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"Julie & Julia" di Nora Ephron

24 ottobre 2009 Recensioni 10 Commenti
Camilla Mottironi, 24 Ottobre 2009: Aromatico
Sony, 23 Ottobre 2009

Nel 1948 la statunitense Julia Child va a vivere a Parigi col marito e scrive un libro sulla cucina francese. Sessant’anni più tardi, la newyorchese Julie Powell decide di cucinare in un anno tutte le 524 ricette presenti nel libro della Child…


Diciamolo: Nora Ephron ha realizzato il desiderio di molti ricostituendo sul grande schermo la coppia Meryl Streep-Stanley Tucci. Dopo Il Diavolo veste Prada chi non avrebbe voluto vederli duettare sentimentalmente dopo il duello lavorativo della redazione di Runway? Ma qui non si parla di tacchi e griffe: il campo di battaglia è una cucina e a cadere sono i polli, scappati via dalle mani e finiti in bocca al gatto, e gli stufati carbonizzati proprio in quei tre minuti in cui ci si era appisolati. Ora, armiamoci di frustino (quello per montare la panna!) come arma d’offesa, grembiulone come scudo e scendiamo in campo.

Come un topino di campagna perdutosi in città (tenera e dolce oltre il limite della sopportazione), Julie si destreggia tra i risarcimenti nel suo cubicolo d’ufficio e la cucina del suo 94m² sopra il pizzettaro bengalese. Julia è appena arrivata a Parigi e la città l’accoglie e l’abbraccia come neanche Carla Bruni, regalandole un impegno giornaliero nel suo competitivo corso di cucina e grandi sorprese tra gli odori all’ultimo banco del mercato.

365 sono i giorni in cui si svolge la sfida di Julie (ma anche Julia avrebbe tifato per lei, se anche solo avesse visto la disperazione del marito, trascurato in favore di forni e fornelli), 524 le ricette tratte dal libro del mito (ai limiti dell’idolatria) Julia Child che devono essere cucinate, 60 gli anni che separano le due rispettive battaglie per/da/in cucina, 3626 le miglia che distanziano Parigi da Manhattan.
Schivando un pranzo alla Sex & the City con amiche stronze che più stronze non si può ed editori squali di terraferma, le nostre eroine avanzano sul campo di battaglia mosse da qualcosa in più della semplice competizione o dell’amor proprio. La cucina è l’amante con cui ci si può lasciare andare all’adulterio anche sotto gli occhi del proprio compagno, ma attenzione: i veri cuochi non hanno bisogno delle cipolle per piangere davvero.

Nel Julie/Julia Project si combatterà la nostra etica che bolle in pentola insieme alle aragoste (sia chiaro, è deplorevole), si imparerà a non far affollare i funghi in pentola, perché se no si dorano troppo e quando davvero ci si sentirà messi al muro tireremo fuori la nostra arma letale: il burro. Che come un jolly dai magici e benefici poteri all’occorrenza unirà, darà sapore, correggerà e addolcirà ogni nostra pietanza. Dopo 123 minuti di proiezione (passati a chiedersi se oltre il 3D non abbiamo inventato anche la dispersione di odori in sala) si chiude finalmente il gran volume del Mastering the Art of French Cooking. E ora andiamo, abbiamo un’anatra da disossare per il nostro ragazzo…


Titolo: Julie & Julia (Id.)
Regia: Nora Ephron
Sceneggiatura: Nora Ephron
Fotografia: Sthephen Goldblatt
Interpreti: Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci, Chris Messina, Linda Emond, Helen Carey, Mary Lynn Rajskub, Jane Lynch, Joan Juliet Buck, Crystal Noelle, George Bartenieff, Vanessa Ferlito, Casey Wilson, Jillian Bach, Andrew Garman
Nazionalità: USA, 2009
Durata: 2h. 03′


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Attualmente ci sono 10 commenti a questo articolo:

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  2. Marco scrive:

    Ma che diavolo di recensione è?

  3. Alberto Cassani scrive:

    Guarda, secondo me questa è la classica recensione che può piacere un sacco alle ragazze che amano questo film. Poi sono d’accordo con te che il rischio di mandare a quel paese l’autrice alla terza riga è alto, ma la recensione è perfettamente adatta al film.

  4. Marco scrive:

    Ah quindi è molto femminista! Allora dovreste scriverla una solo per i maschi tanto per essere alla pari eheheheh!!!

  5. Alberto Cassani scrive:

    Più che femminista, direi uno di quei film che negli Stati Uniti definiscono “chicks flick”, un film per ragazzine. “Ragazzine” non è una traduzione precisamente precisa, ma “pollastrelle” suona male…
    Per i maschi è presto detto: “andateci se ve lo chiede una cui tenete molto, o se siete fan di Amy Adams”.

