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"Cella 211": incontro con Jorge Guerricaechevarría e Luis Tosar

14 aprile 2010 Interviste 2 Commenti
Cella 211

Milano, 14 Aprile 2010

In occasione dell’uscita italiana della pellicola, lo sceneggiatore Jorge Guerricaechevarría e il protagonista Luis Tosar hanno incontrato la stampa prima milanese e poi romana per raccontare la genesi e la realizzazione del film vincitore di 8 premi Goya…


Luis Tosar, il regista Daniel Monzón e Alberto Ammann sul set di Cella 211Nonostante questo sarà ricordato soprattutto come l’anno di Avatar, in realtà i film migliori che abbiamo potuto vedere sono produzioni relativamente piccole, che non dev’essere certo stato facile realizzare. Qual è la storia dietro la realizzaizone di Cella 211?
Jorge Guerricaechevarría: Esistono film belli che costano poco e film belli che costano tantissimo, ma per girare un film devi correre dei rischi e se il budget è alto i produttori vogliono essere sicuri di quali rischi stanno correndo. Adesso che il film è finito è chiaro quali erano le nostre intenzioni, ma quando era solo un progetto su carta non è stato facile trovare qualcuno interessato a finanziarlo, com’è normale quando si vuole parlare di un argomento non proprio carino come le carceri: film come questo parlano della società, perché il noir è un ottimo veicolo per raccontare e criticare la società e il mondo. Penso che uno dei meriti più grandi del regista Carlos Monzón sia proprio quello di essere riuscito a girare un film così valido con un budget davvero minimo.

Il  direttore della fotografia Carles Gusi, il regista Daniel Monzón e Luis  Tosar sul set di Cella 211Quello che arriva a noi dal vostro film è che nel mondo delle prigioni, ma non solo, i confini tra chi è violento e chi non lo è sono molto labili, e i ruoli possono facilmente invertirsi. In Spagna, la società civile e le istituzioni come hanno reagito a questo messaggio?
Jorge Guerricaechevarría: In effetti le carceri sono un mondo in cui la violenza è una costante, popolato da gente che per la maggior parte è stata rinchiusa per atti violenti, gente che usa la violenza come arma. E’ un mondo con un equlibrio molto complesso e in cui il livello di violenza è una questione molto delicata, un livello che può essere superato molto facilmente. Quello che abbiamo notato parlando con i carcerati quando stavamo preparando il film, è che sono costantemente sotto il giogo di un’autorità, perché devono chiedere il permesso anche solo per poter attraversare una porta, e questa sottomissione finisce per sottolineare ancora di più la loro condizione di carcerato. Ci siamo anche resi conto che la situazione delle carceri negli ultimi tempi è migliorata ma ci sono ancora delle situazioni terribili, specie riguardo i malati: alcuni detenuti sono considerati immondizia che dev’essere allontanata per non sentirne il cattivo odore… Per quanto riguarda invece la reazione delle autorità spagnole, in realtà non ce n’è stata una riguardo questo aspetto del film. Quello che ha davvero fatto parlare è stato l’utilizzo all’interno della storia di alcuni prigionieri appartenenti all’ETA, che in Spagna è stata per molti anni una sorta di tabù: è un grosso problema della nostra società, ma abbiamo sempre preferito non parlarne, far finta di niente.

Proprio la contrapposizione che viene presentata tra i prigionieri “normali” e quelli politici appartenenti all’ETA è abbastanza sorprendente, per lo meno per noi che non siamo spagnoli…
Jorge Guerricaechevarría: I detenuti politici in Spagna – ma immagino anche in Italia ai tempi della Brigate Rosse – sono sempre un mondo a parte, all’interno del carcere. Soprattutto, sanno di avere alle spalle la protezione di un’organizzazione che risponderà a qualunque cosa possa capitare loro. Formano una microsocietà all’interno della società carceraria, così come succede nel mondo esterno: organizzano un gruppo all’interno del mondo, ma in qualche modo esterno al resto del mondo. Questa, comunque, è un’idea già presente nel romanzo da cui abbiamo tratto il film, e penso sia una delle idee che rendono davvero interessante il progetto: cosa succederebbe se i prigionieri comuni prendessero in ostaggio i prigionieri politici, che sono gli unici che davvero interessano ai mezzi di comunicazione?

Luis  Tosar mentre si gira una scena di Cella 211Il vostro film è fedele al romanzo di Francisco Pérez Gandul da cui è tratto o aggiunge e toglie qualcosa di particolare?
Jorge Guerricaechevarría: Credo che il film sia molto fedele al libro, ma per poterlo essere abbiamo dovuto inventare molte cose. Dovevamo riprodurre lo stile di racconto del romanzo utilizzando il linguaggio cinematografico. Il problema è che questo è un bel libro, è un gran libro, scritto con un linguaggio molto particolare che funziona molto bene su carta ma che non sarebbe stato possibile riprodurre sul grande schermo. Abbiamo dovuto scomporre la storia e rimetterla insieme come fosse un puzzle, togliendo alcuni particolari ed inventandone degli altri per poterne ricostruire la figura. E credo che questo sia l’unico modo in cui si può adattare per il cinema una storia letteraria: bisogna appropriarsi del materiale, riordinarlo e convertirlo in qualcos’altro, altrimenti ciò che ne esce è una semplice riproduzione. In molti casi, gli adattamenti fedeli in maniera più letterale al libro sono proprio quelli che risultano peggiori: se ti attieni troppo al testo, se hai paura di fare dei cambiamenti, il risultato non potrà mai essere valido.

