La
tematica dello sguardo nel cinema di Stanley Kubrick
di Tania Varroni
Generalmente,
parlando di Stanley Kubrick si finisce col cadere nell'ovvietà.
Questo perché di solito si dà peso soltanto alla forma
estetica del suo cinema, senza approfondire quei significati nascosti
che i suoi film intrappolano nelle tanto suggestive immagini. Eppure
è risaputo che i suoi film facevano (anzi, fanno) scandalo: violenza
inaudita e deplorevole per "Arancia Meccanica", depravazione
e sessualità malata in "Lolita",
insignificanza e banalità per "Eyes
Wide Shut".
Personalmente
ritengo che per comprendere a fondo il cinema di Kubrick non basta conoscerlo
bene; è invece necessario viverlo. Aver visto i suoi film non
significa mai averne capito l'essenza. Non si tratta di storie banali,
tutt'altro. È il lavoro onirico, a volte delirante, di un Autore
che non solo sa come raccontare le sue storie, ma è anche in
grado di narrare argomenti validi, spesso cocenti. Il fatto di trarre
ogni sua sceneggiatura da un romanzo è significativo in questo
senso. Kubrick legge, elabora, immagina, sogna. E lo fa con una precisione
ed una certezza a dir poco assolute. Da qui la sua tanto famosa e riconosciuta
pignoleria sul set, non solo nei confronti dei suoi attori, ma
anche verso ogni suo collaboratore. Ancor di più verso se stesso.
Realizzare
con mezzi cinematografici ciò che si vuole realmente mettere
in scena non è cosa facile. E, ammesso e non concesso che la
mia supposizione sia corretta, Kubrick è probabilmente uno di
quei registi che ci è riuscito. Nel migliore dei modi. Sono
la mano del regista ed il suo sguardo che seguono la storia. Non sono
gli attori ed il cast tecnico ad essere diretti, ma sono i personaggi
ed i luoghi, la storia e l'ambiente in cui essa si svolge. È
l'occhio del regista che permette al mondo narrato di esistere.
In
"Shining" tutto inizia e finisce in uno sguardo, in una concezione
particolare del mondo creato sullo schermo. È un mondo tutt'altro
che fantastico, è reale ed orribile, invivibile e sconcertante.
Jack Torrance (Jack Nicholson) decide di assumersi un incarico: sarà
lui il nuovo guardiano per l'inverno del famoso Overlook Hotel, un albergo
di lusso completamente isolato dal resto del mondo. La sua famiglia
dovrà ovviamente trasferirsi con lui su quelle montagne, ma questo
non è certo un problema per la moglie Wendy (Shelley Duvall).
Chi non ne è affatto contento è il piccolo Danny. C'è
qualcuno che gli dice che cose orribili accadranno una volta raggiunto
l'Hotel. È una voce nella bocca di Danny (Danny Lloyd), che minaccia
il vero.
Una
storia lunga un pugno di giornate. Una famiglia completamente isolata
e persa nella neve. Un albergo fatto di corridoi e stanze enormi. Un
silenzio che diventa rumore assordante nelle orecchie di Jack. Cose
orribili sono accadute tra quelle mura. Non che Jack non lo sappia,
ma non vi dà peso. Cose passate, superate. Il passato non torna
mai sui suoi passi. Errore. Un errore colossale. Il passato è
presente ora come non mai, nella mente di Jack come nelle mura che delineano
quei corridoi.
È proprio
in questo che sta il terrificante di "Shining": nel non mostrare
ciò che è. Lo spettatore non sa cosa c'è in quell'albergo.
È a conoscenza del massacro compiuto dal precedente custode,
che ha ucciso e fatto a pezzi la propria famiglia, ma non sa cosa si
nasconde ora in quegli spazi. Non ci sono fantasmi all'Overlook, non
ci sono mostri. Solo una verità che Jack vive (forse) inconsapevolmente.
