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Alberto Cassani, 16 Febbraio 2000: Insipido |
20th
Century Fox, 11 Febbraio 2000
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Boys
Don't Cry
di Kimberly Peirce
"Non
sono mai stata a mio agio con le cose permanenti, ma ora non voglio
che nulla cambi. Non puoi immaginare la gioia che mi porti, la mia vita
non sarà più la stessa e sarò lì se tu dovessi
chiamare, ti aiuterò a rialzarti se tu dovessi cadere perché
non mi sono mai sentita così ispirata, nessuno mai mi ha dato
di più perché sei entrato nella mia vita e hai cambiato
i miei sentimenti, nessuno potrebbe amarti di più perché
sei entrato nella mia vita e l’hai cambiata completamente. Nessuno potrebbe
prendere il tuo posto."
Kim Wilde - "You Came".
Nella
piccola cittadina di Falls City, Nebraska, arriva il giovane Brandon,
che viene ospitato da Lisa, una ragazza madre che aveva conosciuto qualche
giorno prima. Lo straniero attira subito le simpatie delle ragazze del
luogo, per quell’aria così delicata e per quel suo comportamento
così gentile. Brendon si innamora di Lana, una ragazza del gruppo,
e lei finisce per ricambiarlo, ma una multa per eccesso di velocità
porta la verità agli occhi di tutti: Brendon Teena è in
realtà Teena Brendon, una ragazza della vicina Lincoln, in crisi
di identità sessuale.
“Boys
Don’t Cry” è un film veramente strano, con una trama molto interessante
vanificata però da una sceneggiatura davvero noiosa ed una regia
per nulla ispirata. Se la prima ora di proiezione è ancora sopportabile
la seconda è del tutto inguardabile: le uniche note positive
sono un inseguimento in auto, di notte, e la canzone dei titoli di coda,
“Bluest Eyes in Texas”, con la bella voce di Nina Persson, cantante
dei Cardigans. La cosa peggiore di tutto il film, invece, è il
finale: esageratamente prolungato, con delle scene eccessive e degli
episodi assolutamente inutili. Mi si potrà obiettare che “questa
è una storia vera”, ma il fatto è che questo non è
un documentario, e la realtà non è una ragione sufficiente
per fare un film noioso.
Il
tema delle donne che si fingono uomini per poter fare delle cose che
altrimenti sarebbero loro vietate è stato affrontato spesso dalla
cinematografia orientale, ma in quei film la protagonista non riusciva
mai ad essere veramente convincente, per lo meno non nei film che ho
avuto modo di vedere: nonostante i vestiti maschili conservava ancora
la dolcezza dei lineamenti femminili, nonostante il linguaggio diverso
manteneva il comportamento tipico delle donne. Hilary Swank, la protagonista
di “Boys Don’t Cry”, riesce invece ad essere convincente, nascondendo
la propria femminilità grazie anche ai capelli cortissimi, alla
ferrea dieta cui si è sottoposta per far risaltare gli zigomi
e avere quindi un viso più mascolino, alla fascia elastica indossata
per nascondere il seno ed evidentemente alle capacità recitative
che le attrici orientali non hanno. Purtroppo i suoi sforzi sono vanificati
dal doppiaggio italiano, che le ha affibbiato una voce troppo femminile,
che non riuscirebbe a convincere un bambino. Peccato, perché
se la Swank ha vinto il Golden Globe ed ha ottenuto una Nomination all’Oscar
vuol dire che era riuscita ad essere convincente anche sotto questo
aspetto. In effetti nell'unica, breve, scena che ho potuto vedere in
lingua originale la sua voce aveva un tono sufficentemente profondo,
anche se a tratti sembrava un po' finta, impostata. Sul fatto che la
critica abbia apprezzato il film nel suo insieme preferisco stendere
il pietoso velo...
La
Nomination all’Oscar, come Attrice non protagonista, l’ha ottenuta anche
Chloë Sevigny, grazie alla sua interpretazione di Lana, fidanzata
di “Brendon”. Chloë non è un’attrice che mi piace particolarmente,
senza contare che la vedo sempre in film davvero scarsi (“KIDS”,
“Last days of the disco”), ma le do atto di
saper interpretare ruoli molti diversi tra loro. Oltre alla scelta delle
voci, però, il doppiaggio finisce per appiattire anche i dialoghi,
perché mi sembra dovessero essere pieni di espressioni tipiche
statunitensi che non in italiano risultano intraducibili. Perfettamente
traducibile, invece, era il titolo del film. In effetti non c’è
nessun motivo per non averlo tradotto.
La
regista Kimberly Peirce era alla sua prima prova, dopo aver diretto
un documentario su questa stessa storia, “The Brendon Teena Story”.
Per realizzare questo progetto si è affidata a Christine Vachon,
che continua a produrre film interessanti sulla carta, molto coraggiosi
(provocatori?) ma anche, nella realizzazione filmica, molto brutti;
come lo stesso “Kids” e “Happiness”. Sarebbe
forse ora che si decida a lavorare con qualcuno magari meno coraggioso
di lei ma un po’ più abile dal punto di vista squisitamente cinematografico.
Se ciò non dovesse succedere possiamo aspettarci un’altra porcata,
quando uscirà il suo prossimo film.
Anche
Joe Luis aveva le mani piccole.
Titolo:
Boys Don't Cry (Id.)
Regia:
Kimberly Peirce
Sceneggiatura:
Kimberly Peirce, Andy Bienen
Fotografia:
Jim Denault
Interpreti:
Hilary Swank, Chloë Sevigny, Peter Sarsgaard, Brendan Sexton III,
Jeanetta Arnette, Alicia Goranson, Alison Folland, Rob Campbell, Matt
McGrath, Cheyenne Rushing, Robert Prentiss, Josh Ridgway, Craig Erickson,
Stephanie Sechrist, Jerry Haynes, Lou Perry, Lisa Renee Wilson, Jackson
Kane, Joseph Gibson, Michael Tripp
Nazionalità:
USA, 1999
Durata:
1h. 54'
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