    Intanto a breve andrò a vedere (rigorosamente in inglese) The Tree of Life.

  48. Guido scrive:

    Mi dispiace darti questa notizia, ma non penso che il doppiaggio in “The Tree of Life” sia fondamentale.
    Non sono certo i dialoghi la punta di diamante del film, dato che su 2h e 18′ i personaggi parlano sì e no mezz’ora.

  49. Plissken scrive:

    Personalmente ho apprezzato molto “Apocalipse now”, così come “2011 odissea nello spazio”; ho guardato estasiato un sacco di volte “una storia vera” di Lynch, ho apprezzato parecchio perfino “Eraserhead” , e in quanto a “Stalker” lo considerei perfetto se solo durasse un quarto d’ora scarso in meno.
    Potrei continuare a lungo ad elencare altri film che ho apprezzato la cui peculiarità non è certo la frenesia nel montaggio, ma questo di film francamente non l’ho capito. Mi sembra un monologo teatrale che anziché essere enunciato da un Paolini sia finito in bocca a, che so, Claudio Brachino. Non conta solo il concetto, ma il modo in cui lo si esplica, mi sembra elementare.

    Con rispetto parlando stento a ravvisare in questa pellicola gli estremi per poterlo considerare “un capolavoro”. Nel concetto? Per quanto nobile, non è certo inedito. Nello “specifico filmico”? Nemmeno qui direi: la regia non mi è parsa particolarmente brillante; nell’esposizione? Non credo, in quanto la voce fuori campo più che esplicativa è palesemente invasiva: dovrebbe essere a servizio delle immagini, non viceversa… insomma francamente non posso che sottoscrivere appieno l’opinione di Cassani, al cui “letale” aggiungerei “irritante”, per la matrice mistico-intellettualoide che sovente pervade la pellicola a titolo gratuito.

    Penso che in un film sull’orrore della guerra dovrebbe essere trattato con gli strumenti propri del cinema, non mediante una spossante logorrea, altrimenti molto meglio un bel libro, dove però non ci sono tante foto.

  50. Anonimo scrive:

    L’autore di questa recensione fa finta di capire di cinema. Ogni insulto sarebbe superfluo…

  51. Anonimo scrive:

    Vai a vincere l’orso d’oro Cassani! VAI!!

  52. Alberto Cassani scrive:

    Bello che prima dice che non vale neanche la pena di insultare, e poi insulta…

  53. Mirko scrive:

    Ma dai, Albe, non era un insulto… era un in bocca al lupo! XD Dai, scriviamo una sceneggiatura di ferro e ce ne andiamo a Berlino!!! :D ahahah

  54. ire scrive:

    Come sicuramente saprai, Solaris è l’adattamento di un romanzo di Lem. Senza nulla togliere a Tarkovskij e al suo film che non ho visto, credo che la sua opera sia stata grandemente aiutata dal fatto che già il libro è una perfetta sintesi tra romanzo e trattato filosofico. Le vicende parlano da sole, credo che non abbia avuto grandi difficoltà a trasmetterle sul grande schermo.

  55. Alberto Cassani scrive:

    Non sono d’accordissimo, Ire. E’ vero che partire da un’opera preesistente vuol dire avere qualcun altro che ha fatto il primo passo per te, ma non penso si possa dire che “il più è fatto”. Realizzare un (buon) film tratto da un romanzo non è più facile che realizzarlo partendo da zero. Soprattutto un film come “Solaris”, che ha una statura cinematografica propria. So che è difficile capirlo avendo letto il libro ma non visto il film, ma quello che rende speciale il “Solaris” di Tarkovski è proprio il suo essere cinema. Ossia proprio quello che secondo me Malick non è riuscito a fare in questo caso.

  56. Andrez scrive:

    di superficiale in tutto questo discorso e in tutti questi commenti c’è solo la tua recensione che è palesemente dettata dal tuo astio per ciò che è profondo e non SUPERFICIALMENTE leggibile.
    Tua la scelta.
    anche di essere superficiale.
    peccato
    by by

  57. Alberto Cassani scrive:

    A dir la verità, Andrez, tra la recensioni i 56 commenti, tu sei l’unico ad aver usato il termine “superficiale”… Ad ogni modo, posso assicurarti che la mia recensione non è dettata dall’astio per “ciò che è profondo e non superficialmente leggibile” (a meno di non voler considerare i film di Tarkovskj e Haneke come superficiali e facilmente leggibili), ma semmai dall’astio nei confronti di questo film pretenzioso e leccato.

  58. Riccardo scrive:

    Dal 2009 al 2013 , sembra siano anni che (vi) fa discutere …
    L’ avrò visto almeno 20 volte, uno dei pochi che riesce letteralmente a “strapparmi” il cuore (o l’ anima).

    Ciao

  59. Alberto Cassani scrive:

    Be’, questo è il bello del cinema impegnato. Che sia riuscito o meno, materia di discussione ce n’è sempre.

  60. Andrea scrive:

    Una noia mortale

  61. Vulfran scrive:

    Ho rivisto questo film proprio ieri sera e, cercando qualche recensione, sono finito qui. Secondo me devono essere considerati alcuni suoi aspetti strutturali per poterlo analizzare: 1) le voci narrative sono parte del “filmico”, non un commento alle immagini; 2) il suono (non solo la parola) crea forme che intersecano il visuale; 3) la guerra narrata è un’intersezione tra la guerra storica (la Seconda guerra mondiale) e quella universale; 4) l’universo concepito da Malick è multidimensionale e non antropocentrico. Questi quattro aspetti si compenetrano e creano il film.
    Le voci interiori dei protagonisti ampliano la percezione e conducono alla multidimensionalità delle esperienze vissute, facendo sì che ognuno sia presente nei luoghi in cui è visibile agli altri e al tempo stesso presente nei propri pensieri, che non sono riducibili a “fantasie” o a “flashback”. Non sappiamo se l’amata sola nella sua stanza, sulla scogliera marina, sull’altalena sia una proiezione del soldato o se “esista” in quel modo. Il sonoro è importantissimo: il frusciare dell’erba e il sibilo dei proiettili durante la presa del bunker costruiscono la filmicità delle sequenze al pari delle immagini.
    Per quanto riguarda la guerra, come già accennato essa è al tempo stesso storica e universale. Quello che chiamiamo “male” esiste al di là degli eventi storici: sono le piante che si soffocano a vicenda, sono gli autoctoni che litigano tra loro, è la schiena del bambino segnata da macchie che fanno pensare a una malattia. Esistono però comunità antiche e comunità giovani. Gli autoctoni, che vivono su un’isola al di fuori della società del progresso, sono antichi e per questo, per l’esperienza, sono in grado di vivere con un grado di armonia maggiore delle comunità più giovani. Staros, il capitano saggio, è greco: è la voce del mondo occidentale antico, che con il male si è già confrontato e per questo sa come tentare di limitarlo. Il colonnello Tall (Nick Nolte: la modernità) invece è del tutto impreparato al male, per questo non è in grado di affrontarlo e lo trasforma in una semplice ambizione personale. Come lui i giapponesi, così simili agli americani, sono delle “scatole vuote”, come afferma Welsh (Sean Penn) mentre parla quello che ha appena preso il posto di Staros, scatole vuote che “arrivano una dopo l’altra”.
    L’antropocentrismo è al tempo stesso esaltato – attraverso il logocentrismo che permea il film (i pensieri dei protagonisti, le azioni di guerra con la loro logica, per quanto assurda) – e messo in crisi, tramite il rimando continuo a una natura spettatrice indifferente alle nostre azioni (gli animali che guardano gli uomini combattere, le piante che sono lì, a prescindere dai nostri gesti). Soprattutto, la multidimensionalità dell’universo fa sì che non sia possibile erigere limiti tra quella che chiamiamo realtà e quella che chiamiamo “fantasia” o “pensiero”: i protagonisti sono al contempo su un’isola alle prese con l’assurdità dell’agire umano e sulla stessa isola a vivere la vita pienamente e giocosamente, sono abbandonati dalla propria moglie e al tempo stesso insieme a lei. Qui e ora è anche altrove e sempre. Secondo Heidegger la metafisica è presenza.
    Il fatto che Malick sia un filosofo di formazione heideggariana che pensa per film non lo vedo come un limite ai suoi film, ma come la base per entrarvi in contatto.

  62. Sebastiano scrive:

    Mi inchino a questa analisi, ma Malick resta un regista noioso come pochi: se di mestiere vuoi raccontare qualcosa al cinema devi prima di tutto tenere sveglio il pubblico, perche’ gia’ la sala e’ buia, magari ci sono poltrone comode…

  63. Alberto Cassani scrive:

    Grazie dell’attenta e approfondita analisi, Vulfran. Sono in realtà abbastanza d’accordo con quello che hai scritto, per quanto posso ricordare visto che la mia seconda e ultima visione del film risale a quasi dieci anni fa, ma credo che dalla mia recensione sia chiaro come non erano certo le idee e le intenzioni che mancavano a Malick. Quello che secondo me in questo caso (e quasi sempre, in seguito) ha fallito completamente è dare a queste idee e queste intenzioni una forma cinematografica efficace. Tutto quello che tu scrivi, se vogliamo possiamo dire che fa parte della preproduzione del film – l’ideazione, la sceneggiatura, lo sviluppo, anche il pensare a come usare paesaggi e rumori – e quindi è valido sulla carta, è “generato” sulla carta. L’ultimo passo del regista, che è poi spesso il più importante, è tradurre tutto quello che c’è sulla carta in pellicola. Quest’ultimo passo Malick l’ha sbagliato, e penso di averlo scritto chiaramente nella recensione.
    Non è solo la noia citata da Sebastiano, il problema: un sacco di cose non funzionano come presumibilmente Malick avrebbe voluto, a partire dalla sfilata di volti noti che si mangiano i personaggi fino ai panorami da cartolina, proprio perché a differenza di ciò che dici Malick non “pensa per film”: pensa per novelle filosofiche a cui cerca poi di dare forma cinematografica. Tra un film come questo e il cinema c’è la stessa differenza che c’è tra un film tratto da un’opera teatrale e un’opera teatrale filmata sul palcoscenico, come distanza. L’opera teatrale filmata in quanto tale va benissimo, per carità, ma non è cinema. Spero di aver fatto capire l’esempio.

    L’unico punto su cui sono piuttosto in disaccordo con ciò che hai scritto è quando parli dei flashback. E’ vero che non abbiamo alcuna prova che si tratti realmente di flashback invece che di fantasie, ma non abbiamo neanche ragione di credere il contrario (a meno che, possibilissimo, non mi sia perso qualche particolare). Non vedo perché dovremmo dubitare della veridicità di ciò che ci dicono i protagonisti quando non c’è nulla a suggerircelo. Allora dovremmo dubitare anche di tutto il resto che raccontano le voci fuori campo, ma perché dovremmo farlo?

    Sì, insomma: plaudo alle tue parole ma ne contesto il risultato.

