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Il colore della pelle di Michel Gast

16 aprile 2006 Recensioni 3 Commenti
Il colore della pelle

Mercurfiln Italiana – Trascurabile

Negli Stati Uniti vi sono 40 milioni di negri e 120 milioni di bianchi. La legge non è uguale per tutti. Tuttavia, nelle vene di parecchi di questi negri scorre il sangue d’un antenato bianco…


Christian Marquand e Antonella Lualdi in Il colore della pelle«Ogni tanto accade che in una famiglia di colore nasca un giorno un bambino bianco. Molti sono quelli che approfittano di questa fortuna per passare la linea di confine e fuggire così verso una terra dove nessuno li conosce, per viverci come un bianco. Altri rifiutano per tutta la vita di farlo. Questo film è la storia di Joe Grant, bianco come i bianchi che lo disprezzavano, ma troppo legato col cuore e con lo spirito ai suoi fratelli di colore, per voler tentare di sfuggire al suo destino di negro…»

Christian Marquand in una scena di Il colore della pelleÈ la mattina del 23 giugno 1959. Boris Vian, probabilmente l’intellettuale più importante della Francia postbellica, è seduto nella platea del Cinéma Marbeuf di Parigi per assistere all’anteprima di Il colore della pelle, che il regista Michel Gast ha tratto dal suo romanzo Sputerò sulle vostre tombe e che sarà distribuito nei cinema francesi tra pochi giorni. Dopo neanche cinque minuti di proiezione, però, Vian scatta in piedi col volto in fiamme per la rabbia e urla a squarciagola «E questi sarebbero americani? Ma andate a fare in culo!». Quindi barcolla per un attimo e si accascia sulla poltrona, stroncato da un infarto a soli 39 anni. Non esattamente il miglior viatico per una pellicola la cui lavorazione era stata travagliata fin dagli inizi. E visto il risultato finale, non è difficile capire la rabbia di Vian (che, tra l’altro, avrebbe voluto togliere il proprio nome dai titoli).

Christian Marquand e Jean Sorel in Il colore della pelleLa sceneggiatura di Il colore della pelle semplifica eccessivamente la storia del romanzo, sacrificandone volutamente la carica erotica e riempiendola di siparietti divertenti, finendo così per svilirne il duro messaggio. Il nuovo finale, poi, ribalta completamente il senso del libro e ne banalizza la trama. In effetti, poi, nessun attore sembra in grado di dar vita in maniera convincente al suo personaggio, rendendo così ancor meno efficace la messinscena. Per colpa anche della regia per nulla brillante di Gast, il film scorre lento e poco interessante, senza mai lasciare il segno e senza mai dare l’impressione di valere il nostro tempo.


La locandina francese di Il colore della pelleTitolo: Il colore della pelle (J’irai cracher sur vos tombes)
Regia: Michel Gast
Sceneggiatura: Boris Vian, Jacques Dopagne, Michel Gast
Fotografia: Marc Fossard
Interpreti: Christian Marquand, Antonella Lualdi, Fernand Ledoux, Renate Ewert, Marina Petrowa, Daniel Cauchy, Catherine Fonteney, Claude Berri, Jean Droze, Gisèle Gallois, Ludovic Germain, Monique Just, Jean Sorel
Nazionalità: Francia, 1959
Durata: 1h. 39′


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Attualmente ci sono 3 commenti a questo articolo:

  1. Marco scrive:

    Albe cosa ne pensi di “The Help”?
    Era da tanto che, sinceramente, che non vedevo un film dove le prestazioni di tutti gli attori (attrici in questo caso) sono effettivamente una cosa sensazionale, tutte a livelli di eccellenza, a parer mio. Il film si lascia seguire molto appassionatamente e la durata di 146 minuti non pesa affatto, anzi.
    Anche la regia veramente valida, come l’ambientazione, la ricostruzione e la fotografia, veramente un egregio lavoro. Storia commovente e ben scritta.
    Io lo consiglio vivamente.

  2. Alberto Cassani scrive:

    Non ho visto il film, ma visto il cast non mi sorprende sentire che le attrici recitano bene.

  3. Plissken scrive:

    Ho visto anche io “The help” ed al pari di Marco lo ho apprezzato; però credo sia d’obbligo non ricercare alcun aspetto verace nella pellicola, in quanto i protagonisti sono caratterizzati mediante un’alta propensione al manicheismo e per poco non rischiano di divenire stereotipati.

    A mio personale parere una bella “favola” (in senso buono), garbata, però un po’ troppo “patinata” (e non mi riferisco solo alla confezione) per risultare valida, ammesso che l’intento fosse quello di espletare una denuncia sociale, nonostante lo sviluppo incline alla commedia.

    Credo che ad esempio un film vetusto come “la calda notte dell’ispettore Tibbs” abbia, al di là del genere più volto al dramma, un impatto molto più vigoroso, anche guardandolo oggi.

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