Il silenzio lo distrugge, ed il romanzo che deve scrivere non viene
fuori. Una pila di fogli con su scritto "All work and no play make
Jack a dull boy" (terribilmente tradotto in italiano con "Il
mattino ha l'oro in bocca") spiega alcune cose. La voglia di evadere
da uno spazio che, pur essendo molto ampio, lo tiene prigioniero. La
necessità di non essere ancora se stesso. Quel se stesso che
tempo addietro ha sterminato la sua famiglia.
Non
è il passato che ritorna. È il racconto di una storia
senza tempo. Il passato ed il presente lasciano il posto allo spazio.
Nei corridoi vive la storia che non ha età alcuna. È il
mondo che qualcuno dall'alto governa, pienamente consapevole di ciò
che fa. Ed è così che si spiegano i numerosi carrelli
che seguono Danny nei corridoi. Le soggettive non appartengono più
ai personaggi, ma al Kubrick "burattinaio".
Jack guarda dall'alto un modellino in scala del labirinto dell'Hotel.
I suoi occhi diventano altro. Guardano altrove: il modello in scala
si trasforma nel vero labirinto in cui Wendy e Danny stanno camminando.
Un desiderio di potere e di controllo, esplicitato non tanto dal primo
sguardo (quello appunto di Jack), ma da quello che lo sostituisce. Un
punto di vista unico, quello del Dio-regista che tutto crea e tutto
distrugge. È Kubrick che gioca con i suoi protagonisti, che li
osserva e dice loro cosa fare (perché no) attraverso lo 'shining'.
Ma nel film ad avere il potere della 'luccicanza' è Danny...
Che non sia proprio il bambino che "vede oltre" (Overlook
è il nome dell'albergo) la vera chiave di lettura del film?
Dunque
lo sguardo al centro del cinema kubrickiano. Non solo in "Shining",
ma in tutta la poetica dell'Autore.
"Arancia
Meccanica" è probabilmente uno dei film che più ne
fa uso. Alex (Malcolm McDowell), il protagonista, guarda dritto in macchina.
Inizia una comunicazione di sguardi con lo spettatore: lo sfida su ogni
fronte. Il suo occhio contornato di nero diventa simbolo (o sintomo)
della sua follia. Una follia espressa con atti violenti e terribili,
commessi in compagnia dei suoi fidati "drughi". Alex, il capo
dei quattro, è l'unico ad essere truccato. Ciglia lunghe e nere,
contorni scuri e marcati. Uno sguardo che tanto ricorda quello della
falsa Maria del "Metropolis" di Fritz Lang (1927). Qui Lang
decide di truccare pesantemente gli occhi del simulacro meccanico di
Maria, la ragazza dolce e buona che difende la sorte degli operai di
Metropolis. L'unico modo per distinguere la Maria falsa e cattiva da
quella vera è quello di notare i suoi occhi. Contornati di nero
per la prima, completamente puliti per la seconda.
Kubrick compie la stessa scelta di Lang: occhi neri e diabolici per
l'Alex folle e violento, puliti e sinceri dopo la cura Ludovico, un
trattamento anti-violenza in cui il ragazzo veniva immobilizzato, gli
occhi tenuti aperti da divaricatori, e costretto a guardare immagini
di indicibile violenza. Il
trattamento a modo suo funziona, e lo sguardo cambia direzione. Non
ci sono più sguardi diretti verso lo spettatore, pronti alla
sfida. È un Alex nuovo e mite, che non osa più attaccare
lo spettatore-regista. È Kubrick-spettatore che coglie la sfida
iniziale di Alex e decide di dargli una lezione. È Kubrick-burattinaio
che impone al protagonista un cambiamento radicale, una svolta positiva
nella sua vita (peraltro dopo averlo punito delle sue malefatte con
il carcere). Alex
sopravvive all'imposizione di Kubrick, seppur tra incredibili stenti.
Non tutti ce la fanno, però.