  64. Vulfran scrive:

    In effetti anch’io non ritengo che Malick pensi “per” film come lo farebbe un regista, ma, piuttosto, “attraverso” i film come può farlo un filosofo. Anzi, a essere precisi credo che lui inneschi pensieri tramite i film, nel senso che è interessato a far sì che il senso del film sia completato dallo spettatore. Rispetto a registi puri (Kurosawa, Kubrick, Tarkovkij, Tarr), Malick non crea delle opere perfette il cui senso è attingibile attraverso l’analisi, ma delle “riflessioni” filmiche che includono un’apertura di senso, un senso che è essenzialmente filosofico e non filmico e che attinge allo spettatore. Con questo non è che voglia difendere Malick come regista, ma constatare una sua caratteristica fondamentale. Il rischio, se no, è simile a quello di analizzare e interpretare un mandala o una miniatura con le categorie con cui analizziamo e interpretiamo una tela di Raffaello o di Caravaggio.
    Detto ciò, aggiungo che non conosco bene Malick; oltre a “Thin red line” ho visto solo “Badlands” e “The tree of life”. “Badlands” l’ho trovato così così, mi è sembrato sostanzialmente un lavoro sull’attore. “The tree of life” invece proprio non mi è piaciuto, in quanto di Heidegger ha colto soltanto gli aspetti più new age, quelli da luna park, pensando a un pubblico che deve essere preso per mano e a cui deve essere spiegato passo passo “quello che vuol dire qui il regista”. “The thin red line” l’avevo visto una decina di anni fa e mi era rimasto dentro, rivedendolo mi sono chiesto perché. Credo che qui Malick sia rimasto sospeso tra il pensiero e il filmico, tra il didascalico e l’apertura di senso. Forse perché si è concentrato su un evento al tempo stesso storico e archetipico come la guerra, non so.
    Per quanto riguarda i flashback o quello che sono, ho notato che alcuni sono costruiti tradizionalmente, inquadrando esternamente i due innamorati. In altri è presente solo lei, come se la telecamera fosse l’occhio di lui. Poco prima che lui legga la lettera in cui lei chiede il divorzio, vediamo lei che aspetta un uomo che si sta avvicinando. Allora viene da chiedersi se anche quelli che abbiamo prima interpretato come flashback (lei sola in casa, lei sola sulla scogliera, lei sola sull’altalena) non siano flasback, ma parte di un montaggio (alternato? parallelo?) attraverso cui viene rappresentato il legame tra i due innamorati: alla fine che lei esista a quel modo nel pensiero di lui attraverso i ricordi o nella “realtá” non ha così importanza. Così come il fatto che Witt “ritorni” tra gli autoctoni dopo che è stato ucciso: non ci è forse sempre stato? È come se tramite il pensiero (il sogno?) entrassero in contatto universi paralleli che esistono a prescindere dalla loro intersezione, come nella sequenza in cui i soldati si addentrano nell’isola e incrociano il vecchietto che procede in senso inverso e non li degna nemmeno di uno sguardo, eppure si sfiorano.

  65. Plissken scrive:

    Dibattito interessante e bella analisi. Ho riletto la recensione dalla quale credo si possa evincere palesemente come il Cassani non abbia messo in discussione il concetto espresso ma l’implementazione che risulta non molto efficace con riferimento alla specificità filmica.
    Anche l’esempio inerente la rappresentazione teatrale calza a pennello, in quanto ricordo come alla visione della Vanja del Malle non potei che rimanere perplesso dinnanzi ad un’opera di indubbio spessore ma… cinematografica? Il dubbio ancora sussiste.
    In my opinion la poiesi malickiana volge al peccato appunto nella trasposizione al mezzo cinematografico, che al di là della buona valenza di episodici periodi non riesce nel contesto ad risultare compiuta, concedendosi (se ben ricordo) altresì qualche ingenuità fuori luogo considerando la matrice mistico-intellettual-filosofico imperante (la “purezza d’animo” degli indigeni incontaminati dai vacui valori delle civiltà moderne; anche questa può essere una chiave di lettura).
    L’analisi risulta certamente vigorosa e valevole ma più con riferimento alle tematiche esposte (la guerra, il male)che all’efficacia del loro riversamento nella pellicola in discussione.
    L’evidente prolissità e verbosità del film concorrono nell’erigere un certo distacco tra l’opera del regista e lo spettatore (perlomeno nel mio caso) che trovasi ben presto, anziché nella agognata simbiosi, a subire un ampolloso susseguirsi di immagini con relative verbali didascalie a servizio più del regista stesso che di chi dovrebbe fruirne.
    Sovente, chi sceglie di recarsi a vedere una tela del Caravaggio, non gradisce necessariamente di trovare in sua vece un mandala. :-)

  66. Vulfran scrive:

    Ma infatti la recensione di Cassani non la trovo sbagliata (anzi: grazie per averla scritta e per offrire questo spazio di dialogo), solo che per me descrive ciò che il film non è rispetto a quello che il film è. Che Malick non sia un regista puro lo penso anch’io e lo ripeto; ciò non lo considero di per sé un bene (vedi “The tree of life”), però “The thin red line” non mi sembra da liquidare come un film non-riuscito e sto cercando di capire perché. Anche la Nona di Beethoven non è una vera e propria sinfonia, e “Quer pasticciaccio” di Gadda non è un vero e proprio romanzo. Se sbalio mi corigerete.:-)

  67. Plissken scrive:

    Mi permetto, giusto per due chiacchiere eh…

    Beh, si in effetti avevi già esplicato come non considerassi Malick un regista puro, ma credo sia proprio questo il problema alla radice della recensione in negativo; i vari passaggi della stessa vanno a definire in dettaglio le varie “mancanze” che portano la pellicola ad essere più un esercizio intellettuale che un “film” nel senso più alto del termine.
    Il “perché” credo sia individuabile in recensione analizzando i vari punti che hanno portato al giudizio sfavorevole: sequenze “esclusivamente descrittive”, voce fuori campo troppo invasiva, flashback di natura eccepibile, ricerca dell’introspezione a punti forzata, personaggi con caratterizzazione non sufficientemente valevole, sceneggiatura e montaggio “pasticciati”, risultato “freddo” nonostante le alte tematiche ed altro, a cui si potrebbe addizionare a mio modesto avviso un eccesso di lirismo e di ampollosità. Credo quindi sia difficile poter aggiungere del nuovo in proposito. :-)

    Sicuramente, in my opinion, è ammirevole l’intento di Malick di fare emergere la sofferenza dell’animo umano in guerra (vabbè, ho semplificato) però non ha (o aveva, non so) ancora le capacità per concretizzare un progetto tanto ambizioso servendosi del Cinema. Credo che il film che gli si avvicina di più, ma con risultati -diametralmente opposti- sia “Apocalipse now” ma Coppola è Coppola… e non mi ha mai annoiato nonostante lo svolgimento in Adagio – Largo ;-)

  68. Vulfran scrive:

    Temo di essere costretto a ripetermi: la recensione di Cassani non la trovo sbagliata; l’opera di Malick non è un vero e proprio film, pertanto un’analisi del solo “filmico” riguarda solo un elemento dell’opera, elemento messo inevitabilmente in crisi dal fatto che il senso formale non è conchiuso in se stesso ma si apre ad altro. Ovviamente con questo non voglio dire che chi non apprezza “The thin red line” non l’abbia capito, se non altro perché altrimenti dovremmo dirlo anche di chi non apprezza i film dei Vanzina… Il senso del mio intervento era proprio volto a cercare di analizzare questo “altro”. Non penso comunque che l’intento fondamentale di Malick fosse quello di far emergere la sofferenza dell’animo umano in guerra, ma di: 1) indagare le sorgenti del male, così come ha fatto Coppola in “Apocalypse Now” (tutt’altro film e capolavoro indiscutibile, concordo), di cui la guerra è il fenomeno parossistico; 2) indagare la multidimensionalità dell’universo in cui viviamo e di cui “la realtà” è solo una parte, non più vera delle altre.

  69. Plissken scrive:

    Mi spiace diamine ma continuiamo a girare in tondo: ho capito che codesto “non è un vero e proprio film” ma in questo ambito va analizzato in tale veste, altrimenti si dovrebbe aprire una rubrica letteraria.
    Gli elementi dell’opera malickiana in oggetto che non riguardano il “filmico” ci sono senz’altro per carità e, al di là delle interpretazioni personali o meno, hanno sicuramente valenza elevata, non ci piove, ma presumo che in questa sede vadano analizzati necessariamente assieme all’efficacia dello stesso, altrimenti torniamo al discorso relativo al teatro.
    Il “filmico” non lo intendo assolutamente come “un solo elemento dell’opera” ma come DNA dell’opera cinematografica, fondamentale, inscindibile, al servizio del film e degli spettatori e non inventato dai Critici per variegare le proprie elucubrazioni accademiche, tanto che esso risulta basilare per la comprensione dell’opera anche da chi Critico non lo è.

    Chiusa questa oramai retorica parentesi, rimarrebbe da analizzare al fine di averne miglior comprensione ciò che definisci “altro”. Prendo atto della tua bella disamina in difesa del film (mannaggia a ‘sto punto mi toccherà andare a rivedermelo… :-) e sono certo che agisci a ragion veduta; gradirei conoscere quale o dove sia a tuo dire l’efficacia del riversamento del “senso formale” e soprattutto dove si palesa nella pellicola la sua “apertura ad altro”, con riferimento a ciò che posso vedere e sentire per POI giungere ai concetti (filosofici o meno) da interpretare, per i quali però temo che un bel libro sarebbe -in questo caso specifico- miglior ricettacolo.
    Rimane sottinteso come tali considerazioni siano a puro titolo personale, ringrazio per le “dò ciàcole”. :-)

    O.T.
    Weach, se ci sei, batti un colpo… :-)

  70. Alberto Cassani scrive:

    Vulfran, credo che una recensione sia sempre e comunque limitata, nella sua analisi. Magari per motivi di spazio o per scelta stilistica o di contento del recensore, a seconda di cosa ci si propone di spiegare. Io personalmente tendo a preferire l’approccio tecnico piuttosto che quelle squisitamente emozionale o di intenzioni, perché ritengo che sia attraverso la tecnica che si esplicano le intenzioni dell’autore ed è grazie alla tecnica che le emozioni si possono sviluppare. In pratica, si tratta di far capire al lettore quale percorso il film segue per arrivare a un certo risultato; poi sta al lettore decidere se per lui quel percorso porterebbe al risultato voluto dal regista.
    Ci sono però le eccezioni, come quella di un piccolo film francese (peraltro consigliatomi da un lettore) la cui recensione ho scritto in questi giorni e che potrete leggere nelle prossime settimane. In questi casi è tutto l’insieme dell’opera che crea il risultato, con pochi “solisti” degni di nota all’interno di un’orchestra perfettamente diretta. Ma secondo me non è il caso di questo film, che forse è giusto definire “non un vero film” ma che credo avrebbe invece voluto esserlo senza però riuscirci. Per questo mi sono concentrato su cosa (a mio parere, ovviamente) non funziona: perché ritengo che questi difetti di forma siano talmente grossi da inficiare le evidenti intenzioni di Malick. Poi è giusto, in una discussione più ampia, analizzare e non sminuire queste intenzioni, ma secondo me è giusto farlo in un saggio più ad ampio respiro che non in una “semplice” recensione.
    Peraltro, se vuoi leggere una recensione veramente limitata, leggi cos’ho scritto di “Il buono, il brutto, il cattivo”..

