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Hannah di Andrea Pallaoro

10 settembre 2017 Recensioni 0 Commenti
Festival di Venezia 2017

I Wonder Pictures, ancora inedito – Claustrofobico

Rimasta sola dopo l’arresto del marito, Hannah cerca di continuare a vivere come ha sempre fatto: va al lavoro, frequenta un corso di teatro, va in piscina, porta fuori il cane… Ma adattarsi alla nuova situazione è difficile, perché il peso della solitudine e dell’ambiente che la circonda, con il passare del tempo diventano sempre più opprimenti…


Cinque anni dopo la partecipazione alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con il suo film d’esordio, Medeas, il regista Andrea Pallaoro porta in concorso al Festival il suo ultimo lungometraggio, intitolato Hannah. Si tratta di una storia drammatica e claustrofobica, in cui vediamo una donna non più giovane costretta ad adattarsi a una nuova realtà, e che faticosamente cerca di ritrovare un equilibrio nella quotidianità, dopo che un tragico evento le ha sconvolto la vita. Il marito di Hannah è in carcere per avere commesso un crimine terribile, che non viene mai nominato ma che è facilmente intuibile, eppure la donna non l’ha abbandonato, va a trovarlo regolarmente, senza chiedergli spiegazioni, senza esprimere un giudizio, ma soffrendo in silenzio.

Suo marito è chiuso in carcere, ma anche Hannah lo è, prigioniera di un dolore che non riesce a esprimere e che la consuma lentamente. E’ una donna sola, silenziosa, incapace di comunicare le sue emozioni, al punto da sembrare fredda e distaccata, come se nulla le importasse. Tutto il film è incentrato su di lei: la macchina da presa la segue costantemente, in ogni scena, cercando di trasferire sullo schermo il suo dramma interiore e il suo tormento, insistendo in primi piani sul suo volto ma anche sul suo corpo, creando un’atmosfera cupa e angosciante. A dare vita al personaggio di Hannah è un’intensa Charlotte Rampling, che ancora una volta regala un’interpretazione di altissimo livello; sembra quasi che il regista le abbia cucito il personaggio addosso, si potrebbe dire che il film è Charlotte Rampling.

Una bravissima interprete non basta però a reggere un intero film, e nel caso di Hannah, Pallaoro ha girato una pellicola stilisticamente elegante ma piatta e statica, con dei ritmi molto dilatati, la storia procede infatti per 95 minuti senza che accada nulla di particolare. Ci sono numerose inquadrature della protagonista, dei suoi gesti, della sua vita di ogni giorno, ma ci sono pochi dialoghi, come se il regista avesse lasciato agli spettatori il compito di intuire, perché nulla viene spiegato. Ma il problema del film non è tanto la mancanza di chiarezza, né l’eccessiva lentezza, quanto il fatto che il regista, nonostante la presenza di un’interprete straordinaria e di una buona storia, si sia preoccupato di girare un film più d’autore che di spessore, un’opera che finisce con il risultare artificiosa e compiaciuta.


La locandinaTitolo: Hannah
Regia: Andrea Pallaoro
Sceneggiatura: Andrea Pallaoro, Orlando Tirado
Fotografia: Chayse Irvin
Interpreti: Charlotte Rampling, André Wilms, Stéphanie Van Vyve, Simon Bisschop, Jean-Michel Balthazar, Luca Avallone, Fatou Traore
Nazionalità: Italia – Belgio – Francia, 2017
Durata: 1h. 35′


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