Onde
Incontro
con Francesco Fei
a cura di Alberto Cassani
"Onde"
è, in fondo, un film sul disagio. Ma il disagio dei protagonisti
è in qualche modo collegabile al disagio della società
attuale?
È chiaro che è un film sul disagio, ma io mi sono concentrato
più sul disagio mentale della protagonista, e ho lasciato molto
latente tutto il disagio sociale reale. Questa, però, è
una scelta che ho fatto durante la lavorazione del film, perché
mi sono reso conto che metteva in contrasto un personaggio che ha davvero
un handicap invalidante ma che è riuscito - grazie alla sua forza
e ai suoi valori - se non a superarlo almeno a conviverci, con una ragazza
che non ha un handicap invalidante ma che psicologicamente è
più handicappata di lui. È questa la tematica che, girando
e montando il film, ha iniziato ad interessarmi maggiormente, perché
avvicinava di più il personaggio a me. A me interessa sempre
raccontare qualcuno che è al di fuori della normalità,
perché mi piacerebbe raccontare aspetti umani inusuali, psicologie
umane che raccontino di noi - che ci consideriamo normali - partendo
da un punto di vista più forte, più evidente
Io
credo che tutti noi siamo invalidati dai nostri pensieri: la maggior
parte dei nostri limiti, le cose che ci accadono nella vita, accadono
perché spesso le nostre dinamiche mentali sono precarie rispetto
a ciò che ci circonda. Poi diamo la colpa al mondo, però
in realtà - soprattutto nel lavoro e nei rapporti umani - spesso
sono i nostri pensieri che fanno sì che le cose non vadano bene.
Questa è una cosa che, forse anche autobiograficamente, ho trovato
interessante nel personaggio di Francesca. C'è stata invece una
pulizia estrema nei confronti di tutti gli altri temi, ma è chiaro
che ci sono...
E
Genova, con le sue scritte no-global, è una scelta casuale?
Inizialmente
il film era pensato per essere ambientato a Londra, con un personaggio
inglese ed una interprete italiana. Londra aveva quelle caratteristiche
che secondo me erano giuste per un film come questo, un film che racconta
di personaggi "antichi" - soprattutto Luca, perché
un cieco non può avere la nostra scaltrezza derivante dalle immagini,
in questo è un personaggio abbastanza puro, anche se fa una musica
estremamente moderna. Volevo una città dove ci fosse un'atmosfera
postmoderna e al tempo stesso antica. Una volta constatato che non era
possibile girare a Londra, la prima città cui ho pensato è
stata Genova, perché aveva proprio quelle caratteristiche. A
quel punto, il film è stato scritto sulla città; forse
è un mio limite, ma io riesco a scrivere bene solo se vedo. La
base della storia c'era, poi andando a Genova il film è stato
scritto su Genova: in fondo, i personaggi del film sono Francesca, Luca
e Genova... Genova è una città giocata non in maniera
orizzontale ma in verticale, ed era giusto perché Francesca è
un personaggio che sta in fondo, come in fondo a un pozzo, e la luce
la vedi solo dall'alto. A Genova c'è il mare, ma non si vede:
non ha un golfo accogliente come quello di Napoli, il mare non lo vedi
mai perché c'è questa sopraelevata che si oppone alla
vista, e questa mi sembrava una perfetta metafora visiva rispetto alle
sensazioni di Francesca. Io parto dal concetto che il cinema sia fatto
di sensazioni e non di spiegazioni, credo in un cinema dove le cose
non vengono dette - non vengono spiegate a livello di dialoghi e non
vengono mostrate a livello di accadimenti narrativi - ma vengono espresse
attraverso le sensazioni. Uno dei mezzi che un regista ha per esprimere
le sensazioni, sono gli ambienti e i suoni. Io amo il cinema fatto dagli
ambienti, perciò Genova è diventata la protagonista assoluta
del film.
Il
significato dei personaggi con la maschera a gas, qual è?
