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"Il grande capo" di Lars von Trier

3 gennaio 2007 Recensioni 0 Commenti
Emanuela Perozzi, 3 Gennaio 2007: Diabolico
Lucky Red, 5 Gennaio 2007

Un attore fallito viene ingaggiato dal proprietario di una grande società per interpretare l’immaginario “Grande Capo”, inventato per evitare la responsabilità delle scelte più impopolari. Ma si sta trattando la cessione della società, e a doverlo fare è proprio il Grande Capo…


«Il grande capo è una commedia innocua». Così la voce narrante apre il film e beffardamente tranquillizza i suoi spettatori. Nessun dubbio, ancor prima di riceverne conferma dalle immagini, che si tratti dell’ennesima provocazione di un regista, Lars von Trier, capace davvero di tutto, tranne che realizzare un film innocuo. Piuttosto, ciò che gli riesce meglio è trasformarsi e cambiare continuamente sotto gli occhi di un pubblico mai pago dei suoi spiazzanti colpi di scena. Infatti, sospese le incursioni statunitensi di Dogville e Manderlay e accantonate le ferree regole formali di Dogma, il sorprendente Lars, cinquant’anni appena compiuti, si lancia in una nuova impresa recuperando al contempo i valori del passato, a cominciare dall’intimità della sua Danimarca, passando per il piacere puro e narcisistico di fare un cinema lontano da troppe pressioni. E così, dribblato Cannes in luogo del più accogliente Festival di Copenaghen, Il grande capo è pronto a mostrarsi al resto del mondo in tutta la sua irriverente comicità.

Una commedia intelligente, sarcastica, che fa della satira la sua trovata più diabolica. La satira politica è questa volta solo osservata da lontano, o al limite giocata di nascosto attraverso metafore talmente sottili da farci ridere con l’amaro in bocca, mentre il ritratto stanato dal regista è quello di uno spaccato sociale fatto di tic, piccole e grandi nevrosi, sane e insane distorsioni mentali, maschere più o meno velate che tutti i giorni portiamo con noi per affrontare il grande teatro della vita. Non è un caso che von Trier scelga la metafora del teatro, il ruolo dell’attore, le problematiche del rapporto tra realtà e finzione per condurci nell’esilarante mondo del suo racconto. E con il moltiplicarsi di problemi, equivoci, paradossi e situazioni grottesche crescono anche il divertimento e il ritmo di una comicità che incalza e contagia, mentre la storia si fa sempre più credibile nella sua totale assurdità proprio perché scopre un microcosmo abitato da uomini e donne alle prese con paure e insicurezze, frustrazioni e piccole prepotenze cui possiamo sentirci accomunati più o meno tutti.

A cominciare da Jens Albinus e Peter Gantzler nei rispettivi ruoli di finto e vero “Grande Capo”, tutti gli interpreti sono eccezionali nel fondere un pizzico della comicità fisica della screwball comedy degli anni Trenta (il rocambolesco gioco dei malintesi, l’accattivante rapporto tra detto/non detto…) con l’ironia beffarda e corrosiva delle migliori commedie di Lubitsch (fusione tra vita e palcoscenico, commistione di toni). Tra dialoghi brillanti e graffianti, giochi di parole sempre calzanti, sguardi espressivi ed eloquenti, circostanze esilaranti, Il grande capo innesca la sua comicità partendo da un bisogno sociale che in fondo non ha nulla di comico: quello di sentirsi amati, protetti ed accettati all’interno di una società dispersiva. E non esita neppure a deridere le manie degli attori.

Albinus non poteva apparire, anche fisicamente, più bizzarro di così nell’interpretazione del Grande Capo. Come tutti gli attori finisce per concentrarsi solo sulla sua componente egocentrica, sul principio di rivalsa, sulla grande occasione di dimostrare tutto il suo talento incompreso, di calarsi nella parte usando il metodo, il mestiere, lo stile inconfondibile di “Gambini” e dei suoi improbabili monologhi. Ma Gambini è un’altra trovata che esiste solo nel mondo fittizio creato dal genio di Lars von Trier, è un farsesco surrogato della cultura che il film si diverte a prendere di mira attraverso esternazioni dissacranti (“Ibsen è un idiota”) che mettono in luce la pungente autoironia danese.

C’è anche spazio per l’ultima stravaganza formale del regista, l’Automavision, uno stile di ripresa che prevede la sostituzione del cameraman con un computer che, una volta stabilita dal regista la prima inquadratura, sceglie in maniera casuale le riprese successive, così che è possibile osservare attori con parte della testa tagliata, prospettive anomale, personaggi decentrati o troppo ravvicinati e via di seguito. Ma è solo un dettaglio, così come gli oggetti sbagliati (i lookeys) cui gli spettatori dovranno dare la caccia all’interno del film, che si dimentica in fretta grazie ad un racconto perfetto in tutte le sue componenti, e ad una genialità che ci sorprende feroce e dissonante.


Titolo: Il grande capo (Direktøren for det hele)
Regia: Lars von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Fotografia: Automavision
Interpreti: Jens Albinus, Peter Gantzler, Fridrik Thor Fridiksson, Benedikt Erlingsson, Iben Hjejle, Henrik Prip, Mia Lynhe, Casper Christensen, Louise Mieritz, Jean-Marc Barr, Sofie Gråbøl, Anders Hove
Nazionalità: Danimarca, 2006
Durata: 1h. 39′


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