Kubrick
cambia le sorti degli uomini da lui creati, li condiziona, li distrugge
e ricostruisce come meglio crede. Entra nella loro psiche e la modella
a suo piacimento. L'unico modo per andare oltre è accettare la
nuova condizione imposta. O morire. E quando il gioco di Kubrick diventa
eccessivamente frustrante, c'è chi decide per l'ultima via di
fuga. Il famosissimo soldato "Palla di lardo" (Vincent D'Onofrio)
di "Full Metal Jacket" opta proprio
per questa scelta. Timido ed imbranato all'inizio dell'addestramento,
pazzo assassino dopo.
Innamorato del suo fucile e pienamente inserito nella nuova strada della
follia, il soldato guarda lo spettatore, esattamente come fece Alex
qualche anno prima. Ma lui, a differenza del protagonista di "Arancia
Meccanica", non sta sfidando lo spettatore. Ha solo deciso di avvertirlo:
non ha superato la sfida impostagli dal regista. Avrebbe dovuto rimanere
sano di mente, invece è impazzito. E prima ancora che Kubrick-burattinaio
lo distrugga, lui prende una decisione. La comunica al mondo con uno
sguardo in macchina che minaccia morte. Uccide colui che lo ha reso
folle, il sergente Hartmann (probabilmente identificabile col regista
stesso), e si uccide a sua volta. Fine primo capitolo. Una nuova vita
inizia per gli altri personaggi che hanno deciso di cogliere la sfida
e che sono riusciti a sopravvivere.
"Full
Metal Jacket" è centrale nella cinematografia dello
sguardo di Kubrick. L'occhio in questo film non è solo umano,
ma viene direttamente meccanizzato già nella storia stessa. La
guerra del Vietnam è affrontata dal soldato Rafterman con la
macchina fotografica tra le mani. I soldati al fronte vengono intervistati
da una troupe per un cinegiornale, e la macchina da presa degli
intervistatori è direttamente mostrata agli spettatori. In questo
Kubrick sembra affermare la centralità del suo operato nel film.
È lui che fa vivere i suoi personaggi; li fa parlare, li ascolta,
li osserva attraverso il suo occhio da Autore. Un occhio vigile ed onnisciente,
che tutto osserva e vede. Ma non uno sguardo imbattibile.
In
"2001: Odissea nello spazio" è ancora Kubrick a vegliare
sulla storia. Ma qui lo fa in modo diverso rispetto ai film precedentemente
analizzati. Hal 9000 è il computer di bordo della navicella spaziale
in orbita tra i pianeti. Un occhio meccanico (di nuovo), disumanizzato,
ci offre il suo punto di vista. È l'occhio della macchina da
presa che si umanizza e vede, attraverso lo sguardo del regista. Una
soggettiva di Hal 9000 che osserva i due passeggeri protagonisti che
decidono di spegnere il meccanismo che lo tiene in vita è emblematica.
È un computer che vede, osserva, legge il labiale dell'uomo che
vuole ucciderlo (o disattivarlo), e decide di vendicarsi, di riscattare
il suo potere di controllo. Lo fa fino a morire, disattivato dall'uomo
che avrebbe voluto distruggere. Un ritorno alle origini (quelle delle
scimmie del segmento iniziale?), esplicitato nella canzoncina infantile
cantata dalla voce morente di Hal. Una morte che rende lo sguardo dell'Autore
vincibile. Un ritorno alle origini che culmina in uno sguardo, di nuovo.
Quello del feto che galleggia nello spazio e guarda in macchina, dritto
negli occhi dello spettatore. L'Autore non è morto, tutt'altro.
Utilizza espedienti per controllare il mondo da lui creato (Hal è
identificabile con la macchina da presa), ma Lui va oltre gli strumenti
utilizzati. L'Autore è altro rispetto alla storia, è altro
rispetto al cinema.
L'importanza
dello sguardo è poi palesata nel titolo dell'ultima opera di
Kubrick, "Eyes Wide Shut".