  6. Film irritante per mille ragioni.
    La peggior interpretazione di Meryl Streep – qui ridotta ad un ruolo caricaturale da macchietta, aggravato da un doppiaggio che nemmeno nei cartoni animati – un soggetto assolutamente inconsistente, i personaggi del film che o sono a tavola o sono a letto, dialoghi da bambini americani scemi, con le esagerazioni tipiche del loro linguaggio -“il pollo più squisito che abbia mai mangiato in vita mia” – “il burro è un’alimento divino” – “il tuo libro cambierà la storia del mondo” – attori che mentre parlano e ridono si cacciano in bocca il cibo e prima di sentirne il gusto, a bocca piena ne tessono lodi sperticate, e mentre masticano ci bevono sopra un vino as-so-lu-ta-me-nte fan-ta-sti-co.
    Il cibo trattato senza alcun rispetto, manicaretti che cadono a terra o si distruggono in qualche incauta manovra, aragoste buttate vive nell’acqua bollente con sensi di colpa della cuoca, ma è solo per creare una situazione comica. Mentre un miliardo di persone soffre la fame. Lo trovo offensivo, anche se è un film brillante.
    E tutto il primo tempo con microfoni nell’inquadratura.
    E tutto il secondo tempo con l’inquadratura che taglia la parte superiore della testa degli attori, peggio la toppa del buco. Come si può essere così cialtroni da non evitare certi dilettantismi per un film che deve uscire in tutto il mondo? E con un’ambientazione e una scenografia ben curate, tutto sommato. Con le camere digitali è possibile vedere subito se c’è qualcosa che non va, e nel caso, rifare la scena.
    Imperdonabile.
    Il peggior film del 2009, almeno tra quelli che ho visto io.

  7. Alberto Cassani scrive:

    Il film non l’ho visto quindi non discuto l’apprezzarlo o meno (ma il discorso sulla fame nel mondo mi sembra insensato), ma microfoni e teste tagliate non hanno niente a che vedere con il film, bensì con la proiezione.

    Il fotogramma riempie quasi tutti i 35mm di pellicola, fatti salvi i bordi perforati, esattamente come quelli di una macchina fotografica. Generalmente sull’etichetta della scatola che contiene la pellicola da proiettare c’è scritto in quale formato sono i fotogrammi, nel rapporto altezza-larghezza, il che permette al proiezionista di scegliere l’obiettivo del proiettore corretto, utilizzando quindi un “mascherino” che permette alla luce del proiettore di illuminare solo la parte voluta del fotogramma. Alle volte capita che l’indicazione sull’etichetta sia sbagliata, più spesso capita che il proiezionista non la conotrolli e sbagli, mostrando così agli spettatori cose che stanno attorno all’inquadratura ma che non si dovrebbero vedere.
    Un film di durata normale viene solitamente diviso in due parti, per la proiezione. I cinema di solito hanno due proiettori, uno proietta il primo tempo e l’altro il secondo, o nel caso di film più lunghi o cinema meno importanti metà tempo a testa con cambio macchina “volante” senza interruzione della proiezione (sfruttando le famose “bruciature di sigaretta” di Fight Club). Ma si tratta in ogni caso di due macchine diverse, che vanno preparate entrambe con attenzione, altrimenti può succedere che la proiezione sia corretta sulla prima macchina ma che il fotogramma non sia perfettamente centrato nella secondo. E questa è la ragione delle teste (o dei menti) tagliati dai bordi della proiezione.

    Spero di averlo spiegato in maniera chiara.

  8. Fabrizio scrive:

    Io ho notato che quasi mai nei cinema viene rispettato il formato di ripresa. Forse è una scelta atta a riempire tutto lo schermo (specie nei multisala), dal momento che se lo schermo non è almeno in 2.35 : 1 non lo si può riempire completamente o quasi rispettando il formato originale (quando questo è 2.35 : 1), rimarrebbero degli spazi sopra e sotto.

    Tu che ne dici, Aberto?

  9. Alberto Cassani scrive:

    Succede sicuramente, ma come mi diceva qualche anno fa un amico proiezionista (che nel frattempo ha fatto carriera ed ora è responsabile di tutte le sale parrocchiali della Diocesi di Milano) esiste un formato di proiezione – che non ricordo quale sia – che usano negli Stati Uniti ma non esiste in Italia, obbligando quindi i proiezionisti (o i distributori italiani) ad una soluzione di compromesso. Va detto, comunque, che i film in CinemaScope 1:2,35 sono realtivamente pochi. Sherlock Holmes, ad esempio, è in 1:1,85, ossia nel classico formato poco più largo del 16:9 di un televisore..

  10. Anonimo scrive:

    …brava !

    Hai colto il lato più simpatico della storia.

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