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"Disastro a Hollywood" di Barry Levinson

9 aprile 2009 Recensioni 13 Commenti
Disastro a Hollywood

Medusa, 17 Aprile 2009 – Ozioso

Un produttore cinematografico ha diversi problemi da affrontare: un film in uscita che si prospetta un flop colossale anche per colpa del suo regista, un alterco con Bruce Willis che non vuole tagliarsi la barba per il suo nuovo film, il rapporto con l’ex moglie di cui è ancora è geloso…


Catherine Keener e Robert De Niro in Disastro a HollywoodIl cinema nel cinema è un’interessante pratica narrativa e metalinguistica – come il teatro nel teatro o la letteratura nella letteratura – che, oltre ad aver raccontato in maniera complessa cosa si nasconde dentro e dietro un film, ha dato vita a diverse opere di gran livello, su tutti Il disprezzo di Jean-Luc Godard ed Effetto notte di François Truffaut. Più rari, anche perché meno interessanti, i film esplicitamente legati al produttore, al lato economico e divistico del cinema, e della sua Mecca. Tra questi va annoverato Disastro a Hollywood, il nuovo film di Barry Levinson, ambientato dietro le quinte di Hollywood, tra i suoi intrighi e le sue follie seguendo le (vere) peripezie di un produttore. E seppure il risultato è piacevole, viene da chiedersi cui prodest?

Robert De Niro in Disastro a HollywoodCome Fierce, lo sfortunato film al centro della pellicola, anche questo scritto da Art Linson – dal suo romanzo autobiografico – è un film votato al flop e al fallimento, una commedia caustica e satirica, più esplicita di Amanti, primedonne ma molto meno velenosa di I protagonisti, che riprende temi e toni della serie HBO Entourage ma non riesce, attraverso i personaggi, a catturare l’attenzione del pubblico non addetto ai lavori (e infatti ha incassato meno di un decimo del suo costo).

Bruce Willis in Disastro a HollywoodIl film, ovviamente, scandaglia con occhio acido ma in fondo bonario e in un certo senso rassegnato, gli ingranaggi e i processi industriali che regolano ogni aspetto della produzione hollywoodiana, dai rapporti umani e non con le star fino alla percezione e all’interpretazione dei giudizi del pubblico (le scene più spassose, a inizio e fine film, sono le proiezioni al pubblico e quella al Festival di Cannes), cercando di giocare sui vari livelli comunicativi, non sempre però riuscendo nell’intento dissacratorio. Il problema del film è sostanzialmente nel manico, nell’assunto narrativo del tutto interno allo stesso ambiente, che non esce mai dal suo steccato, non cerca una comunicazione col pubblico, né può farlo se usa grandi attori nel ruolo di se stessi o quasi.

Sean Penn in Disastro a HollywoodLevinson prova a giocare con i mezzi del cinema, soprattutto il montaggio (di Hank Corwin) o la colonna sonora (compilation di altre colonne sonore supervisionate da Marcelo Zavros e Allan Meson), ma resta un film freddo, il cui script, perfettamente calibrato sulla carta, non riesce a diventare interessante racconto filmico, o perlomeno non più di un paio di risate o trovate narrative. Di sicuro il ricchissimo cast sarebbe dovuto essere un lasciapassare e De Niro riesce – una volta tanto – a far dimenticare le prove alimentari degli ultimi tempi, ma come detto l’uso di Sean Penn, Bruce Willis, John Turturro, Catherine Keener e altri nel ruolo di se stessi o di caricature di veri personaggi genera ancora più dubbi sul senso ultimo dell’operazione. Che può divertire il critico e l’appassionato, ma lascia quella sensazione di vuoto che resta quando si è visto qualcun altro divertirsi di ciò che non si comprende.


La locandina di Disastro a HollywoodTitolo: Disastro a Hollywood (What Just Happened)
Regia: Barry Levinson
Sceneggiatura: Art Linson
Fotografia: Stéphane Fontaine
Interpreti: Robert De Niro, Sean Penn, Catherine Keener, John Turturro, Robin Wright Penn, Stanley Tucci, Kristen Stewart, Michael Wincott, Bruce Willis, Jason Kravits, Mark Ivanir, Remy K. Selma, Peter Jacobson, Kate Burton
Nazionalità: USA, 2008
Durata: 1h. 44′


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Attualmente ci sono 13 commenti a questo articolo:

  1. Marco scrive:

    Albe che ne pensi di Sfera di Levinson del 1998?

  2. Edoardo scrive:

    Alberto,e di “Sleepers” che ne pensi?

  3. Alberto Cassani scrive:

    Visto e dimenticato, nonostante all’epoca ottenne buone critiche.