  71. Anonimo scrive:

    Il “filmico” come “un solo elemento dell’opera” era riferito a “The thin red line”, credevo fosse chiaro. Non è nemmeno che stia difendendo Malick (te lo dico perché mi sembra che su questo tema ti scaldi, inutilmente), sto semplicemente cercando di capire perché il film mi sia piaciuto sebbene condivida di fondo la recensione negativa di Cassani; del resto gli spazi per i commenti servono per dialogare, se no sarebbe bastato mettere il pulsante like/dislike.
    In un post precedente avevo fatto cenno ad altre opere che fatichiamo ad analizzare sulla base di categorie riferite al loro genere, come la Nona di Beethoven (che comprende anche un testo dal contenuto filosofico e politico e che pertanto non può essere analizzata soltanto attravero le categorie del linguaggio musicale con cui siamo soliti analizzare le sinfonie) o “Quer pasticciaccio” di Gadda (in cui accanto a una narratività da romanzo c’è un’invenzione linguistica che sfocia nella poesia, nel teatro, nella linguistica, nella riflessione filosofica; la descrizione di un paio di pagine del passaggio di un treno e delle patetiche e ridicole galline che sfuggono fa parte degli eventi su cui è costruito il romanzo? no, però sì).
    L’apertura di senso a cui mi riferivo l’avevo individuata nell’uso delle voci, che secondo me non sono tanto un commento alle immagini, ma il modo per connettere attraverso il logos la realtà in cui gli esseri umani vivono ad altre dimensioni, altrettanto reali ma meno accessibili, in cui vivono contemporaneamente (pensiero, ricordi, sincronie), per questo mi riferivo ad un universo multidimensionale. Una riflessione filosofica, dunque, innescata usando il linguaggio verbale secondo la tradizione occidentale, a cui Malick, proprio perché regista non-puro, sente di non dover rinunciare. Mentre in “The tree of life” l’uso delle voci mi è sembrato didascalico, qui no.

  72. Vulfran scrive:

    Scusate, ho fatto casino e ho fatto partire il messaggio in forma anonima. In più vedo che si è incrociato con quello di Cassani.
    Non ho scritto per dire che non condivido la critica, ma sono partito da quella per qualche riflessione, tutto qua. Se scrivo un libro sul film ve lo faccio sapere!;-)

  73. Alberto Cassani scrive:

    Credo che lo scarto tra i nostri giudizi complessivi dipenda proprio dal peso che diamo agli aspetti diciamo tecnici rispetto alla poesia. Per quanto mi riguarda, è generalmente difficile che io riesca a soprassedere su brutture tecniche in virtù della poesia o delle emozioni che il film vorrebbe trasmettere. Non che quelle di Malick siano brutture, ma sono comunque aspetti tecnici che ai miei occhi non funzionano e precludono l’efficacia di tutto il resto. Per fare un esempio più “basso” rispetto a Gadda ma suscitato dalla scena delle galline che tu citi, Simenon usava raccontare piccoli elementi della vita di Maigret per dare vita al suo mondo; Luciano Secchi in arte Max Bunker fa lo stesso nei suoi romanzi dedicati a Riccardo Finzi, ma la riuscita di queste scenette è ben diversa e spesso preclude la costruzione di tutto il mondo di Finzi. Ecco, potremmo dire che Malick qui vuol fare il Simenon e invece gli esce un Secchi… Tra l’altro, credo che tu sia la prima persona che trovo che ama questo film ma non Tree of Life.

    Comunque direi che la tua interpretazione dello spazio commenti è perfetta: l’idea è proprio di far partire i lettori da ciò che scriviamo in recensione per poi discutere tra loro e con noi delle impressioni avute vedendo il film. Credo sia il modo migliore per integrare i commenti in un sito di critica, no?

  74. Vulfran scrive:

    Povero Malick, adesso me lo fai diventare addirittura un Bunker. Oddio, c’è da dire che anche Simenon scriveva parecchio, pure troppo. Per lo meno Malick fa(ceva) pochi film.
    Leggerò con piacere altre tue recensioni; la sintesi analitica mi sembra il miglior mezzo per strutturare una recensione.

  75. Alberto Cassani scrive:

    Be’, era per fare un esempio…

    Grazie dell’apprezzamento.

  76. Alberto Cassani scrive:

    Ah, tra l’altro, l’anno scorso a Venezia si discuteva proprio del perché improvvisamente Malick si è messo a sfornare un film dietro l’altro. Escludendo la possibilità di debiti di gioco o figli illegittimi da mantenere, l’idea che avevamo un po’ tutti era che si è reso conto di avere ancora molte cose da dire ma di non avere abbastanza tempo per dirle. Il problema, visto anche l’orrore che ha portato al Festival, è che facendo le cose così di corsa non riesce a farle molto bene…

  77. Plissken scrive:

    Suvvia Vulfran, la bandiera è ammainata ed i cannoni a riposo. Anzitutto mi spiace di aver dato l’impressione di essermi “scaldato”: tutt’altro. Come dice l’invocato Weach, il confronto è di per sé sempre costruttivo, al contrario dello scontro. Purtroppo nella forma scripta è facile farsi fraintendere ed il mio scarso padroneggiare delle cosiddette “emoticons” può contribuire a ciò.
    A scanso di equivoci vorrei precisare che ovviamente non sto cercando di imporre il mio punto di vista, ma di capire il tuo; se mi fossi infervorato non ti avrei risposto o ti avrei mandato tranquillamente a quel paese… non per niente mi chiamo Plissken. ;-))

    Riguardo al film, prendo nuovamente atto delle tue considerazioni: personali perché giustamente ribadisci come “secondo te” le voci fungano da connessione tra realtà ed “altre dimensioni”: peut etre. Purtroppo nel mio specifico caso, forse per mia mancanza, non sono riuscito a cogliere questo aspetto in quanto dette voci hanno assunto valenza negativa ed invasiva a differenza di quanto avvenuto con il già citato film di Coppola.
    Riguardo Beethoven e Gadda non mi addentro nella discussione, se non per dire che alcune opere travalicano la precedente concezione dell’arte andando a modificarne il concetto accademico che a sua volta ne assorbe, meglio fagocita, le peculiarità: basti pensare a “impression soleil levant” od a mille altri esempi. L’opera però deve avere davvero una valenza assoluta, universale, e non mi sembra sia il caso del -film- di Malick.

    Ritengo comunque interessante la tua analisi inerente “l’apertura di senso”; studente di filosofia, eh? ;-)
    Ripeto che mi riservo eventualmente di rivedere il film visto che il ricordo che ne ho è oramai un po’ offuscato dal tempo. Magari hai contribuito a darmi una nuova chiave di lettura, chissà, e sarà tempo di nuove riflessioni, memore di navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Cinefile. Ciao.

    @Cassani
    Sono molto incuriosito dal “piccolo film francese” in quanto solitamente apprezzo i cineasti d’oltralpe. Mi permetto anche di ricordare a Vossia che qualcuno disse che stava per scrivere la recensione di “In the Mouth of Madness”.. :-)

  78. Vulfran scrive:

    Plissken, i cannoni non li avevo manco portati fuori.:-) E ti garantisco che magari sfianco con la polemica, ma non porto rancore dopo le discussioni. Comunque no, non studio filosofia, sebbene qualche lettura “alta” me la conceda. Mi fa piacere di sapere che ti ho messo il tarlo nella mente e che riguarderai il film! Alla prossima.

  79. Plissken scrive:

    A’ la prochaine, Monsieur. :-)

  80. Peppe scrive:

    vai a vederti bim bum bam

  81. Alberto Cassani scrive:

    Grazie del tuo preziosissimo contributo alla discussione, Peppe.

  82. skumkyman scrive:

    Quando vidi questo film al cinema non sapevo chi fosse Malick. Oggi lo adoro, ma ancora non ho avuto il coraggo di rivedermelo tutto. New World mi è molto caro e ancor di più Tree of Life, di questo invece riguardo piccole pillole su youtube… se voglio sentire l’inconsistenza della guerra rispetto alla grandezza dell’uomo mi rivedo Mediterraneo, e mi sento anche una persona migliore.

  83. Alberto Cassani scrive:

    Be’, “Mediterraneo” è realizzato in maniera molto meno ermetica di questo… Curioso, però: pensavo che “La sottile linea rossa” e “The Tree of Life” fossero i capisaldi dei malickiani.

  84. Karl scrive:

    Che bello addirittura letale col teschio!
    Pensavo di essere l’unico a trovare assurdo questo film.

    Mi ha incantato per i primi dieci minuti (come tutti i film di Malick), perché hanno un non so che di naturale, fluido, limpido, e quindi incredibilmente affascinante.
    Dopodiché (come tutti i film di Malick) entra il peccato originale nel cinema: la noia. Due palle che hanno dell’incredibile e una pretenziosità e presunzione per raccontare che brutta la guerra e la natura umana.

    Sì viene sempre tirato in ballo il soldato Ryan di Spielberg (ecco, se vogliamo parlare di maestri), credo perché sono dello stesso anno, se non sbaglio, ma anche solo per la scena dello sbarco il soldato Ryan gli mangia in testa a questo a mattina colazione e sera, per una settimana.

  85. Alberto Cassani scrive:

    Penso anch’io che l’insistenza dei paragoni con “Ryan” dipenda semplicemente dal fatto che sono usciti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, perché a parte questo i due film non hanno proprio niente in comune. Persino le guerre raccontate, per quanto formalmente siano la stessa non sono realmente assimilabili essendo due momenti diversi e due luoghi geografici opposti. Sarebbe come paragonare “I vestiti nuovi dell’Imperatore” al “Napoleon” di Gance…

  86. Leonardo scrive:

    Capolavoro.

  87. Sara scrive:

    Secondo me , se non ti è piaciuto un film del genere , uno , dovresti rivederlo , due , sei pazzo . Quindi , riveditelo !

  88. Plissken scrive:

    …tre: chi non ha apprezzato il film (categoria che annovera anche il sottoscritto) dovrebbe sentirsi in diritto di dare del “pazzo” a chi la pensa diversamente?

  89. Daniele scrive:

    Dal punto di vista cinematografico, lato intrattenimento, il film in effetti è ai minimi.
    Per vederlo tutto è servita una grande forza di volontà (che mia moglie non ha avuto e si è addormentata :) ), però devo dire che alla fine mi ha lasciato un buon ricordo. Intendiamoci, non lo rivedrei mai, però è un film che ha il potere di far riflettere, turbare, in modo non banale, a mio avviso.
    Forse non un capolavoro, e in effetti alcuni aspetti rimangono molto confusi, però un gran bel film.
    Non paragonabile con Salvate il soldato Ryan, molto più scorrevole, con tutt’altro fine, e molto più “semplice”

  90. maurizio scrive:

    non vorrei sembrare ostile, ma alberto cassani mi sembra abbia tutto il livore e l’invidia del regista fallito.
    E’ uno dei più bei film nel mondo del cinema

  91. Alberto Cassani scrive:

    Guarda Maurizio, questa dell’invidia è una delle cose che si sente ripetere più spesso in risposta a critiche negative, a qualunque livello e a qualunque latitudine. Ma francamente non capisco in che modo io possa aver dato questa impressione con questa recensione, e non capisco neanche perché dovrei essere invidioso di un regista che non mi è mai piaciuto: non avrei mai voluto dirigere film come i suoi, semmai potrei avere invidia per un Kubrick, un Truffaut, un Hitchcock, non certo per Malick. Al di là che l’idea del critico come regista frustrato m’è sempre sembrata una cazzata immane, come dire che uno storico è un condottiero frustrato…
    Invece il livore che tu avverti non è diretto verso Malick ma verso il film, che è uno dei più insopportabili che abbia mai visto (tra quelli con un determinato pedigree, ovviamente). Ed è fomentato anche da tutti quelli che arrivano qui a commentare la mia recensione attaccando me e le mie opinioni senza argomentare le proprie e senza voler realmente discutere del film. Tanto per dire, se hai voglia, perché secondo te questo è uno dei film più belli della storia del cinema?

