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Alberto Cassani, 9 Agosto 2003: Inconsueto |
Inedito
in Italia
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Il
Dono
di Michelangelo Frammartino
Primo
lungometraggio di un giovane regista milanese di origini calabresi,
"Il Dono" è un film anomalo nel panorama commerciale
del cinema italiano. Non tanto per il budget di 5.000 Euro con il quale
è stato girato, che in questa sede poco ci importa, quanto per
il tipo di racconto che fa. "Il Dono", in effetti, non racconta
tanto una storia quanto una situazione, un luogo. Un luogo fittizio,
perché la Caulonia qui mostrataci non è quella reale in
cui il film è stato girato, nonostante la continua proposta di
immagini delle tante carrette del mare che ne affollano le spiaggie.
Ma è tutto il film ad essere un continuo ritornare di immagini
e momenti, che esalta il senso di quotidianità - di ineluttabilità
- che circonda i personaggi. La vita dell'anziano protagonista ha un
sussulto solo quando si ritrova in mano un telefono cellulare ed una
foto porno, ma la lentezza con cui decide il da farsi ci fa capire quanto
profondamente si sia arreso allo status quo, alla vita stessa. Non si
sono invece arrese alcune vecchie di questo piccolo paesino in provincia
di Reggio Calabria, che sottopongono la "scema del villaggio"
a continui riti anti-malocchio. Ma in entrambi i casi appare chiaro
come sarà la vita ad avere l'ultima parola, anche senza l'ausilio
di dialoghi.
Inserito
nella sezione "Cineasti del presente" del Festival di Locarno
2003, "Il Dono" è infatti presentato come un film 'senza
dialoghi'. E così è, in effetti; ma non è un film
muto. Non lo è innanzi tutto perché ha un'intensa colonna
sonora fatta di suoni e rumori (ma non di musica) che raccontano splendidamente
l'ambiente che fa da cornice alla storia - no: che è la
storia. Ma 'senza dialoghi' è una definizione corretta anche
per un altro motivo: perché questo non è un film 'senza
parole'. I personaggi parlano, in effetti, ma non dialogano mai: non
c'è mai un vero scambio di battute, c'è sempre e solo
un personaggio che parla - senza ottenere risposta - all'interno
della scena. "Senza ottenere risposta"? No: "senza bisogno
di avere risposta", perché Frammartino sa far dire ai suoi
personaggi il numero giusto di parole per impedire che la scena sembri
finta e sa limitarle al minimo per poter narrare utilizzando appieno
il linguaggio filmico. Linguaggio, in questo caso, fatto di piani sequenza
e macchina fissa, inquadrature volutamente prolungate e luce naturale.
Punto
di riferimento per il suo cinema è chiaramente Abbas Kiarostami,
richiamato in quasi ogni sequenza e citato apertamente nel finale. Peccato
che il direttore della fotografia non sia stato in grado di dare tridimensionalità
al film esaltando con il suo lavoro i luoghi in cui la storia è
ambientata, e sì che nelle pellicole di Sharunas Bartas - altro
evidente amore del regista - le immagini colpiscono spesso proprio per
la bellezza della fotografia. Ma di Bartas, Frammartino conserva soprattutto
l'ambiguità espositiva: poche sono le cose spiegate in maniera
evidente, in questo suo racconto - non lo è nemmeno il dono che
dà il titolo al film. Questa cercata ambiguità appiattisce
le emozioni che il film vorrebbe far nascere nel cuore dello spettatore,
ma aumenta il fascino di una pellicola che si offre a molteplici interpretazioni,
senza disattenderne nessuna ma a dir la verità senza riuscire
ad appagarne pienamente alcuna.
Proveniente dal mondo delle installazioni multimediali ma con una discreta
esperienza nei cortometraggi, Frammartino ha bene in mente il tipo di
cinema che vuole fare e sa raccontare storie per nulla banali. Lo fa
con modi ancora da sgrezzare, anche in quanto a montaggio, ma intanto
avercene...
Titolo:
Il Dono
Regia:
Michelangelo Frammartino
Sceneggiatura:
Michelangelo Frammartino
Fotografia:
Mario Miccoli
Interpreti:
Angelo Frammartino, Gabriella Maiolo
Nazionalità:
Italia, 2002
Durata:
1h. 20'
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