  4. Marco scrive:

    Sleepers mi è piaciuto molto. Consigliato.
    Non sono d’accordo su Sfera, la prima parte è notevolmente interessante che mi ha fatto veramente appassionare alla vicenda, forse la seconda è un pò confusionaria ma se lo si riguarda una seconda volta tutti i nodi vengono al pettine ed alla fine la si apprezza totalmente. Per chi è appassionato alla fantascienza con un pizzico di horror è il film che fa per lui.
    Le prove degli attori sono buone e la regia di Levinson, a parte alcune volte statica, è molto valida.

  5. Marco scrive:

    Albe è giusto considerare Rain Man il migliore Levinson?

  6. Alberto Cassani scrive:

    No. Secondo me gli sono migliori “Good Morning Vietnam” e “Sesso & Potere”. E forse anche “Bugsy”.

  7. Marco scrive:

    A discapito delle recensioni e commenti trovate in rete ho trovato “Rivelazioni” un discreto thriller che non mi ha annoiato ma anzi mi ha intrattenuto. Forse alcuni lo considerano un pastiche mal riuscito di thrilling, eros (solo una scena spinta ma ora come ora non dà nessuno scandalo) e fantascienza (si vede che il materiale viene da Crichton); questo mix non lo trovato male assortito.
    Attori ben calati e regia di mestiere.
    Non lo consiglio, ovvio, ma non lo boccio.

  8. Alberto Cassani scrive:

    Io credo che “Rivelazioni” sia stato confezionato (nel senso di pubblicizzato) male. Si è posto l’accento sulla componente erotica quando invece la storia parla di tutt’altro, e questo penso abbia portato alle tante critiche negative e quindi al dimenticatoio in cui è caduto nonostante il cast. Invece non è affatto un cattivo film.

  9. Sebastiano scrive:

    E’ proprio come scrive Alberto.
    Di Crichton ho letto quasi tutto, soprattutto da giovane (io) e Rivelazioni (il libro) mi fece un’ottima impressione.
    Il film poi non mi deluse affatto, anche perche’ Crichton era un grande scrittore dentro la grande Hollywood e ricordo di aver letto che scriveva i suoi romanzi con in testa gia’ gli attori che avrebbero impersonato i suoi personaggi.

  10. Alberto Cassani scrive:

    Se non mi sbaglio, Crichton è stato forse il primo ma comunque uno dei primissimi a potersi permettere di vendere i diritti cinematografici dei suoi libri ancor prima di aver finito di scriverli.

  11. Marco scrive:

    Invece qualcuno ha visto l’ultimo di Levinson “The Bay”?
    Personalmente non mi ha fatto così schifo come ho letto in giro sul web. La tecnica usata, ovvero mockumentary “non live” cioè l’insieme di montaggi di riprese amatoriali racchiuse in un sito dedicato alla tragedia narrata, che non segue una specifica linea temporale e narrata via Skype da una sopravvissuta, lo trovata abbastanza funzionale. Paura non ne trasmette, certo, ma mi ha saputo ben appassionare e ci regala almeno due o tre scene con lieve suspence.
    La musica di sottofondo, anche se tradisce lo spirito del finto documentario, lo trovata azzeccata.
    Gli effetti CGI (curati dai fratelli Strause anche produttori esecutivi) sono ridotti al minimo ma quando ne si fa uso sono discreti ed abbelliscono alcune scene di raccapriccio.
    Molto buoni invece i trucchi di make-up, realistici.
    La regia (che ovviamente non è quella dei cult del regista), ci regala alcune riprese e montaggi ben realizzati e nell’insieme tutto funziona regalandoci, come già affermato, due o tre scene di sana suspence.
    Come storia lo trovata inquietante, niente di nuovo si, ma un eco-vegeance (genere che mi ha sempre affascinato) in salsa documentario non l’avevo ancora visto, o non era stato ancora fatto non so.

    Purtroppo difetti che ho riscontrato è la mancanza di scene veramente forti, che si facciano ricordare, che appunto crei nello spettatore disagio e ansia. Ci viene solo mostrato una foto di come gli esseri possono diventare grandi ma questo non basta, almeno per me.
    Magari il regista ha voluto puntare di più sul disastro ambientale, sull’omertà dei politici per non perdere guadagno, sull’inquinamento e sui media che non vogliono far trapelare fatti scomodi (in Levinson le tematiche sono quasi sempre state queste), però se stai facendo un horror devi mostrare qualche scena veramente di panico.
    La breve durata poi, 81 minuti coi titoli di coda, lo penalizza anche, facendolo cadere nelle occasioni sprecatissime.
    Quello che si vede è buono ma il non aver saputo osare lo si fa dimenticare facilmente.

  12. Alberto Cassani scrive:

    “The Bay” mai neanche preso in considerazione la possibilità di vederlo…

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