Hotel
Rwanda
Incontro
con Terry George
e
Paul Rusesabagina
a cura di Alberto Cassani
Monsieur
Paul, all'inizio
del film si ha quasi l'impressione che la situazione reale del paese,
in fondo, le importasse poco. Lei teneva alla sua famiglia, e non voleva
occuparsi dei problemi degli altri...
Paul Rusesabagina: E' vero. All'inizio
mi preoccupavo soprattutto per la mia famiglia, non mi importava quello
che avveniva intorno a noi. Credo di essere stato molto ingenuo, perché
non mi rendevo conto di cosa stesse accadendo. Per lo meno fino alla
mattina del 7 Aprile 1994, il primo giorno del genocidio, quando vidi
alcuni miei vicini di casa indossare delle uniformi, armarsi di pistola
ed uccidere altri nostri vicini. Quello fu il momento in cui capii cosa
davvero stava succedendo, e iniziai subito ad accogliere i nostri vicini
in casa nostra. Tre giorni dopo stavo nascondendo 26 persone, così
dovetti portarli nell'albergo.
Una
domanda al regista Terry George: come e quando ha conosciuto la storia
di Paul Ruresabagina?
Terry
George: Nel 2000 stavo scrivendo un film sulla guerra civile
della Liberia perché pensavo che Hollywood avesse sempre voluto
evitare di trattare la complessa situazione africana. Quello script
era sostanzialmente un film di guerra, e durante quel lavoro Keir Pearson
mi ha proposto l'idea di raccontare la storia di Paul. Sono andato a
Bruxelles per incontrarlo e poi ci siamo trasferiti a New York, dove
siamo rimasti per cinque giorni nel mio appartamento a parlare di quanto
gli era successo. Lì ho capito che quello
era il film che dovevo fare, perché poteva essere sviluppato
su più piani. Da un lato c'era la storia politica del Ruanda,
dall'altro c'era il bellissimo rapporto tra Paul e la sua famiglia e
da un altro lato ancora gli eventi che si svolgevano all'interno dell'Hotel
ci davano la possibilità di costruire il
film come fosse un thriller, perché appena una cosa
sembrava risolta un'altra si complicava e si ripresentava una situazione
di emergenza. Sarrebbe stata chiaramente una pellicola dalle molte potenzialità,
sia a livello filmico che a livello di messaggio politico, ma le difficoltà
nel reperire i finanziamenti sono state molte. Tutti gli Studios
di Hollywood ci dicevano che la sceneggiatura che io e Keir avevamo
scritto era molto bella ma non gli interessava. A quel punto abbiamo
deciso di finanziare il film in maniera indipendente.
Nei
suoi lavori precedenti lei ha sempre cercato di trasmettere messaggi
ben precisi, sia con la sceneggiatura di "Nel nome del Padre"
che con la regia di "Una scelta d'amore". Crede che questo
film sia sufficiente per trasmettere un messaggio forte su questo argomento?
Terry
George: Secondo me la forma più forte della narrazione
cinematografica è prendere un evento politico e trovare un soggetto
che possa farci da guida, che possa diventare gli occhi e le orecchie
del pubblico e guidarlo davvero all'interno di questo evento.
In questo caso il personaggio di Paul è l'esempio perfetto di
questa tecnica, perché fa capire agli spettatori che non si tratta
di una guerra tra due tribù di selvaggi ma di una situazione
politica estremamente complessa e ci mostra come un normale essere umano
possa scavare dentro se stesso e trovare il coraggio morale di ribellarsi
a quella situazione. Poi, politicamente volevo che tutto l'Occidente
provasse vergogna per come abbiamo lasciato che quelle persone fronteggiassero
un orrore simile, qualcosa che avremmo potuto fermare molto facilmente
perché c'era già un contingente militare in Ruanda. Negli
Stati Uniti il film ha suscitato reazioni molto forti, e questo ci permette
anche di collegare la situazione del Ruanda di dieci anni fa con quella
attuale del Sudan e richiamare l'attenzione sulla realtà di quel
paese.
Qual
è stato il motivo che l'ha portata a non rappresentare in maniera
grafica gli atti di violenza più cruda?
Terry George: Ci sono essenzialmente
due ragioni. Innanzi tutto ero convinto di poter essere più efficace
nel creare la suspense necessaria e nel far riflettere gli spettatori
sulle implicazioni della violenza in
questo modo che non mostrando di più. Questo anche per via della
natura della violenza utilizzata nel corso del genocidio: la maggior
parte delle persone è stata uccisa con i macete, e l'unica scena
che mi viene in mente che propone una cosa simile è la macellazione
del bufalo in "Apocalypse Now". Il
secondo motivo è che volevo che il film
potesse arrivare anche ai ragazzi dei licei e delle università
e a tutti coloro i quali sarebbero stati allontanati da un divieto della
censura. Negli Stati Uniti, la combinazione della parola "Rwanda"
nel titolo con un divieto ai minori avrebbe tenuto lontano il pubblico.
Durante
il genocidio in Ruanda molte donne sono state violentate, come viene
brevemente accennato nel corso del film. Qual è la loro situazione
attuale?