Alberto  Ammann con il regista Daniel Monzón sul set di Cella 211Malamadre è un personaggio violento ma anche immensamente profondo, persino ironico. Come l’ha affontato?
Luis Tosar: In realtà è stato molto facile interpretare Malamadre, perché era scritto davvero molto bene, e questo per un attore è un regalo. Le difficoltà nascono quando i personaggi sono poco chiari e si somigliano troppo tra loro, perché allora bisogna lavorare per crearne la personalità e differenziarli gli uni dagli altri. In questo caso, invece, Malamadre era un personaggio molto molto ben scritto e di conseguenza il mio lavoro è stato molto facilitato, la metà del lavoro era già stato fatto sulla carta. Poi è chiaro che bisogna comunque metterci qualcosa, e qui la fortuna è stata che Daniel Monzón è un ottimo regista ma anche è un pazzo furioso. Bravissima persona, ma completamente pazzo… E’ uno dei pochissimi registi, non solo in Spagna ma penso in tutto il mondo, che accettano tutto quello che gli dai. Ovviamente poi devi discutere con lui di ciò che stai facendo, ma a priori accetta sempre qualunque cosa gli si proponga e ti lascia creare il personaggio in totale liberà. Io così lavoro molto meglio, e in questo caso  mi trovavo con un personaggio che si prestava a un certo tipo di interpretazione. Negli ultimi miei film avevo interpretato personaggi che interiorizzano molto, che quindi mi hanno permesso solo un certo tipo di lavoro. Io e i registi con cui lavoro abbiamo sempre dipinto personaggi che si trovano al margine della società ma che però puoi incontrare per la strada; Malamadre non è diverso ma mi ha dato la possibilità di lavorare anche sull’aspetto esteriore del personaggio, sulla sua gestualità. Poi c’è comunque un lavoro interiore forte, perché ha una sua morale molto particolare, ma è un personaggio che si prestava allo show, che dava la possibilità di recitare divertendosi. Credo che questo gli spettatori lo avvertano, e spero che si divertano anche loro.

Dove sono state effettuate le riprese?
Luis Tosar: Abbiamo girato nella prigione di Zamora, all’interno di un braccio che è inutilizzato da ormai 12 anni, mentre il resto del carcere è utilizzato soprattutto per prigionieri che escono di giorno ma rientrano in prigione per la notte. E’ stato un lavoro molto duro: ci sono voluti 4 mesi per preparare i luoghi alle riprese e 9 settimane per girare. Molti dei personaggi secondari che appaiono nel corso del film sono interpretati da veri carcerati; alcuni stavano finendo di scontare la propria pena, altri erano ex carcerati, non solo della prigione dove stavamo girando ma anche di altre carceri. C’erano sia attori professionisti sia non professionisti, nel cast, e i due gruppi si sono talmente amalgamati che alla fine delle riprese era impossibile dire chi avesse la faccia peggiore…

Luis Tosar e Carlos Bardem con il regista Daniel Monzón sul set di Cella 211Che tipo di interazione si è venuta a creare tra gli attori e i veri carcerati e carcerieri con cui avete lavorato?
Jorge Guerricaechevarría: Essendo partiti da un romanzo dovevamo avere le idee molto chiare su ciò che avremmo dovuto fare, così abbiamo visitato molte prigioni e parlato con molti carcerati e molti agenti per riuscire a costruire dei personaggi che fossero credibili all’interno di una storia così folle ed estrema,  e abbiamo trovato anche un carcerato con una storia molto simile a quella di Malamadre, che stava in carcere da vent’anni e che aveva passato più tempo in carcere che fuori, che è stato fondamentale nel preparare il personaggio. Invece, per quanto riguarda i carcerieri non ci siamo basati molto su ciò che abbiamo visto. La cosa curiosa è che in Spagna, quando è finita la dittatura di Francisco Franco, è stato firmato un patto con cui si azzerava il passato, in modo da permettere alle persone che aveva appoggiato il regime franchista di convivere con le persone che invece avevano fatto la resistenza. Le carceri, anche in questo sono un po’ il riflesso della società: ci sono carcerieri della “vecchia scuola” – che hanno la mano pesante, che in passato hanno torturato la gente e sono stati condannati per queste torture – che si trovano a lavorare fianco a fianco con persone cresciute nel periodo della Democrazia e che quindi hanno una concezione del carcere totalmente diverso. Nel film abbiamo cercato di inserire entrambi questi tipi di carceriere, di farli convivere come succede nella realtà.


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  1. […] Guarda Originale:  CineFile » “Cella 211″: incontro con Jorge Guerricaechevarría e … […]

  2. […] visitano anche Milano oltre che Roma. Di recente è capitato con cast e troupe dello spagnolo Cella 211, ma personalmente non ricordo di aver mai visto star di Hollywood all’ombra della Madonnina. […]

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