    E comunque buon anno!

  92. Gianni dj scrive:

    A me il film è piaciuto, ma non tutti (per fortuna) ragioniamo allo stesso modo ed è giusto che se uno ne sente il bisogno ne faccia una critica negativa. Trovo però sia eccessivo che il recensore risponda a quasi ogni critica alla sua critica.

  93. Alberto Cassani scrive:

    Gianni, se fai un giro nel sito vedrai che è una caratteristica di CineFile, quella di avere gli autori che rispondono ai lettori. Non sei il primo che se ne lamenta, ma francamente a me sembra una cosa estremamente importante, il fatto di voler instaurare un rapporto diretto tra critici e lettori. Le rare volte in cui lo vedo succedere in altri siti la cosa mi colpisce sempre positivamente. Io poi come direttore del sito rispondo anche su recensioni e articoli non miei, ma è chiaro che non rispondo ad ogni singolo commento, anche perché sarebbe inutile ripetere mille volte le stesse cose…

  94. Marco scrive:

    x Vulfran, primo commento: 92 minuti di applausi!!!!!!
    La recensione su questo film si accanisce inspiegabilmente in maniera negativa e offensiva:

    “una spossatezza fisica incredibile, di rado provata durante uno spettacolo cinematografico”;

    “Malick danza spesso con la macchina da presa intorno a personaggi inerti, dimostrando così tutta la presunzione di chi si prende troppo sul serio”;

    “la testarda ricerca dell’introspezione per far filosofia”;

    “La chiarezza espositiva è sacrificata sull’altare del contenuto, la coerenza interna è schiacciata dalla volontà di “dire”, il cinema è sconfitto dal Pensiero

    “Malick è un regista tecnicamente mediocre, privo della capacità di piegare il mezzo filmico alle sue intenzioni, ma in questo caso i danni maggiori li ha fatti in sede di sceneggiatura e di montaggio”;

    “Malick ha avuto bisogno di uno stuolo di volti noti ad interpretare i personaggi secondari perché le loro psicologie erano talmente abbozzate che il pubblico non avrebbe mai prestato attenzione a loro se si fosse trovato davanti attori sconosciuti”;

    “film è tecnicamente curato ma globalmente mediocre: irritante e freddo, finto e prolisso. Invece di rileggersi per l’ennesima volta le opere di Omero o gli scritti dei filosofi presocratici, Malick farebbe bene a guardare i film di…”

    Non so cosa tu volessi fare, ma questa non è una recensione cinematografica. Nel senso stretto del termine. Poi ognuno è libero di dire quello che pensa. Anche “attaccare” il regista e i suoi intenti, ma non è più una recensione.
    O forse volevi solamente aprire un acceso dibattito…spero sia quest’ultima

  95. Alberto Cassani scrive:

    Marco, è vero che mi sono accanito contro il film e il modo in cui il regista l’ha concepito e girato (non contro il regista in sé, ma contro il suo lavoro), ma non l’ho fatto “inspiegabilmente”: l’ho fatto perché questo è un brutto film, e ci tenevo a spiegare nei dettagli perché, vista anche la sua importanza.

    Peraltro non capisco perché questa non sarebbe una recensione. Nel senso stretto del termine, una recensione è un “esame critico, in forma di articolo più o meno esteso, di un’opera di recente pubblicazione”, ossia uno “scritto nel quale si esamina e si giudica un’opera” (entrambe dalla Treccani). Una recensione cinematografica ha (quando di stretta attualità) lo scopo di guidare il lettore a scegliere se usufruire di un’opera o meno, ossia nel nostro caso se vedere un film oppure no. Raccontarne pregi e difetti, spiegare da cosa questi sono generati e dare un giudizio più o meno sommario è l’essenza della recensione, e io questo ho fatto, in questo caso specifico concentrandomi sul lavoro del regista più che sul resto. Poi mi si può dire che qui o in altre occasioni l’ho fatto male, ma non penso mi si possa dire di non fare critica.

  96. Marco scrive:

    x Alberto, Vulfran e Plissken

    credo semplicemente che lo spessore dei vostri argomenti suscitati dal film dimostrano la grandezza del film stesso, quindi riuscito.

    Ed ha riassunto tutto in poco meno di tre ore. Ogni film va affrontato con un apposito stato d’animo (ironico,azione, storico, riflessivo ecc.)
    Con un film di Malick, intitolato “La sottile linea rossa” già lo sai che andrai incontro ad un travaglio mentale di 3 ore!! A questo si può aggiungere un magistrale uso di fotografia e sonoro naturale…e anche altro volendo ma non mi voglio dilungare…Butto solo li una cosa a proposito della scelta degli attori: credo che se avesse volutamente preso solamente attori sconosciuti o poco più..avrebbe ancor più impersonificato chi lo vedeva, nel film.
    Può non piacere il film, ma questo è cinema, ed anche di buon livello per tutte le componenti già citate (trama, narrativa, montaggio, fotografia ecc..). Ci sono film che a me non piacciono ma che reputo cmq di buon livello. Anche se non perfetto non è da buttà

  97. Marco scrive:

    Alberto come leggerai sotto in fondo alla vostra discussione con Vulfran e Plissken, il mio è stato un abbaglio, non conoscevo il sito e leggendo distrattamente la recensione mi sono sentito ferito amando quel film. Leggendo poi la vostra conversazione mi son reso conto che dietro alle tue parole ci sono conoscenza e amore per il cinema. Chiedo venia

  98. Alberto Cassani scrive:

    Sì, come penso di aver spiegato in recensione, il livello tecnico del film è sicuramente valido. Quello che manca, a mio avviso, è proprio il “polso registico”. Se vogliamo, Malick faceva filosofia mentre gli altri attorno a lui facevano cinema…

    Sugli attori penso non ci siano dubbi: la parata di volti noti è una scelta per la maggior parte commerciale, e avere attori all’epoca sconosciuti avrebbe senz’altro aumentato l’impressione da “everyday man”. Però il film era abbastanza costoso (oltre 50 milioni di dollari) ed facile pensare che determinati volti (e tutto il parlare che si è fatto su di loro all’epoca dell’uscita) servissero proprio per portare un po’ di spettatori in più in sala.

  99. Marco scrive:

    Sissi assolutamente. Sono d’accordo in molti punti della vostra discussione, che trovo molto competente ed esauriente, e che non vorrei riaprire in quanto avete toccato molteplici aspetti e in maniera approfondita…mi sarebbe piaciuto parteciparvi un anno fa… Sono anche d’accordo sul fatto che i temi riportati nei film di Malick rendano lenta la visione da un punto di vista cinematografico (il polso registico da te citato), ogni tanto una sferzata (narrativa, ma anche di montaggio ecc) rende più accattivante la visione e di riflesso sottolinea e da maggior forza alle parti “ragionate”.
    L’unica cosa su cui non sono d’accordo sono sul voto che hai dato al film (tornando al mio primo commento, sbagliato, ma per far capire cosa io intendessi). Attenzione, sono per la massima libertà di parola e pensiero. Ma in questo caso specifico tu hai un grande “POTERE” (la recensione) che non puoi sottovalutare, cioè influenzare la decisione di un gran numero di utenti che non hanno visto il film e leggendo la tua recensione potrebbero decidere di vedere il film o meno.
    Tu stesso hai scritto che il film è di buon livello, quindi dare il minimo dei voti mi sembra eccessivo. Il voto minimo lo darei, giusto per sparare sulla crocerossa, ai film di Stallone (con tutto il rispetto per lo Stallone italiano). Per dirla banalmente. Avrei quindi dato un voto medio-basso con l’appunto “da vedere per chi piace il genere”, tornando al discorso del “potere” della tua recensione.
    Detto questo, spero di poter in futuro partecipare ad altri dibattiti e confronti, dato che il cinema (e tu me lo puoi insegnare) in quanto arte, è principalmente emozione e concetti-messaggi che ne seguono.
    Buona giornata e buon lavoro!!

  100. Alberto Cassani scrive:

    La gestione dei voti e dei giudizi è sempre una cosa complessa, a prescindere da come la si faccia (col voto, col semaforo, con l’etichetta, con le stellette…). Di solito io tendo a dare semaforo giallo ai film buoni ma non buonissimi che sono particolari come temi o messinscena, in modo da far capire subito al lettore che quello non è un film per tutti, ma è una cosa che ad esempio gli altri redattori non fanno. L’uso dei teschi (e le stelle per i film particolarmente belli, che però usiamo con più parsimonia) invece penso dipenda soprattutto dalle attese che ci sono su un film, oltre che dalla sua effettiva riuscita: i teschi a un film di Uwe Boll aggiungono poco, agli occhi del lettore; ma i teschi a un film dotato di pedigree danno una forza particolare alla stroncatura, perché fanno capire subito che si tratta di un fallimento filmico particolarmente potente.

    Comunque ben arrivato, e spero tu possa trovare altre occasioni per partecipare alle discussioni sulle nostre pagine. Non recensiamo tutti i film che escono, ma le occasioni per scambiare opinioni di certo non mancano.

  101. Anonimo scrive:

    Mi sono accorto solo ora purtroppo girovagando in rete della recensione che il Sig. Cassani ha fatto de La sottile linea rossa. Non so da chi sia amministrato questo sito. L’unica spiegazione che mi vien da darmi è che sia di sua proprietà visto i commenti che si è permesso di fare.
    Non ha capito proprio niente Sig. Cassani, se lo riguardi.
    Antonio

  102. Alberto Cassani scrive:

    Sinceramente avevo pensato di non rispondere a quest’ultimo commento, perché non saprei proprio cosa aggiungere a quello che ho scritto nella recensione e nei miei tanti commenti all’interno della lunga discussione qui sopra. Però c’è una cosa che mi ha lasciato perplesso, e a questa voglio rispondere.
    “I commenti che si è permesso di fare”.
    Ora, nei commenti veri e propri non mi pare di aver mancato di rispetto a nessuno dei lettori (in caso contrario me ne scuso, ma non me ne sono proprio reso conto), quindi do per scontato che Antonio si riferisca ai commenti critici della recensione. Ed è proprio per questo che sono perplesso. Perché “…si è permesso di fare”? Cioè, perché è ritenuto offensivo/di cattivo gusto/scorretto muovere critiche negative – anche forti – a un film? Perché non si dovrebbero scrivere stroncature?