Paul
Rusesabagina: Il genocidio ruandese del 1994 ha lasciato
un milione di morti, mezzo milione di orfani e molte donne violentate.
Alcune di queste hanno contratto l'AIDS, molte hanno avuto delle gravidanze
indesiderate a causa di quegli stupri. E questi bambini innocenti non
conosceranno mai i loro padri, mentre le loro madri si rifiutano di
riconoscerli. Noi stiamo cercando di aiutarli, per quanto possibile:
ho creato una Fondazione, che ha un suo sito
internet, per cercare di aiutarli a studiare. Se non vanno a scuola,
se non imparano nulla, finiranno per diventare teppisti da strada. Adesso
hanno poco più di dieci anni, vuol dire che tra due anni dovrebbero
andare alle scuole medie. Se non li aiutiamo finiranno per essere un'altra
generazione perduta. Dobbiamo farli andare a scuola e far avere loro
un futuro migliore, perché loro sono quelli che guideranno il
paese nei prossimi anni.
Terry George: Per quanto mi riguarda,
queste donne e questi bambini sono un esempio particolarmente forte
di quello che sta succedendo in giro per tutta l'Africa, soprattutto
per quanto riguarda l'AIDS. Io credo che l'evento principale che ci
può far capire quanto l'Occidente sia ipocrita sia stata la risposta
al disastro dello Tsunami. L'Occidente ha raccolto 5 miliardi di dollari
e molti governi hanno portato aiuti diretti al sud-est asiatico grazie
alle loro navi e ai loro aerei, mettendo così in moto tutte le
ricostruzioni che stanno avendo luogo su quelle coste. Se anche solo
una di quelle navi fosse ancorata vicino alle coste del Sudan avremmmo
fatto un enorme passo avanti per risolvere la situazione a Darifur,
se alcuni di quei soldi fossero stati investiti nel Ruanda o se alcune
di quelle forze fossero state mandate in Congo avremmo visto una situazione
molto diversa. Secondo me tutto questo si può definire come un
"razzismo istituzionale" di noi occidentali, che abbiamo la
convinzione che la vita in Africa valga meno che nel resto del mondo.
Durante la lavorazione di questo film abbiamo eleborato una formula
matematica secondo cui 18 soldati statunitensi e 10 soldati belgi valgono
più di un milione di ruandesi. Perché questo è
quello che è successo, ed è per questo che metà
della popolazione ruandese crescerà orfana o malata.
"Dietro"
al film sembra esserci un'importante problematica,
il colonialismo. Sono stati i coloni belgi a creare la divisione tra
Hutu e Tutsi, ma anche nel resto dell'Africa il colonialismo ha fatto
dei danni notevoli. Probabilmente nel voler aiutare il resto del mondo
ma non l'Africa c'è anche la volontà di nascondere le
colpe di noi europei nella gestione dell'Africa...
Terry
George: Buona parte del benessere del continente europeo
deriva dallo sfruttamento dell'Africa operato dai coloni negli ultimi
due secoli, e sicuramente l'attuale situazione economica degli Stati
Uniti è stata costruita sulle spalle degli schiavi africani.
Non c'è dubbio che il mondo occidentale abbia un enorme debito
nei confronti dell'Africa, e credo sia giusto che quanto è stato
portato via dall'Africa le sia restituito. A mio parere il cinema dovrebbe
provare a stimolare il pensiero politico così come l'emotività
del pubblico. In questo caso era mia intenzione spiegare il ruolo dei
belgi nella creazione di questa forma di apartheid, attraverso
la creazione di un'aristocrazia Tutsi e una classe proletaria Hutu indicata
nelle carte d'identità. E dopo aver creato animosità tra
i due gruppi, hanno abbandonato il Paese senza tentare alcuna riconciliazione.
In effetti, il cinema dovrebbe occuparsi di più dell'Africa,
perché secondo me l'Africa è il Medio Oriente che sta
per succedere. Immaginate se Nelson Mandela fosse stata una forza del
Male invece che del Bene, se fosse stato un altro Osama bin Laden. Pensate
alla quantità di odio che avrebbe potuto liberare per tutte le
persone che sono morte, pensate alla rabbia che avrebbe potuto incanalare
contro l'Occidente... Questo bisognerebbe provare a spiegarlo, nel cinema.
Cosa
ne pensa di ciò che è stato fatto dalle Nazioni Unite
con la Corte Internazionale, nel tentativo di fare Giustizia?
Paul Rusesabagina: Credo che quanto
è stato fatto finora dalle Forze Internazionali sia stato molto
poco efficace, anche per quanto riguarda l'operato della Corte Internazionale.
Negli ultimi dieci anni sono state processate soltanto 25 persone, e
il costo totale di questi processi ammonta ad un miliardo di dollari!
Anche quanto è stato fatto internamente al paese non è
proporzionale ai fatti avvenuti nel 1994, se pensate che la maggior
parte delle persone arrestate per quello che hanno fatto durante il
genocidio non è stata ancora processata. Devo dire che Giustizia
non è stata ancora fatta.
E'
più tornato in Ruanda, dopo il 1994?
