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Bittersweet Movies: il cinema di Dušan Makavejev

2 maggio 2005 0 Commenti

Nato nel 1932 a Belgrado, Dušan Makavejev è stato per tutta la sua carriera un grande cantore della sua Jugoslavia. L’ha fatto con ironia e senza paura, e ne ha pagato le conseguenze…


È facile pensare ad Emir Kusturica se ci si chiede quale sia il regista cinematografico più importante di quella che una volta era la Jugoslavia. In realtà, c’è un regista molto meno noto che ha però saputo ritrarre ancora meglio di lui il proprio paese ed il suo popolo, con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, contraddistinguendo le proprie pellicole con uno spirito satirico non da poco ed un’originalità ancora ineguagliata; ironizzando con splendida lucidità sulla Guerra Fredda e sulla sua fine. E ne ha pagato le conseguenze.

Dusan Makavejev è nato il 13 ottobre del 1932 in una strada di Belgrado intitolata ad un importante Re della Serbia del XII secolo e in cui all’epoca si trovavano le ambasciate sovietica e cinese. Durante la Seconda Guerra Mondiale, però, in quella stessa via fu stabilito il Quartier Generale delle armate Naziste nel sud-est Europa, al cui comando c’era Kurt Waldheim. Ma quella era una condizione cui la città di Belgrado era abituata, avendo nella sua storia attraversato ben trenta guerre. «I film ci fanno da punto di riferimento, ci offrono una scappatoia dalle cose della vita che non riusciamo a capire. Ci svelano le soluzioni, o ci offrono un commento su ciò che succede intorno a noi». E Makavejev ha potuto crescere in tempo di guerra in compagnia di film e cartoni animati grazie anche alla cineteca di Belgrado, avvicinandosi poi al cinema professionale girando cortometraggi e occupandosi di critica mentre studia psicologia all’università.

Negli anni Cinquanta, a seguito della nuova legge antitrust promulgata negli Stati Uniti, gli Studios hollywoodiani iniziano a girare film in Europa per contenere i costi, facendo così la fortuna di produttori come Dino de Laurentiis. Fu in questa curiosa situazione che Makavejev dirige i suoi primi lungometraggi, Man is Not a Bird (1965) e Un affare di cuore (1967). Si tratta di due pellicole dal canovaccio classico, drammi sentimentali piuttosto neri girati con due lire. Il suo stile è già dagli esordi estremamente particolare: risente fortemente dell’influenza del cinema underground, si basa sulla giustapposizione di concetti più che sulla sequenza di immagini. Il suo beffardo senso dell’umorismo fa da perfetto contorno alla visione che Makavejev propone della politica comunista, un tema ricorrente in tutto il suo cinema.

Dopo aver realizzato il curioso Verginità indifesa (1968) – in cui mescola sequenze del primo film sonoro jugoslavo con cinegiornali d’epoca e interviste moderne agli attori per realizzare qualcosa di nuovo – nel 1971 gira WR: Mysteries of the Organism, un quasi-documentario su Wilhelm Reich – lo scienziato che tentò di misurare col metodo empirico l’energia sessuale e finì per essere perseguitato da Hitler, Stalin e dal senatore McCarthy – e su alcuni personaggi che mettono in pratica le sue teorie. Utilizzando il materiale filmico come metafora del rapporto tra la Jugoslavia e l’Unione Sovietica e facendo fare allo Stalinismo la figura di una repressione sessuale di stampo freudiano, Makavejev si attira gli strali della censura. Il film viene bandito in Jugoslavia e il regista pubblica un libro di 500 pagine in difesa della sua opera, ma anch’esso viene bloccato e Makavejev è costretto a lasciare il paese e riparare a Parigi.
Il suo film successivo, Sweet Movie (1974), è una coproduzione internazionale finanziata da soldi pubblici ed esce nel nostro paese con l’adattamento di Pierpaolo Pasolini, che fu capace di evitare che la pellicola fosse censurata. Sweet Movie, che prosegue stilisticamente la strada tracciata da WR, è un film genialoide ma un po’ confusionario, e Makavejev passa i successivi sette anni senza riuscire a trovare un produttore per il suo nuovo progetto, partecipando solo al film collettivo Wet Dreams – Sogni Bagnati (1975) insieme con gente come Nicholas Ray e Lasse Braun. Non solo le sue tematiche classiche spaventavano i possibili finanziatori, ma il suo metodo di lavoro non era esattamente ortodosso. «La sceneggiatura è un approccio verbale ad un mondo visuale. Potenzialmente un film ha tutto un universo visivo da offrire, se lo costringi nella pagina scritta ciò che ottieni sono solo un centinaio di pagine di dialogo senza alcuna potenza visiva».

Negli anni Ottanta il suo cinema si fa forzatamente più banale, mentre Makavejev gira il mondo alla ricerca di produttori che vogliano ascoltarlo. Montenegro Tango (1981) è beffardo come lo erano le sue opere d’esordio ma dotato di ben pochi tocchi di genio; Coca-Cola Kid è un piatto film commerciale di cui Greta Scacchi è l’unica virtù; Manifesto è una confusa versione filmica del racconto Per una notte d’amore di Zola. È solo con la caduta del Muro di Berlino che Makavejev sembra ritornare al vecchio stile, anche se non del tutto volutamente.

Proprio mentre stava preparando un film sul Muro, prodotto dal governo della Germania Ovest e dalla Tv pubblica jugoslava, il Muro cade. Makavejev cambia allora completamente la storia, ma mentre si trova per la prima volta a lavorare nel proprio paese dopo l’esilio scoppia la guerra civile ed è costretto a lasciare nuovamente la Jugoslavia. Porta a termine il film a Berlino, con meno soldi del previsto e girando molte scene per strada, quasi si trattasse di un documentario o di una pellicola del neorealismo italiano. In sala montaggio, ci aggiunge alcuni spezzoni del film sovietico La Caduta di Berlino costruendo così il passato del suo protagonista (i protagonisti del film di Chiaureli sono i genitori del suo personaggio) e rendendo questo Il gorilla fa il bagno a mezzanotte ancor più complesso delle previsioni, viste le diverse citazioni in esso contenute al Trionfo della Volontà di Leni Riefenstahl. Una pellicola, insomma, che mescola influenze staliniste come hitleriane. Perfetto sunto della filosofia di un regista capace di farsi beffe del comunismo come del capitalismo, e che proprio per questo tutti hanno tentato più volte di zittire. Un regista che ha poi realizzato anche una sorta di autobiografia filmica con l’interessante documentario A Hole in the Soul (1994). Un regista che per tutta la sua carriera «ha raccontato storie alla Brecht con lo stile di Godard».


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