C'è chi ha bistrattato questo film, classificandolo come indegno
di essere nato dalla mente geniale dell'Autore. A mio avviso si tratta
invece di un'ottima opera di raccolta. In "Eyes Wide Shut"
ritroviamo tutti gli elementi messi in scena da Kubrick nelle opere
precedenti; tutte le manie, le ipotesi di follia, gli ammiccamenti,
i significati e, chiaramente, gli sguardi. Non
è il film del mancato tradimento o delle difficoltà matrimoniali
di una coppia benestante. È
una storia che non ha tempo, e racchiude ogni possibile idea del vivibile,
oltre il tempo e, addirittura, oltre lo spazio.
Una
notte in una città ampia e piena di fatti imprevedibili. Bill
(Tom Cruise) scopre che sua moglie Alice (Nicole Kidman) ha pensato
di tradirlo una volta, in vacanza. Un tarlo che si insinua nella mente
del protagonista e lo tartassa di immagini oniriche sul mancato (forse)
tradimento. Imprevisti
invadono la nottata. Voglia di evadere e pensare, riflettere. Ma soprattutto
necessità di vivere. Non si fugge dalla vita e dalle occasioni
che ti offre, siano anche esse di morte.
Bill è sfiorato dalla morte in ogni segmento del suo percorso
notturno: va a casa della famiglia di un suo paziente appena venuto
a mancare; incontra una prostituta che scoprirà avere l'AIDS;
si recherà in una casa misteriosa che non promette nulla di buono.
La morte è
elemento costante nella vita dei protagonisti, fin quando essi decidono
di ribellarsi al loro stato iniziale. Quando tentano di cambiare, di
crescere, di provare cose nuove, sono minacciati dall'ombra della morte
che li invade sfidandoli.
Una
sfida a rimanere sani, che Bill accoglie nel finale. Una sfida che decide
inizialmente di intraprendere, ma con una maschera a coprirne il volto.
Il timore di mostrarsi per ciò che è, un uomo come tanti,
con un destino già disegnato da qualcuno che è più
in alto di lui, l'Autore. Si arriva ad un punto nella vita in cui l'inconscio
si palesa divenendo reale. I sogni di Alice invadono la realtà
di Bill, scatenando conformazioni oniriche che trafiggono la sua vita.
"Eyes
Wide Shut" racchiude il cinema di Kubrick, proponendo elementi
presenti in ogni sua precedente pellicola. Nella figlia giovane e maliziosa
del proprietario del negozio di costumi rivediamo la bella protagonista
di "Lolita"; l'onirismo distruttivo
di "Shining" è presente nella minaccia di morte affrontata
continuamente da Bill; la costante paura di morire è centrale
in "Full Metal Jacket" (in cui, tra
l'altro, la canzoncina finale cantata dai soldati, "Viva Topolin",
riprende il ritorno alle origini di Hal disattivato in "2001").
L'Autore,
col suo sguardo onnisciente, tiene in vita il suo mondo, quello creato
nel cinema per il cinema. Non c'è modo altro di fruirne se non
grazie alla messa in scena del padre fondatore di questa nuova realtà,
destinata ad essere ricordata, letta e vissuta nel corso dei decenni
come un'unica storia, quella senza tempo né spazio di uomini
che sognano, vivono e giocano le loro carte in una sfida con l'Autore
persa in partenza.
Filmografia
1951 - "Il
padre volante"
1951 - "Il giorno del combattimento"
1953 - "Paura e delirio"
1953 - "The Seafarers"
1955 - "Il bacio dell'assassino"
1956 - "Rapina a mano armata"
1957 - "Orizzonti di gloria"
1960 - "Spartacus"
1962 - "Lolita"
1964 - "Il dottor Stranamore"
1968 - "2001 Odissea nello spazio"
1971 - "Arancia meccanica"
1975 - "Barry Lindon"
1980 - "Shining"
1987 - "Full Metal Jacket"
1999 - "Eyes Wide Shut"
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