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Foxtrot di Samuel Maoz

4 settembre 2017 Recensioni 0 Commenti
Festival di Venezia 2017

Inedito in Italia – Inconsistente

A un padre viene comunicata la morte del figlio soldato, ma poco dopo la notizia viene smentita. Nel frattempo, il figlio continua a fare il suo lavoro in un posto di blocco isolato e scarsamente trafficato, mentre il container dove vive con i suoi commilitoni sprofonda lentamente nella melma…


Dopo il leone d’Oro vinto con Lebabon, Samuel Maoz torna con un film molto differente nell’aspetto ma tutto sommato simile nelle tematiche. Anche in questo caso, infatti, abbiamo a che fare con ambienti chiusi e ristretti e persone costrette a vivere in quegli spazi. In Foxtrot, però, sono introdotti diversi riferimenti surreali che fanno diventare la pellicola uno strano connubio tra dramma e commedia. Non si possono trattenere le risate davanti al dromedario che attraversa più volte la frontiera con i soldati che gli aprono la sbarra elettrica. Del resto, pero’, è difficile non empatizzare con il padre sotto shock per l’improvvisa scomparsa del figlio.

Foxtrot è diviso in modo molto netto in tre atti, collegati tra loro dalla morte di un giovane soldato. La scelta di Maoz di narrare le vicende a comparti, senza quindi far salire contemporaneamente il climax delle diverse storie ma affrontandole in modo autonomo, risulta da una parte vincente – ne guadagna la compattezza della narrazione – ma dall’altra perdente, perché la parte centrale risulta sfilacciata, lenta e con poco pathos, anche se è senza dubbio quella che colpisce maggiormente lo spettatore.

Ambientato in Israele, si entra in contatto con uno stato perennemente in guerra: con il proprio passato che incombe come un’ombra sempre presente, con il proprio presente, sempre a rischio attentati, e con il proprio futuro, rappresentato dai giovani soldati. Annoiati sì, ma consapevoli che anche in un posto tranquillo e secondario come il loro possono arrivare minacce per la sicurezza. Questi elementi, compattati e fusi insieme, sono ben trasposti nei personaggi ed esplicitati più con i gesti che con le parole, ma mai davvero approfonditi, mostrati o portati alla luce. Piuttosto, sono sempre più sepolti nell’anima, e solo nel terzo atto vengono accennati.

Il vero tema che interessa Maoz, lo scopriamo anche questo solo alla fine: il destino. Quali possono essere le conseguenze, anche inconsapevoli delle nostre azioni. Anche in questo caso, pero’, sarebbe stata più interessante una trattazione più di largo respiro.

Maoz si conferma un regista capace di confezionare film di ottima qualità e in grado di scavare nell’anima dei personaggi: anche grazie a ottimi attori e ad alcune trovate di sceneggiatura che esaltano le performance degli stessi. Quello che manca a Foxtrot è il respiro: tutto chiuso in pochi ambienti, raramente riesce a suscitare emozioni e ci si sente quasi sempre come i burocrati che devono spiegare al padre la situazione, dispiaciuti sì, ma per un lutto che non è loro. Assistendo allo spettacolo di un padre disperato o a quello di soldati annoiati ma ligi al proprio dovere, raramente si va oltre una risata di circostanza o un dispiacere convenzionale.

Maoz ha sicuramente delle frecce al suo arco: una regia molto spesso ottima, movimenti di macchina non banali e almeno due trovate geniali. Ma non basta questo per promuovere un film che manca di una componente emozionale forte.


La locandinaTitolo: Foxtrot
Regia: Samuel Maoz
Sceneggiatura: Samuel Maoz
Fotografia: Giora Bejach
Interpreti: Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yehuda Almagor, Shira Haas, Yonathan Shiray, Karin Ugowski
Nazionalità: Israele – Germania -Francia, 2017
Durata: 1h. 53′


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