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“Io e Beethoven” di Agnieszka Holland

16 giugno 2007 Recensioni 0 Commenti
Tiziana Cappellini, 16 Giugno 2007: Interessante
Nexo, 15 Giugno 2007

Vienna, 1824. Anna Holtz studia composizione al Conservatorio, riuscendo a ottenere un posto come copista di Ludwig van Beethoven, già famoso ed affermato. Ma la reale conoscenza del musicista riserverà alla ragazza delle sorprese, nel bene e nel male, oltre che la vera conoscenza di se stessa…


Io e Beethoven si propone di raccontare gli ultimi tre anni di vita di Beethoven, scegliendo di farlo dal punto di osservazione di un personaggio immaginario qual è quello di Anna Holtz. Per quanto riguarda il resto, invece, il film pare attenersi con attenzione ad una ricostruzione reale tanto della biografia che della psicologia di Beethoven, senza dimenticarsi degli angoli più reconditi della Vienna di quell’epoca, abitazione del musicista compresa. Infatti, è sufficiente una delle prime inquadrature – che riprende Anna correre affannosamente su per le scale e piombare nell’appartamento di Ludwig van Beethoven morente – per capire la povertà nella quale è vissuto, oltre che il suo stile di vita disordinato. La sequenza si conclude brevemente con la morte del musicista, mentre uno stacco riporta la narrazione indietro di tre anni, appunto nel momento in cui Anna, dopo essere stata scelta come copista fra tutti gli altri allievi del Conservatorio, arriva nella casa e nella vita di Beethoven.
In realtà il musicista ha già fatto la comparsa nella sequenza precedente, durante la quale Anna, seppure nascosta, ha modo di vedere il carattere impetuoso e violento di quello che è il suo mito, ma questi non viene intenzionalmente mostrato in viso. Ciò accadrà nel momento il cui Anna arriva a casa sua, riuscendo a farsi accettare come copista nonostante sia una giovane donna. Fin da questo primo loro incontro, è chiaro come fra i due ci sia una sorta di affinità elettiva sotterranea, che affiorerà e si rafforzerà con lo snodarsi delle vicende narrate dal film, anche se mai assumerà la forma di una storia d’amore. È vero, però, che in molti momenti del film viene fatto comprendere, anche se velatamente, che forse questa affinità elettiva che unisce il maestro e l’allieva è anche l’affinità che unisce un uomo ad una donna, ma appunto tutto ciò viene solo accennato fra le righe.

Ciò che alla narrazione interessa evidenziare è sostanzialmente la vita del musicista, alle prese con la preparazione della Nona Sinfonia che deve debuttare di lì a poco. Ma non è solo la carriera di Beethoven a essere narrata in questo preciso frangente, bensì anche la sua vita familiare; o meglio, la sua assenza di vita familiare che lo induce ad affermare che il giovane nipote Karl è tutta la sua vita. In realtà, Anna scoprirà ben presto che Karl non ricambia l’affetto incondizionato dello zio, ma che anzi lo reputa tirannico e ingombrante, utile solo a fornirgli il denaro che perde poi giocando d’azzardo.

Beethoven viene mostrato per tutto il film nella sua forza, nella sua fisicità e, anche in certi momenti, nella sua grossolanità, ma fragile di fronte al nipote che diserta il debutto del concerto – o, almeno, Beethoven crede che le cose siano andate così – e di una sensibilità estrema e fuori dal comune per tutto ciò che riguarda la musica. La sua paradossale e sofferta sordità viene evidenziata per tutta la durata del film, così come il suo smodato egocentrismo nel ritenersi scelto da Dio per tradurre in musica quello che ritiene essere il respiro divino.

Il punto culminante del film è quello in cui, in una lunga sequenza, viene narrato il debutto della Nona Sinfonia. E’ questo il momento in cui il film riesce ad emozionare, in cui Ed Harris dà il meglio di sé in un’interpretazione peraltro nel complesso lodevole, momento che a sua volta culmina non tanto nel trionfo di Beethoven e nel suo essere osannato, ma nell’istante in cui il concerto termina e iniziano gli applausi. Applausi che Beethoven non può paradossalmente sentire, così come non può sentire la forza e la bellezza della musica che ha composto; applausi che non vengono fatti sentire allo spettatore finché Anna volta il musicista verso il pubblico entusiasta: è allora che Beethoven realizza il trionfo e che, contemporaneamente, il suono ritorna.

Ma il successo è instabile e per nulla scontato, perciò a Beethoven toccherà più tardi conoscere anche, seppure da lui previsto, l’insuccesso, in seguito al quale il suo corpo avrà un cedimento per non riprendersi più. Tuttavia, prima che avvenga questo, Anna avrà modo di capire qual è la sua strada sia come musicista che come donna, e avrà modo di comprendere gli insegnamenti di Beethoven e di metterli in pratica, restando profondamente legata al suo ricordo anche dopo la sua morte. Il merito del film consiste quindi nell’aver raccontato, nonostante il punto di vista di un personaggio immaginario, gli ultimi anni della vita di Beethoven, realizzandone un ritratto sostanzialmente riuscito; questo, nonostante alcuni momenti di lentezza narrativa o che, senza la controparte femminile incarnata dal personaggio di Anna, avrebbero forse rischiato di risolversi in un risultato meno interessante o di caricarsi di risvolti didattici oltre che estetici.


Titolo: Io e Beethoven (Copying Beethoven)
Regia: Agnieszka Holland
Sceneggiatura: Stephen J. Rivele, Christopher Wilkinson
Fotografia: Ashley Rowe
Interpreti: Ed Harris, Diane Kruger, Matthew Goode, Ralph Riach, Joe Anderson, Bill Stewart, Matyelok Gibbs, Angus Barnett, Viktoria Dihen, Phyllida Law, Gábor Bohus, David Kennedy, Nicholas Jones, Karl Johnson, László Áron, George Mendel
Nazionalità: USA – Germania – Ungheria, 2006
Durata: 1h. 44′


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