    Con Antonio (sempre se la mia interpretazione del suo commento è corretta) sono d’accordo moltissimi colleghi critici: bisogna stroncare con estrema parsimonia, e solo se proprio non se ne può fare a meno. Perché? Se un film è brutto, è brutto e bisogna scrivere che è brutto. E se è molto brutto bisogna scrivere che è molto brutto. Se si ritiene che un attore non sia capace di recitare e un regista di dirigere, perché non si dovrebbe scrivere? Perché non si dovrebbero usare tutte le armi a propria disposizione per dissuadere il lettore dal vedere un film che si ritiene non valga il proprio tempo? Al di là che poi lo si può fare in maniera più o meno efficace, ovviamente… Ma per quale motivo al mondo bisogna “chiedere il permesso” prima di parlar male di un film che si ritiene meriti solo maleparole?

    La risposta che mi do è che, in generale, nella società moderna le critiche sono state inizialmente zittite dal “politicamente corretto” e quindi sono diventate talmente infrequenti che non siamo più abituati a riceverle, così quando le si riceve ci sembrano sempre e comunque offensive e fuori dal mondo, come se le uniche critiche accettabili siano quelle positive.
    A questa situazione io personalmente non posso che rispondere con le parole degli scomparsi Siskel & Ebert (http://diario.cinefile.biz/come-si-scrive-un-articolo-di-critica): “C’è questa specie di rigida impressione che tu debba mantenere le tue idee sul modo in cui guardi le cose, ma all’interno di confini molto ristretti perché non devi offendere nessuno. Ma uno degli scopi del giornalismo è proprio mettere in dubbio questo modo di pensare, e senza dubbio uno degli scopi della critica è di superare i limiti. […] Quando qualcuno tira il suo colpo migliore, finisce per sentire di avere potere. Si accorgerà di non venir distrutto per quello che ha detto […] Se provi a farlo una volta sarai nervoso, ma non sarai distrutto: ti sentirai incoraggiato a farlo di nuovo.”

    O magari ho solo frainteso il commento di Antonio e amen…

  103. Fabrizio scrive:

    Mi intrometto solo per dire che secondo me il problema è sempre uno: c’è un film acclamato e glorificato dall’opinione di massa, e poi c’è un tizio che sul suo sito di critica ne parla in termini negativi. Ovviamente questo tizio, agli occhi del lettore amante del film, è un signor nessuno, non ha nessun titolo per parlare male della pellicola in questione, ovvero ne parla senza sapere/aver capito e necessita di un’altra visione che lo riabiliti. Niente di più scontato.

    Quanto al discorso sulla critica ben fatta, secondo me si tratta di rispettare alcuni principi (che poi sono quelli rimarcati da Ebert): non porsi al di sopra degli altri spettatori o dei lettori, essere diretti e intellettualmente onesti a livello di comunicazione, non crogiolarsi nelle stroncature dando comunque la possibilità a tutti di capire se il film possa fare al caso loro. Certo, non sempre è facile bilanciare efficacemente tutti i questi aspetti, ma tu ad esempio mi sembri riuscirci. Anche se, devo dire la verità, mi mancano un po’ le tue recensioni irridenti tipo quella di quel film dei Manetti brothers, che aveva un finale fantastico purtroppo modificato in seguito. Del resto anche il finale della Sottile linea rossa è stato ahimè riscritto. Visto il risultato, io lo riproporrei… :)

  104. Alberto Cassani scrive:

    Mah… Col tempo sono arrivato alla conclusione che trafiggere un cuore con la punta di un fioretto è più efficace anche se meno spettacolare che tranciare un braccio con una mannaia. La bassa macelleria è meglio lasciarla per i quarti di bue cinematografico (ce n’ho qui uno perfetto, ma non so quando avrò la voglia di vederlo…), così il sangue colpisce ancora di più perché è meno frequente. Certo, se poi i risultati sono gli stessi allora tanto vale…

  105. Vulfran scrive:

    Interessante il dibattito sulla critica. Io non sono contrario alle stroncature senza appello, a patto che anche quelle ‒ come un film ‒ siano a loro volta criticabili in quanto punti di vista soggettivi. Che è poi quello che avviene su questo forum. Forse il problema risiede nell’epoca 2.0, in cui è esplosa la civiltà del commento? In effetti spesso stiamo a commentare i commenti.
    Devo dire che il discorso di Siskel e Ebert sul potere del critico centra il punto del contendere: il critico ha potere. Per questo, forse, tende a reagire male alle critiche: perché viene messo in discussione il suo potere. Un po’ come il regista che dice al critico “e tu chi saresti, che non hai mai fatto un film” il critico tende a reagire alle critiche dei lettori con “e tu chi saresti, che manco ti sei letto Deleuze e non sai com’è fatta una sceneggiatura”. Il che, in entrambi i casi, è vero. Così com’è vero che pure chi non ha mai girato un film e chi non sa com’è strutturata una sceneggiatura può comunque avere qualche buona idea sul film che ha visto.
    Non condivido la tua impressione sul politicamente corretto, mi sembra (anzi!) che ci sia un profluvio di gente, dai politici alla “società civile”, che prende la parola per dire di essere fiera di non essere politicamente corretta e gli omosessuali sono froci, i migranti andrebbero lasciati affogare e già che ci siamo ammazziamo pure tutti i politici. Spesso diventa difficile discutere perché le parole dell’altro non sono un’opinione o una critica alle proprie idee ma una specie di rutto scritto, e così (soprattutto se si è inesperti) si finisce per fare la gara di rutti. Magari la gente sapesse esprimere critiche, anche radicali, senza offendere e incitare all’odio!

  106. Alberto Cassani scrive:

    Non c’è dubbio che, con l’andare del tempo, la concezione della rete 2.0 si sia arrotata su se stessa e abbia spostato sempre più l’interesse sulle opinioni piuttosto che sulla “notizia” da cui si è partiti. Poi ovviamente nel nostro caso si parla comunque di opinioni anche riguardo il punto di partenza, però mi pare che in generale – nei siti di ogni genere – i lettori ci vadano soprattutto per esprimere la propria opinione e contestare quella degli altri, più ancora che leggere l’articolo.

    Sul potere e la credibilità dei critici sono d’accordo. Non bisogna essere muratori o architetti per rendersi conto che un muro è crepato, ma non si può negare il fatto che un muratore o un architetto (bravo) è in grado di spiegare perché si è formata la crepa. Non a caso, quello che dico sempre ai giovani critici è di non scrivere una cosa che poi non si è in grado di argomentare e giustificare: se non sono in grado di spiegare perché la fotografia è brutta, meglio non scrivere niente. Purtroppo col tempo i critici (sui giornali ma non solo) hanno perso l’abitudine di spiegare le cose, limitandosi a illustrarle e rifiutandosi di argomentare ulteriormente. Ed è da qui che è partita la crisi di credibilità del critico: se l’unica cosa che facciamo è esprimere opinioni, senza dimostrare di avere elementi di giudizio diversi da quelli di chiunque altro, è perfettamente normale che gli altri mettano in dubbio la nostra credibilità.

    Il politicamente corretto è un discorso complicato: è vero che stiamo vedendo una deriva volgare sempre più pronunciata, però questa secondo me è una recente reazione scomposta proprio ai tanti anni di imposizione del politicamente corretto. Ma in ogni caso non confondiamo la correttezza e l’educazione con il politicamente corretto: fare una critica anche pesante ma educata e circostanziata è una cosa, non fare nessuna critica per non irritare è un’altra. E quello che solitamente viene contestato (come presumibilmente ha fatto Antonio con me) è proprio il fatto di “osar” fare una critica negativa. E ritengo che non sia neanche una questione di fare critiche costruttive o meno, perché noi le critiche non le facciamo per chi fa cinema, ma per chi va al cinema. E in ogni caso, se un regista deve farsi dire da un critico cosa non funziona nel suo film forse forse non è tutto questo gran regista…

  107. Vulfran scrive:

    Sono d’accordo sul fatto che molti critici cinematografici si limitino ormai a descrivere le trame dei film, senza nemmeno provare a spiegare “cosa” sia in concreto la trama di un film. Non per fare nomi, ma non capisco che senso abbia leggere una recensione di Mereghetti, posso farmi raccontare la storia dal cassiere.
    Per quanto riguarda il politicamente corretto, non credo che abbia tanto a che fare con il poter muovere critiche. Il politicamente corretto non è nato per non irritare, bensì per non discriminare. Che poi sia sconfinato in una forma soft di censura e autocensura può darsi, però è anche vero che esistevano (esistono) persone convinte che democrazia significhi poter fare e dire tutto quel ci pare. Ricordo quando ero bambino e radio radicale dette voce senza censura alle chiamate della società civile… Per quanto riguarda fare e accettare le critiche, forse il problema è che, almeno in Italia, c’è la tendenza a personalizzare tutto, per cui capita che i commenti negativi siano sullo stile del celebre gatto morto lanciato sul palcoscenico (per umiliare) o che vengano interpretati a quel modo (ce l’hai con me!). Dinamiche da asilo, come dimostra il termine “osare” del lettore che non ha gradito il tuo giudizio sul film. Forse il problema è che tendiamo a sentirci vittime di tutto e di tutti, non so.
    Il regista che deve farsi dire da un critico cosa non funziona nel suo film può essere un incapace come può essere un regista che ha fatto il film esattamente come voleva e che il critico non ha gradito o che non è stato in grado di capire. Bisogna anche tener presente che molti critici (letterari, cinematografici, musicali…) trasformano l’analisi di un’opera in una specie di controllo qualità sulla base di categorie estetiche concepite non come strumenti di comprensione ma come semplice check list.

  108. Alberto Cassani scrive:

    Purtroppo con l’abitudine che hanno preso i giornali di far recensire i film a non critici (e a volte nemmeno giornalisti) le cose non possono che peggiorare. Se chi scrive non conosce le particolarità del linguaggio cinematografico, non si può certo pretendere che possa spiegarle al lettore…

    Sul rapporto tra regista e critico non ci siamo intesi: una cosa è sentire cosa al critico (o al pubblico, se è per questo) non è piaciuta, un’altra è farsi dire cosa non funziona. Per tornare al muratore/architetto di prima: una cosa è se il proprietario della casa dice “non mi piace il colore di quel muro, cambiamolo”, un’altra è se dice “in quel muro c’è una crepa, possibile che non l’hai vista?” Se il regista ha bisogno del critico (o di chiunque altro non suo collaboratore) per capire che l’illuminazione di una certa scena è sbagliata, che un tal dialogo è ridicolo, che il tal attore è cane, non ci siamo.

  109. Vulfran scrive:

    Per quanto riguarda la critica (non solo cinematografica), per fortuna c’è il web. Sulla carta stampata ho letto cose che noi umani.
    Le mie osservazioni sul rapporto tra regista e critico che dice cosa va e cosa non va nascevano dalla recente visione del primo film di Kim Ki-duk, “Crocodile”. A parte le scene sott’acqua, nel resto del film la fotografia è alla come viene, di buio quasi non si vede niente; un fotoamatore appassionato avrebbe fatto probabilmente di meglio. Per non parlare della musichetta sexy durante la scena di sesso consenziente, in stile filmettino “osé” francese degli anni 80. Eppure secondo me il film non è affatto male, e un critico che affermasse che la fotografia è sbagliata e la colonna sonora banalissima avrebbe ragione ma non direbbe niente. Per restare nella metafora architettonica, se un artista costruisce un muro con una crepa può essere che il suo scopo fosse proprio il muro con la crepa. Con questo non intendo dire che ogni crepa sia voluta o sia comunque artistica, dico solo che bisogna valutare da caso a caso e saper interpretare.