In realtà, a livello di sceneggiatura facevano parte di un argomento
un po' più compiuto. Esisteva una scena in cui si vedeva la madre
di Francesca, che lavorava in un centro di biometria - una scienza che
si occupa di riconoscimento facciale - e volevo creare un collegamento
tra queste continue telecamere e la madre, che lavora in un centro che
si occupa di telecamere. Poi, però, in sede di montaggio questa
parte l'abbiamo tagliata perché non volevo che nel film ci fosse
una tematica che, banalizzando, possiamo definire 'no-global'. Però
Genova è una città ferita, è piena di telecamere...
le scritte che si vedono sui muri contro lo Stato che ci spia non le
abbiamo fatte noi, c'erano già... Evidenziare questa tematica
del mondo che ci osserva, che ci spia, avrebbe portato il film ad essere
un po' troppo ruffiano, e allora abbiamo deciso di tagliare. Così,
le maschere a gas sono una presenza disturbante che non viene però
spiegata in maniera narrativa. Sono semplicemente qualcuno che si oppone
al dominio dell'immagine, ma sono rimaste più che altro come
sensazione emotiva, perché entrambe le volte in cui Francesca
li vede fa un piccolo passo verso Luca: la prima quando è fuori
degli studi televisivi ad aspettarlo e dopo averli visti torna dentro
a prenderlo senza un motivo apparente, e poi quando va alla stazione
marittima - si suppone per farsi assumere sulla nave da crociera - e
quando li vede decide di tornare da Luca.
Considerando
anche che Luca nel film fa una musica molto particolare, dal punto di
vista sonoro il film come l'hai studiato?
Io vengo dai video musicali. Ho girato dei cortometraggi all'inizio
degli anni Novanta, poi ho pensato che nei videoclip avrei potuto esprimere
meglio me stesso... In effetti, penso di essere uno dei pochi registi
di videoclip che è riuscito ad avere una sua autorialità
riconosciuta, tanto che mi hanno dedicato anche delle rassegne, che
in Italia è una cosa rarissima... Quando ho pensato di essere
finalmente in grado di girare un film, la prima cosa che ho pensato
è che volevo lavorare con la musica, e soprattutto con il suono,
così come ho lavorato con gli ambienti. Volevo che i suoni diventassero
un veicolo espressivo, non volevo assolutamente fare un film da clippettaro
e usare la musica solo come un riempitivo commerciale come succede nove
volte su dieci. Ho fatto una ricerca proprio rispetto ai suoni, rispetto
al tipo di atmosfera che volevo creare nel film. Anche perché
credo che al cinema, le scene che ti rimangono più dentro sono
spesso quelle legate ad un accompagnamento musicale. Per fare un esempio,
"Aguirre, furore di Dio" è un film fatto con niente,
con la macchina da presa a mano e Kinski pazzo in mezzo alla foresta,
ma le musiche dei Popol Vuh sono tutto, sono veramente un elemento portante
del film... Io, da questo punto di vista, ho fatto lo stesso.
Com'è
stata l'esperienza di realizzare il film praticamente da solo?
In realtà non è una cosa cui tengo in maniera così
particolare, non voglio per forza essere l'Autore del mio cinema...
Ad esempio, mi piacerebbe collaborare con altre persone nella scrittura,
anche per avere la possibilità di migliorarmi. È chiaro,
comunque, che nel momento in cui realizzi un film in maniera così
libera metti te stesso e metti il tuo bagaglio umano e culturale, che
è fatto di tanti film visti e soprattutto di una tipologia di
cinema che ti è congeniale. Un cinema, appunto, fatto più
che altro di sensazioni, e che tra l'altro considera lo spettatore intelligente.
Cosa abbastanza rara, perché ormai il modello cinematografico
è adeguato a quello televisivo, quindi allo spettatore bisogna
spiegare tutto. Io vedo invece un cinema che va completato, che lo spettatore
deve riempire con le proprie sensazioni.