Paul Rusesabagina: Sì, ci
sono tornato due volte dopo il 2003. La prima volta ci sono tornato
nel febbraio di due anni fa insieme con Terry, quasi come fossi un suo
bagaglio... Sono stato molto colpito dall'accoglienza che mi è
stata riservata: un sacco di persone sono venute a salutarmi all'aeroporto,
molti piangevano, molti mi hanno abbracciato... Mi sono emozionato moltissimo.
Ma nei giorni successivi abbiamo girato per il Paese, siamo andati a
vedere le aree delle colline nelle quali ero cresciuto e le zone rurali,
e mi sono reso conto che tutti i progetti di sviluppo che c'erano prima
del genocidio erano andati completamente distrutti e che la gente era
ancora spaventata. La ricostruzione di cui il popolo ruandese ha bisogno
è sul tavolo dei negoziati: bisogna mettere gli Hutu e i Tutsi
attorno ad un tavolo e farli discutere fino ad arrivare ad un trattato
di pace. Un trattato che era già stato firmato il 4 Agosto del
1993 in Tanzania, ma che un anno dopo nessuno ricordava più.
Oggi abbiamo cambiato i ballerini, ma la musica è sempre la stessa.
Verso
la fine del film, il protagonista ha uno scontro verbale con il Generale
dell'esercito ruandese perché vuole tornare a tutti i costi dalla
propria famiglia. Quel dialogo è accaduto veramente? E possibile
che in situazioni simili, le persone pensino a cosa potrebbe succedere
loro alla fine di tutto, alla possibilità di venir condannata
per crimini contro l'Umanità?
Paul
Rusesabagina: Quel dialogo tra me e il Generale è
avvenuto il 17 Giugno 1994, e quella che avete visto è una cronaca
fedele di ciò che è davvero accaduto anche se la successione
degli eventi è diversa. La milizia Hutu stava uccidendo i rifugiati
che si nascondevano nelle Chiese, e sapevo che sarebbero presto arrivati
all'Hotel des Mille Collines per uccidere tutti quelli che ci stavano
dentro. Chiesi al Colonnello Renzaze qualche soldato come protezione
per l'albergo, ma lui rispose che i suoi soldati erano tutti impegnati
in combattimento, che quei pochi che non stavano combattendo dovevano
rimanere a guardia dei palazzi degli ufficiali. Allora io gli dissi:
"Amico, un giorno io e te dovremo fare i conti con la Storia. Quando
tutto questo sarà finito - perché finirà - come
spiegerai la risposta che mi hai appena dato?". Tornammo al Mille
Collines con il Generale Bizimungo e lì tutto accadde esattamente
come avete visto: il Generale girò tutto l'albergo per assicurarsi
che non venisse fatto del male a nessuno. Ricordo che disse ad una delle
sue guardie del corpo "se qualcuno della milizia uccide un civile,
io uccido lui".
Il
personaggio di Gregoire è un'invenzione o è esistito davvero?
Terry George: C'erano diversi Hutu
che lavoravano all'albergo e che decisero di occupare le stanze migliori
e bersi tutto lo champagne, poi iniziarono a passare informazioni riguardo
gli ospiti dell'albergo all'esercito e alla milizia. In particolare,
la scena del convoglio di camion con Tatiana che viene evacuata è
fedele passo per passo alla realtà, con gli informatori che avvisarono
la radio e la radio che comunicò il percorso del convoglio. Riuscirono
a fuggire solo perché un membro della milizia sparò accidentalmente
ad un soldato Hutu. Quello scenario è estramemente simile alla
realtà, come lo è la maggior parte degli eventi che avvengono
all'interno dell'Hotel. I cambiamenti maggiori riguardano i personaggi
occidentali, che sono tutti la fusione di più personaggi reali.
L'unico vero cambiamento si trova nella scena in cui Paul va a comprare
i viveri dal capo della milizia e ritornando all'albergo vede tutti
quei cadaveri stesi in mezzo alla strada: quella cosa è accaduta
molto dopo ma ho dovuto anticiparla per fare in modo che il pubblico
capisse cosa stava succedendo, perché capisse cosa davvero fose
quel genocidio.
Come
si è sentito quando ha visto il film?
Paul
Rusesabagina: E' dal 1994, da subito dopo il genocidio, che
i giornalisti e gli scrittori vanno in Ruanda per poter testimoniare
quello che in realtà non hanno visto. Tutti si sorprendono di
scoprire che al Mille Collines si nascondevano più di 1.200 persone
e nessuno andava a prenderle, nessuno cercava di ucciderle. Tutti i
libri che sono usciti a proposito del genocidio parlano dell'Hotel des
Mille Collines, così era naturale che prima o poi ci si sarebbe
fatto un film. All'inizio fui contattato da diversi documentaristi e
da altri registi, ma non si riusciva mai a mettersi d'accordo. Però
continuavo a parlare della mia esperienza, a raccontare cosa mi era
successo, e per me è stata una specie di terapia. Così,
quando il film è uscito io ero in realtà
già abituato a trattare l'argomento, eppure... penso di averlo
visto un centinaio di volte, ormai, e ogni volta riesce a riaprire le
mie ferite...
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