  110. Alberto Cassani scrive:

    Be’, ma chiaramente i nostri discorsi hanno senso solo se il critico è in grado di capire quello che vede, altrimenti è chiaro che è inutile…

    Gli appunti alle ingenuità di “Crocodile” in realtà sarebbero utili se si volesse spiegare l’evoluzione del regista nel suo rapporto col mezzo cinematografico, ma anche prese a sé stanti si possono usare per far capire che tipo di film ci si trova davanti. Chiaro che non ci si può fermare lì, ma è giusto avvertire il lettore che con determinati (enormi) difetti non è detto che il film gli possa piacere.

  111. Vulfran scrive:

    In effetti “Crocodile” era un esempio un po’ estremo, però dava l’idea di cosa intedessi dire.:-)

  112. Plissken scrive:

    Leggo solo ora il commento di Marco in calce alla discussione vulcan… vulfraniana e ribadisco come, ovviamente, mi senta tenuto a rispettare il suo punto di vista, tra l’altro così bene espresso. :-)
    Riguardo al film però non ho null’altro da aggiungere poiché non farei che sdrucciolare nella ripetizione degli stessi concetti, rischiando di istigare un eventuale lettore al suicidio.

    Interessante il piccolo dibattito inerente la critica cinematografica; è un argomento talmente complesso che se ne potrebbe discutere all’infinito; quello che personalmente ho potuto appurare è che ha importanza primaria la “sensibilità insita ed acquisita” del Critico. Essere un critico solo per definizione, come ovvero riportato dal semplice “titolo accademico”, non è sufficiente per svolgere la funzione in maniera soddisfacente. Tornando alla questione dell’architettura, (il ramo in cui lavoro) vi sono architetti che non valgono un ca**o ed altri la cui valenza è indubbia, magari laureati alla stessa facoltà.

    Vorrei porre qui un breve scritto del compianto (davvero) Claudio G. Fava, copiato ed incollato pari pari dal suo sito, in cui egli risponde alle perplessità espresse da una persona su questioni inerenti la critica cinematografica. Non so se sia opportuno farlo, casomai chiedo al Cassani di cancellare il tutto scusandomi fin da ora per l’eventuale “gaffe”.

    “…Quel che invece mi pare importante è l’interrogativo generale sulla validità della critica (in genere, non solo per quel che riguarda il cinema) che le due lettere pongono, ed anche sul rapporto non di rado difficile che il cinema stabilisce con i suoi spettatori. Il discorso dovrebbe essere preso molto alla lontana, al di là della disponibilità di spazio della rubrica. Credo tuttavia che qualche cosa vada ricordata. Una certa disparità di reazioni fra la critica ed il pubblico c’è sempre stata. Fatalmente chi vede film per passione divenuta mestiere (o per mestiere divenuto passione, vai a sapere) consciamente o inconsciamente cerca di disegnarsi con occhi e interessi diversi rispetto allo spettatore medio che il critico trova intorno al se. Il critico vede molti più film, ed è quindi portato ad un complicato gioco di raffronti, mentre i suoi interlocutori spesso tendono a costruire alcune reazioni base (giustissime, badi: mi piace, non mi piace, che poi è quel che conta) e su queste a regolarsi. Infine non sottovaluti lo snobismo, implicito o esplicito: la mia funzione è quella di giudicare, quindi di essere al di sopra delle passioni del volgo, io penso all’eternità, o comunque ad un vasto periodo, il mio respiro è ampio come l’ansito dell’Oceano mentre quello dello spettatore medio è corto e breve, come quello del Mediterraneo, sono uno specialista e quindi conosco tante cose (tecniche, storiche, psicologiche, culturali, eccetera) che forzatamente sfuggono allo spettatore medio…solo i miei pari mi possono giudicare, e neppure tutti (non parliamo di Tizio, Caio e Sempronio, che sono asini calzati e vestiti, e in più son anche antipatici…..). E’ un dibattito vecchio come il mondo, mai risolto nella storia, prendiamone atto. Ed alla prossima volta la lettera della signora P…., che, anch’essa, si lamenta della difficoltà di capire il cinema di oggi… “.

  113. Alberto Cassani scrive:

    In effetti l’analisi di Fava è corretta, il punto però è che il pubblico (o meglio: il lettore) ha smesso di riconoscere nel critico questa capacità di astrazione e di contestualizzazione, e di conseguenza ha finito per non riconoscere più l’autorevolezza stessa della critico e quindi la sua utilità. E’ una situazione anche creata dai critici stessi, che non hanno saputo col tempo capire il cambiamento del cinema, degli spettatori e dei propri lettori. Ma è una situazione aiutata anche dalla malgestione dei giornali dell’ultima ventina d’anni (almeno), che ha portato a occuparsi di cinema gente assolutamente impreparata e che ha quindi collaborato a sminuire la figura del critico agli occhi del lettore. Che poi la nuova generazione di lettori si rifiuti di accettare la “spersonalizzazione del critico” illustrata da Fava ritenendo che sia obbligatorio parlare di se stessi prima ancora che del film è un’altra questione…

  114. Vulfran scrive:

    Bello questo spin-off sulla critica cinematografica. A me la situazione sembra molto liquida, nel senso che la divisione netta tra pubblico e critica funziona a intermittenza. Esistono ormai molte persone che pur non occupandosi in maniera professionale di arte (cinema, musica, letteratura…) hanno strumenti critici solidi o abbastanza solidi, derivanti da studi e letture. Poi certo, esistono anche tanti fruitori “vecchia maniera” che considerano l’arte come mero intrattenimento e quindi non adatta all’analisi, basta un like/dislike. Forse l’errore di molti critici cinematografici “vecchia maniera” è stato quello di scrivere cose perlopiù incomprensibili, in stile tesi di dottorato parigina anni ‘70-80. Senza finire nell’atteggiamento paternalista del grande pensatore che si rivolge ai ritardati mentali, un critico qualche informazione sui parametri usati per esprimere il proprio giudizio dovrebbe comunque darla, in modo da far capire al lettore anche come funziona un film. Prima forse prevaleva l’atteggiamento dell’intellettuale sulla torre d’avorio, ora quello del critico pop che non sa di non sapere. Certo, per fortuna c’è il web, però che senso ha tenere sui giornali nazionali rubriche di cinema che non dicono niente?

  115. Vulfran scrive:

    @Plissken
    Anch’io mi ero astenuto dal commentare il commento di Marco al mio commento (), visto che ormai mi sembrava che quello che avevamo da dire l’avevamo più o meno detto e non avrei aggiunto niente di particolarmente nuovo. Poi insomma, sarò scontato ma mi sembra del tutto normale che un film a qualcuno piaccia e ad altri no. Larga la foglia stretta la via…

  116. Fabrizio scrive:

    Io però sono abbastanza convinto di una cosa: anche al cinema non tutto è opinabile senza limiti. Ci sono film che qualunque critico o analista dovrebbe giudicare meritevoli di un 7-8-9 e non di un 6-5-4, e viceversa. Ci può essere margine di giudizio (dettato dal peso assegnato da ciascuno ai vari aspetti del film, senza trascurare la diversa emotività dei singoli), ma da un certo livello in su o in giù. Se un critico (addetti ai lavori, gente esperta) giudica un certo film da 5 mentre un suo collega lo giudica da 8, uno dei due è in errore. Io ho visto critici di nome assegnare insufficienze a film che, anche a volerne enfatizzare limiti e difetti, in nessun modo potevano scendere sotto il 6. E purtroppo, talvolta certi voti derivano da ragionamenti filosofici o di concetto che poco hanno a che fare con la vera analisi cinematografica.

    Faccio un esempio stupido: “Titanic”. Può piacere di più o di meno; per qualcuno può essere un polpettone, per altri un ottimo kolossal. Ma valutato nel suo complesso, pro e contro, non ci sono proprio i presupposti per giudicarlo da 5.

  117. Plissken scrive:

    @Vulfran
    Non so se quanto ho immesso possa essere equivocato, ma ho risposto a Marco per cortesia in quanto sentitomi “interpellato”. D’accordo sulla foglia e la via.

  118. Vulfran scrive:

    @Fabrizio
    Anch’io credo che non tutto sia opinabile, però credo che il giudizio su un’opera d’arte rimanga connesso alla comprensione che abbiamo di essa. Si possono, ad esempio, dare giudizi tecnici su un film (e non intendo sminuire il termine “tecnico”) e spiegare perché nonostante i buoni parametri (sceneggiatura, fotografia, riprese, attori etc.) non lo si consideri un film meritevole di un voto particolarmente alto. L’importante è spiegare su cosa si è formato il giudizio, mentre spesso sulla carta stampata si leggono temini sull’argomento “cosa mi fa venire in mente questo film”; magari se critiche del genere fossero scritte da Proust o Borges oltre a essere dei brani di letteratura offrirebbero degli spunti critici intelligenti, ma visto che il livello rimane quello del temino, allora purtroppo rimaniamo nel campo dell’opinabile.

    p.s. Concordo, “Titanic” anche mio avviso è un bel film. L’ho visto anni dopo la sua uscita e pieno di pregiudizi: ho dovuto ricredermi, non lo considero un capolavoro, ma rimane un bel film.

  119. Vulfran scrive:

    @Plissken
    Oddio, ora anch’io mi sento equivocato! Il tuo commento mi aveva semplicemente fatto venire in mente che pure io non avevo risposto a Marco: non essendo abituato a ricevere 92 min di applausi e non volendo passare da cafone, ho spiegato perché non avevo aggiunto commenti al suo (lusinghiero) commento al mio commento. Insomma, non stiamo a equivocarci; a suo tempo abbiamo fatto un po’ di scherma, non un duello.

  120. Plissken scrive:

    Ma certo :-)

  121. RIno scrive:

    La sottile linea rossa e’ un capolavoro! Chi non apprezza un film come questo (povero lui) resta a livello delle immagini senza scendere nel significato profondo di una storia. Chi giudica negativo un affresco dell’anima come questo film di Malick manca, probabilmente, di un certo spessore emotivo e spirituale (non voglio dire culturale) che gli consenta di apprezzarne la chiave di lettura. Non vedo poi come la “lentezza”, in un mondo frenetico come il nostro, debba essere un aspetto negativo di una narrazione. Un’ultima cosa: non scordiamoci che la critica spesso va ben oltre (spesso malignamente) l’intento di un autore, cerchiamo di prendere percio’ l’opera d’arte nella sua immediatezza estetica senza pontificare sull’opera altrui, gli artisti veri non cercano consensi, vogliono solo comunicare la loro anima a chi e’ interessato ad ascoltarla.

  122. Alberto Cassani scrive:

    E’ così difficile difendere le proprie opinioni senza denigrare gli altri?