Dopo l'esperienza di questo film, se ne dovessi fare un secondo potrei
forse pensare meglio quale può essere il modo per inserirsi nel
contesto commerciale e produttivo in maniera più adeguata. Soprattutto
perché non sarei in grado di affrontare un'altra produzione come
questa, anche solo a livello economico... E poi, i tempi e i modi culturali
del mondo sono cambiati: oggi, secondo me, un regista che vuole essere
anche produttore deve farlo in maniera moderna. Siccome il cinema è
un'arte che costa, bisogna pensare come collocarsi nel mercato in maniera
sempre personale ed autoriale, ma che possa raggiungere il più
vasto pubblico possibile. Una volta si andava a vedere un film perché
era un evento culturale, oggi non è più così. Soprattutto,
oggi è diminuito il tempo a disposizione di un film per trovare
un suo pubblico, perché ci sono troppe cose, c'è un mondo
culturale intorno che non ti da la possibilità di farti vedere
a sufficienza. Allora devi riuscire a fare qualcosa di estremamente
impattante, in modo che quel piccolo lampo di luce che hai si veda,
perché se invece fai una cosa - magari bella e interessante,
ma che ha bisogno di un suo tempo perché venga vista e assimilata
- hai chiuso. Un esempio che mi piace fare in questo senso è
"Se mi lasci ti cancello", un film
d'autore che si inserisce in un contesto commerciale grazie anche a
due attori di richiamo, che diventano strumenti in mano al regista.
A
proposito di processi produttivi, qualche settimana fa c'è stato
a Milano un incontro di registi indipendenti a cui tu hai partecipato
e nel quale hai sparato a zero contro l'industria cinematografica italiana.
Ti va di spiegare meglio la tua posizione?
Quello
era un incontro organizzato da "Ring", un forum di registi
romani che si oppone al sistema cinematografico ufficiale, e coordinato
da Marco Pozzi, che ha intenzione di creare un "Ring" milanese.
Con il patrocinio di Gianni Canova e dello IULM è stata fatta
una sorta di presentazione di questa non-associazione, e per tre ore
sono state dette cose estremamente banali, che mi hanno lasciato attonito.
Quando è stato il momento del mio intervento, ho semplicemente
detto che quella del cinema italiano non è un'industria, perché
in un'industria ci sono investimenti privati e si cerca di valorizzare
il prodotto per creare un guadagno economico. Invece il cinema italiano
è costruito solo con i soldi dei contribuenti, e questa è
una cosa che a me fa fondamentalmente schifo. Siccome eravamo anche
davanti a degli studenti, bisogna prendersi la responsabilità
morale di non raccontar loro delle stupidaggini. È vero che c'è
una piccola minoranza che opera correttamente, ma se non è il
90% che fa assistenzialismo - o ruberia, chiamatela come vi pare - sarà
il 60, ma cambia poco. È giusto che un produttore che prende
un finanziamento dallo Stato trattenga per sé una percentuale,
perché è giusto che col suo lavoro ci guadagni e un po'
perché si deve avere una riserva per gli imprevisti di produzione,
ma trattenere un 50-60% come fanno a Roma, non va bene per niente. Il
mercato del cinema italiano è veramente perverso, sia a livello
produttivo sia distributivo. Soprattutto per la distribuzione, non ne
parliamo neanche...
A
questo proposito, il nuovo film di Alex Infascelli esce direttamente
in DVD distribuito in edicola. Secondo te è una strada percorribile
dal cinema italiano?
Secondo me ha un senso, perché l'imbuto delle sale per il cinema
italiano è veramente tremendo, soprattutto per quanto riguarda
il 'famoso' circuito del cinema d'essai, perché tutto il sistema
è gestito sostanzialmente da 2-3 persone. Non vorrei, però,
che i registi giovani la vedessero come una soluzione di tutti i problemi
per la loro opera prima, perché credo possa funzionare solo se
fatta con personaggi già conosciuti o all'interno di una sorta
di serie, che crea un'affezione nel pubblico: tutti i mesi esce un film
'figo', alternando i giovani ai nomi di livello, e a quel punto si riesce
a creare uno zoccolo duro di gente che sa di poter trovare un film interessante
in edicola. È una strada, ma non è la soluzione di tutti
i problemi, anche perché certo cinema va visto al cinema.
Percorsi tematici
Onde
- di Francesco Fei; con Anita Caprioli, Ignazio Oliva.
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