  123. Rino scrive:

    Irritante, freddo, finto – sottolineo FINTO – e prolisso : questo il giudizio espresso su “La sottile linea rossa” di Malick e poi….. mi si accusa di “denigrare”. Alquanto risentito ho risposto in maniera maldicente a chi ha fatto altrettanto (ed in maniera ben piu’ massiccia ) con uno dei miei registi preferiti. Avrei potuto argomentare a lungo il mio giudizio ma non volevo apparire troppo saccente nei confronti di una persona che, forse, di filosofia…….mastica poco.
    Senza alcun risentimento la saluto cordialmente augurandole buona visione per i prossimi “cinepanettoni”.

  124. Alberto Cassani scrive:

    C’è una bella differenza tra esprimere opinioni su un oggetto ed esprimere opinioni sulle opinioni altrui. Se poi per fare quest’ultima cosa si deve svilire l’interlocutore giudicando la sua statura emotiva e culturale, che nemmeno si conosce… ecco, questo è il modo migliore per dimostrarsi saccente. Il perché poi ci si debba risentire quando qualcuno esprime un’opinione diversa dalla nostra è cosa che proprio mi sfugge, ma è un’abitudine che lascio volentieri agli appassionati filosofi.

  125. Rino scrive:

    Non comprendo il giro di parole sulle opinioni. Dichiarare finta una persona e’ cosa certamente piu’ pesante che giudicarla non particolarmente avvezza alla filosofia, cosa tra l’altro da lei ammessa annoverando me tra i filosofi e prendendo le distanze dai pensatori (persone notoriamente pericolose e da sempre condannate). Io, ad esempio, non ho alcuna difficolta’ a giudicare interessante ed esteticamente riuscito un film di fantascenza senza addentrarmi in questioni astrofisiche nelle quali sono poco avvezzo. Non serebbe forse segno di umilta’ riconoscere le mie motivazioni ed ammettere che “La sottile linea rossa” e’, per Lei, semplicemente un film difficile?
    La filosofia e’ come la carne di agnello o il sigaro toscano: li si ama o li si odia!
    il cimena, e l’arte in generale, possono essere anche solo semplice svago, non pensi che adesso mi rigiri in mano la “Critica della ragion pura” o la “Fenomenologia dello spirito” , prendero’ l’ultimo fumetto acquistato in edicola e percio’ non mi trovera’ ad attendere la sua risposta.
    Cordialmente

  126. Alberto Cassani scrive:

    No, guardi: ha proprio sbagliato a leggere. Io non ho mai definito finto Malick, ho definito finto il film. Non ho mai espresso giudizi né opinioni su Malick persona, ma solo sul modo in cui svolge il suo lavoro e i risultati che ottiene. E non ho nemmeno annoverato lei tra i filosofi: ho scritto “agli appassionati filosofi”, non “a voi appassionati filosofi”, e l’ho fatto proprio per non includerla nel discorso. Lei invece è venuto qui e ha espresso giudizi netti su me e sugli altri detrattori del film, non sulle nostre capacità di scrittura (che è l’unica cosa che lei ha elementi per giudicare) ma sulle persone e sul loro intelletto. Adesso è più chiara la differenza? E’ più chiara la gravità del suo comportamento nei riguardi degli altri?

    La sottile linea rossa non è l’unico film filosofico della storia del cinema, e Malick non è l’inventore di questo tipo di racconto cinematografico. Quello che evidentemente a lei sfugge è che (parlo solo per me, ovviamente) si può benissimo apprezzare il cinema di Tarkovsky o Fassbinder e non quello di Malick. Il cinema di Malick non è carne di agnello: è carne di agnello cucinata in un determinato modo. Ma ovviamente lei ha già deciso che a me il film non è piaciuto perché è difficile e sono abituato ai cinepanettoni, però poi non vuole fare la figura del saccente…

    Che poi mi sfugge per quale motivo, se Malick non cercava consensi, ci si deve infiammare se non li riceve. Ma si vede che questo mio dubbio dovrà rimanere irrisolto. Fa nulla.

  127. Rino scrive:

    Temevo il suo sfogo di rabbia, percio’ ho posato il mio fumetto, ed ho letto la sua risposta subito.
    Mi spiace che abbia preso male le mie affermazioni….e si vede bene dal “cacciucco” delle sue elucubrazioni e dai refusi grammaticali (non errori) segno di una convulsa rabbia nello scrivere. Nessun problema ad essere annoverato tra i filosofi, quindi non si preoccupi. Non vado oltre per non farle subire troppo quella che Lei giudica “saccenza””. Anzi, le faro’ un…….regalino, non rispondero’ piu’ alle sue risposte cosi’ avra’, con i blogger, la soddisfazione di aver detto l’ultima parola ed aver avuto……”ragione”.
    Cordialmente

  128. Plissken scrive:

    I “filosofi” sovente vivono in un etereo limbo dal quale, “poveri noi”, smarriscono, pur nella loro elitaria magniloquenza, la pur elementare distinzione tra concetto ed implementazione.

  129. Rino scrive:

    Come vede, caro Jena, lo sfogo e la rabbia di Alberto, hanno avuto su di Lei maggior successo delle mie pacate argomentazioni………. mi dispiace aver “messo il dito nella piaga”.

  130. Rino scrive:

    Mi e’ rimasto ancora qualcosa nelle dita sulla tastiera del pc riguardo la recensione del sig. Cassani in merito a “La sottile linea rossa” di Malick. Spero, prima di tutto, Lei abbia superato la rabbia con la quale mi ha risposto nel post del 13 maggio u.s. Come estimatore del film in questione mi sono sentito offeso dalla sua recensione, scritta con tale acredine da far pensare che Lei abbia personalmente qualche conto in sospeso con il regista. Inoltre, leggendo alcuni suoi commenti, ho trovato il termine: infinocchiare! riferito a coloro ai quali il film e’ piaciuto. Sappia sig. Cassani – Lei che si e’ sentito denigrato dai miei giudizi – che dalle mie parti, in Toscana (patria della lingua italiana), questo termine e’ affibbiato a coloro che, come tonti, si fanno abbindolare dai discorsi altrui. Ci sono due termini, molto significativi, che, specialmente nel fiorentino, considerano gli “infinocchiati” come bischeri o coglioni. Bellissimo tutto questo……specialmente arrivando dal pulpito di un presunto “critico cinematografico”. Ribadisco il mio giudizio: del film di Malick Lei ha capito poco, non discuto i suoi gusti, aborro invece la sua presunzione e l’attribuire agli altri – con freudiana proiezione – i suoi difetti.

    P S.: Alcune ipotesi: si e’ mai chiesto perche’ non ha colto il profondo significato filosofico del film?……Perche’ e’ interessato piu’ alla tecnica che alla poesia? Perche’ e’ costretto a chiudere nei limiti di un genere i film che vede? Perche’ vede nel cinema solo intrattenimento e non conoscenza? Perche’ non vuole ingerenze culturali che contaminino la sua idea di cinema? In ultimo: Ben Chaplin non e’ a mio avviso la figura principale del film, il suo amore infranto e’ cosa secondaria rispetto al vero dualismo filosofico-esistenziale che gravita intorno al soldato Witt (Caviezel) e al sergente Welsh (Penn): da questo suo giudizio si vede che Lei di filosofia …….. Mastica poco, o comunque, non rientra semplicemente nei suoi interessi o nella sua sensibilita’. Sia dunque “umile” da ammetterlo. E non mi risponda, se ne ha voglia, con le solite argomentazioni che gia’ conosco o andando fuori tema con una sfuriata analitica del mio post……mi mandi a qual paese ma impari a meditare sulle opinioni altrui senza liquidare, chi non la pensa come Lei, come un povero…….bischero!

    P.S. (2) Al caro Jena, che pur non apprezzando il film non mi sembra abbia offeso nessuno, volevo suggerire un commento “filosofico” a quanto ha postato ultimamente: “La transustansazione e’ la palingenetica obliterazione dell’io-cosciente che si infutura nelle menti panestetiche di un sincretismo da sempre riconosciuto in ambito
    gnoseologico” . Mi permetto: poteva postare un concetto del genere senza senso per denigrare i filosofi senza ricorrere ai soliti “luoghi comuni” del tipo “la filosofia e’ quella scienza che con la quale o senza la quale l’uomo resta tale e quale”. Con simpatia mi attendo un………..chiamami Plissken.
    Cordialmente

  131. Francesco Binini scrive:

    Mi piace questo Rino. Mi fa tanto ridere. Prima filosofeggia, poi accusa gli altri di rabbia e acredine per concludere, piccato: “non risponderò più”. Subito dopo, ovviamente, posta una sbrodolata di post. Poi parla di “refusi grammaticali (non errori)” e poi infarcisce i suoi post di puntini di sospensione, di apostrofi al posto degli accenti di P.S. (2) e quant’altro.
    Ma la cosa più divertente è la difesa del film: siccome al signor Rino il film è piaciuto, una stroncatura non è accettabile. Sicuramente chi ha recensito il film non l’ha capito: non ci possono essere altre opinioni.

    Comunque, Rino, due annotazioni. Uno: la Toscana è sicuramente la patria della lingua italiana, ma non è detto che l’accezione che un termine ha in Toscana sia mantenuta nella lingua italiana (lingua che si è scelto per comodità di parlare qui). “Infinocchiare”, secondo Treccani, significa semplicemente “raggirare”. Non significa che il raggirato è tonto: semmai che il raggiratore è bravo nel fare il suo raggiro.
    Due: in un forum di cinema, quando si vuol dar dimostrazione di una supercazzola si usa *la* supercazzola.

  132. Rino scrive:

    Caro Francesco, sono contento di averla fatta divertire e sorridere, l’ironia, specie se proveniente da un toscano, ha sempre successo! Grazie per avermi fatto notare gli errori su apostrofi ed accenti ma non sono propriemente errori grammaticali ma errori tecnici. Mi spiego: sto scrivendo con l’I-pad di mia figlia e non conosco le impostazioni della tastiera, appartengo, purtroppo, ad una generazione non abituata a destreggiarsi bene con le apparecchiature informatiche. Spero di non aver troppo disturbato la sua sensibilita’ grammaticale, visto che si e’ divertito a fare una accurata e minuziosa analisi delle mie parole.
    Gli infinocchiati sono i raggirati, sinonimo di quanto ho detto nel mio post precedente, senza bisogno di scomodare l’illustrissima Treccani. Chi raggira (o infinocchia) pero’ non deve avere la nostra stima, non e’ mai da considerare bravo o encomiabile nel farlo. In Toscana, comunque, farsi infinocchiare significa quello che ho gia’ spiegato: essere un bischero o un coglione! E questo non puo’ non suscitare un certo risentimento. RIguardo al mio filosofeggiare non credo di aver detto niente di cosi’ profondamente filosofico, non avra’ mica preso sul serio il PS (2) a Plissken?
    Potro’ avere la liberta’ di esprimere un giudizio su un film, a mio avviso non facile, e che percio’ non credo possa essere apprezzato da tutti, non solo per motivi culturali, ma per sensibilita”, interesse, coinvolgimento emotivo o semplice gusto personale. Non capisco perche’ un giudizio come questo debba scandalizzare! A me e’ capitato spesso di apprezzare un film dopo che qualcuno, piu’ attrezzato di me, mi ha suggerito una linea interpretativa.
    Comunque, se ha letto la recensione del Cassani, converra’ con me che ha esagerato nel giudicare quasi totalmente negativo un film del genere, non stiamo mica parlando di cinepanettoni senza alcuna pretesa!!
    E’ la prima volta che partecipo ad un blog, forse, appartengo ad una generazione diversa da voi tutti che, anagraficamente, sento di percepire come miei figli.
    Ho limitato al massimo i puntini, i post scriptum e le parentesi per non suscitare fastidi alla sua sensibilita’ grammaticale, ma non ho potuto fare a meno di sbagliare apostrofi ed accenti poiche’ ancora mi e’ oscura l’impostazione sulla tastiera. MI auguro che non si senta “sbrodolato” da questo post.
    Cordialmente

  133. Francesco Binini scrive:

    È abbastanza ovvio (credo a tutti) che lei, come chiunque altro, può esprimere liberamente le sue opinioni sul film. Però un conto è arrivare e dire “Ehi, ma perché lo avete recensito così negativamente? A me La sottile linea rossa è piaciuto un casino!” e un altro è dire “Chi giudica negativo un affresco dell’anima come questo film di Malick manca, probabilmente, di un certo spessore emotivo e spirituale”, sente che c’è una certa differenza di approccio?
    Insomma: se io le dico: “Rino, dai, usa un po’ meno puntini di sospensione” è diverso da “Si vede che questo è un ignorante: i puntini di sospensione sono sempre e solo 3, lo insegnano in terza elementare!” è abbastanza diverso no?
    La recensione del Cassani l’ho letta, ma non convengo con lei. Convengo con lui. Vidi la sottile linea rossa quando uscì, al cinema e lo trovai davvero pessimo. Ma non mi chieda di argomentare oltre perché da allora non l’ho più rivisto.
    Tuttavia posso dire che è ovvio che non si stia parlando di cinepanettoni ma non basta questo per fare un film di qualità. Come scriveva Alberto: Solaris è un film “filosofico” riuscito, questo no.
    Naturalmente sono opinioni personali, che valgono tutte allo stesso modo. La cosa bella del cinema e dell’arte in generale è che si può discuterne all’infinito. Discuterne, possibilmente, in modo pacato, senza andare a tirare in ballo lo spessore emotivo, spirituale o culturale di nessuno: anche e soprattutto perché non ci conosciamo.

    Non ho preso sul serio il secondo PS a Plissken, le suggerivo solo che quando si vuol dare dimostrazione di una supercazzola non vale la pena scriverne una, quando si può usare quella originale. :-D

    P.S.: provi a tenere premuta la lettera “e” sulla tastiera per un secondo :D

  134. Rino scrive:

    Ma insomma, caro Francesco, mi sta ancora parlando di puntini e supercazzole?. Resto della mia opinione, convinto di non offendere nessuno con i miei giudizi. Possiamo pensarla diversamente dal Cassani o questo e’ un bolg di suoi adepti? Peccato mi abbia preso in antipatia, avrei preferito dialogare su concetti anziche’ vederla ……. contare i puntini. (Provi a contarli adesso devo aver fatto un’altro………” errore gravissimo” ma……. non sono forse libero di digitarne quanti me ne servono per …………… riflettere? Non siamo mica ad un concorso di scrittura?
    Cordialmente

  135. Francesco Binini scrive:

    Ok: non mi sono spiegato. Vedo di essere spiano: il problema non è l’opinione, ma come questa viene espressa. Ora penso proprio di essere stato chiaro.
    Buonanotte.

  136. Plissken scrive:

    Rino, lei dovrebbe leggere con maggiore attenzione gli altrui interventi nel dibattito: io non ho denigrato i filosofi, bensì i “filosofi”. A buon intenditor…

    Oltre a ciò faccio presente che non ho fatto altro che ribadire quanto già espresso in precedenza, sempre in riferimento alla mia personale opinione: qui non sono messe in discussione le “alte” tematiche concettuali del Malick, bensì l’implementazione che, nella specificità filmica, non risulta certamente scevra da gratuita ampollosità risultando persino irritante in più circostanze.

    Infine, le faccio presente che lei per primo, mediante un “povero lui”, ha apostrofato in maniera non certo lusinghiera chiunque abbia la sventura di avere una (pur legittima) opinione discorde dalla sua… ergo, non deve meravigliarsi se tale incipit vanifica a priori talune sue elucubrazioni in tema, per quanto argomentate mediante un certo (talvolta lezioso mi permetta) vezzo dell’eloquio.

  137. Rino scrive:

    Caro Plissken, spero mi perdonera’ le virgolette come Francesco mi perdonera’ i puntini.
    In merito al “lezioso vezzo dell’eloquio” alla “elitaria magniloquenza” e “all’etereo limbo” non le sembra di essere Lei ad elucubrare un po’ troppo leziosamente? Non mi cadra’ mica nel noto meccanismo dell’attribuzione ad altri delle sue psocopatologie quotidiane!?
    Il mio intervento sui filosofi (virgolette a parte) era proprio per ribadire con ironia, e non con vezzo, al suo post.
    Chi non apprezza il film di Malick, probabilmente, si perde qualcosa come me che, non essendo appassionato di calcio, non arriva a comprendere lo scatenarsi dei tifosi in una finale dei mondiali. Dunque, dal loro punto di vista: povero me! Ma io, non mi risento mica………
    Cordialmente

  138. Plissken scrive:

    “La sottile linea rossa e’ un capolavoro! Chi non apprezza un film come questo (povero lui) resta a livello delle immagini senza scendere nel significato profondo di una storia.”

    Parole sue Rino, che non lasciano spazio ad alcun “probabilmente”, non cerchi di arrampicarsi sugli specchi suvvia. Riguardo al meccanismo inerente le psicopatologie quotidiane, noto lo è forse a lei; io per ora “speriamo che me la cavo”.

    Per nulla risentito (ci mancherebbe…) mi congedo mediante un lezioso inchino.

    Cordialmente.

  139. Rino scrive:

    Contraccambio i saluti congedandomi, finalmente, da questo blog!

  140. Anonimo scrive:

    un film di una poetica unica.

  141. La sottile linea rossa è uno dei miei film preferiti, non sono assolutamente d’accordo con la recensione – la stroncatura – di Alberto Cassani. Posto che ognuno ha il diritto di avere la propria opinione, o anche il diritto di non avere nessuna opinione, quello che non riesce davvero a convincermi sono le motivazioni che portano il critico a disprezzare il film. Uno. La sottile linea rossa è un film letterario, con ambizioni filosofiche che escono dall’ambito strettamente cinematografico, e per questo è un film brutto. Non capisco. Due. Malick impiega bella immagini e attori noti per farci un predicozzo filosofico lento e noioso. Che cosa c’è che non va ? La filosofia non si amalgama bene con il cinena ? No, Solaris prova il contrario. E allora ? Ora non vorrei incrementare questo lunghissimo dibattito sul dibatto…

  142. Alberto Cassani scrive:

    Riccardo, se è portato avanti con rispetto e attenzione un dibattito fa sempre bene, quindi andiamo tranquillamente avanti.

    Ad ogni modo, certo che la filosofia può amalgamarsi bene con il cinema. Come qualunque altra cosa, in fondo. Ma ogni argomento lo si può sempre affrontare in mille modi diversi, e non tutti sono efficaci come si vorrebbe. Tarkovskj usava sì lo “specchio” dell’ambientazione fantascientifica, ma a conti fatti affrontava esattamente le stesse tematiche che Malick affronta di solito. Quello che differenzia i lavori dei due autori è però che mentre Tarkovskj costruiva l’aspetto prettamente cinematografico dei suoi film in modo che avessero una loro coerenza interna e una loro dignità cinematografica che andasse poi a rafforzare la riflessione filosofica, Malick tiene invece al centro del progetto la filosofia e aggiunge l’aspetto cinematografico solo ed esclusivamente in funzione di essa, lasciando l’aspetto cinematografico vero e proprio in secondo se non terzo piano.
    Forse l’ho già scritto, ma semplificando possiamo dire che Tarkovskj faceva film a tema filosofico, Malick fa filosofia sotto forma di film. Opinione mia da critico cinematografico: il cinema deve venire prima di ogni cosa, perché se manca l’efficacia cinematografica il nucleo del film cade. E’ come un libro dalla tematica importante e con riflessioni profonde ma scritto male, o un ritratto di una persona importante dipinto male. O dipinto con i colori sbagliati, se vogliamo.

    Dell’utilizzo di attori noti forse se ne era già parlato, comunque l’impressione è che (al di là della corsa di molti attori a lavorare con Malick in quello che in fondo all’epoca era un evento, vista la sua lentezza nello sviluppare i progetti) il grande numero di volti noti servisse soprattutto per dare ai personaggi un certo peso agli occhi degli spettatori: se un personaggio sconosciuto lo si vede trenta secondi, sostanzialmente “ecchissene…”; se un personaggio sconosciuto lo si vede in una scena e poi una seconda volta un’ora e mezza dopo, “ma chi è, quello?”. Avere volti noti permette invece di dare per scontato che lo spettatore presti attenzione e si ricordi del personaggio. E’ forse l’unica decisione in tutto il film che si può far ricondurre all’industria cinematografica più classica (infatti non lo so, se è davvero una scelta di Malick…), solo che è una soluzione di comodo rispetto a una costruzione più corposa dei personaggi e a una forma narrativa meno elaborata. Anche qui, a mio parere, Malick è andato nella direzione sbagliata pur partendo da una premessa giusta.

    Spero di aver chiarito questi aspetti della mia critica, al di là che come dici giustamente tu ognuno ha diritto ad avere una propria opinione, e ha il diritto di esprimere (civilmente) dissenso verso quelle degli altri.

  143. Paolo Ghibaudo scrive:

    Bisogna essere particolarmente ignoranti per scrivere delle idiozie del genere come questa recensione. Oppure non aver visto il film cosa molto più probabile.

  144. Moro scrive:

    Onestamente credo che non trovare questo film non solo meraviglioso, ma non pensare molto spesso agli spunti di riflessione che esso propone, denoti non solo grande insensibilita’ ma anche grande ignoranza . D altra parte cosa aspettarsi in un paese come il nostro ? non mi meraviglio per niente . L importante comunque e’ che ci siano persone che apprezzano ancora la Vita con la V maiuscola che possono apprezzare questi capolavoro, perche’ e’ tutto li’ il messaggio che i nudi nativi delle isole salomone vogliono trasmetterci .

  145. Alberto Cassani scrive:

    Quindi adesso non solo quelli che non sono d’accordo con noi sono ignoranti, ma se esistono è perché l’Italia è un postaccio. Sempre meglio!

  146. Moro scrive:

    Tranquillo la tua e’ una recensione super ! Io lo farei di mestiere se fossi in te e anzi mi meraviglio che tu non lavori gia’ nell ambiente ,
    saluti !

  147. Alberto Cassani scrive:

    A parte che la mia recensione non c’entra niente, e a parte il fatto che sono quindic’anni che lo faccio di mestiere e quasi 25 che sono nell’ambiente, evidentemente ti sfugge che attaccare gli altri dando loro dell’ignorante perché non la pensano come te invece di difendere le tue opinioni aegomentandole non è il modo migliore per fare la figura della persona educata e dalla spiccata sensibilità come invece ci tieni a sembrare. Ma tranquillo, sopravvivremo.

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